lunedì 27 maggio 2019

[Nel nome della Strega]: mr tannus recensice "M. Il figlio del secolo" di Antonio Scurati






M come Mussolini. Il suo solo nome rievoca il periodo più oscuro della nostra storia moderna. 

Ho iniziato “M. Il figlio del secolo” di Antonio Scurati a inizio aprile. Ho voluto leggerlo con calma, alternandolo ad altre letture. Ho cercato di concentrarmi per recepire più informazioni possibili e saldare maggiormente i miei ideali. Perché sapevo che avrei trovato molto al suo interno.
I fascisti sono violenti tutte le volte che è necessario esserlo. Punto. Non c’è altro da aggiungere. Loro sfasciano, distruggono, incendiano tutte le volte che sono costretti a farlo. Ecco tutto.”

Questo è il primo volume di una trilogia, che presto diventerà anche una serie tv, in cui sono narrati le vicende che vanno dal 1919 al 1924 - oltre un piccolo pezzo sul 1925 – cioè, dalla fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento, fino all’ascesa al potere di Mussolini e il brutale omicidio di Matteotti.

I capitoli sono molto brevi e spesso sono accompagnati da pagine in cui vengono riportati stralci di giornali, lettere, telegrammi e comunicati autentici dell’epoca. La brevità dei capitoli dovrebbe facilitare la lettura, ma un lettore non amante della storia o poco conoscitore del periodo storico, potrebbe trovare un po’ di difficoltà e perdersi nel labirinto di nomi e fatti.

“M. Il figlio del secolo” ci permette di conoscere a fondo la figura di Mussolini e delle persone che gli giravano intorno, i suoi amici, anche quelli socialisti, D’Annunzio (l’impresa di Fiume), le sue donne, Rachele la moglie e Margherita Sarfatti che si rivelerà essere tra le figure più influenti della sua vita.

È stato molto interessante conoscere più nei dettagli Benito Mussolini, soprattutto entrare nel suo quotidiano e nella sua vita privata. Vita costellata da numerose donne, figli non riconosciuti, un ego spropositato, una forte inclinazione alla violenza.



Questo è stato definito il primo romanzo sul fascismo ed effettivamente ha alcuni tratti caratteristici del romanzo, anche se l’enormità dei dati storici e la poca empatia nei confronti dei personaggi, non hanno permesso la fluidità della narrazione, rendendolo quindi più similare a un manuale storico.


Antonio Scurati delinea i personaggi senza indicare chi sia il buono e chi il cattivo, non sferra attacchi diretti contro il fascismo (nonostante lui sia fortemente antifascista), ma lascia al lettore la scelta.

Nonostante le note e già segnalate inesattezze storiche, dietro quest’opera c’è un grandissimo lavoro, ma soprattutto una grande necessità di raccontare il fascismo affinché i fatti siano da monito per l’oggi e per il domani.

Gaetano Lamberti


giovedì 23 maggio 2019

Recensione de' "Il guardiano della collina dei ciliegi" e intervista all'autore Franco Faggiani



"...amavo i colori delle notti d'inverno. Il nero e il blu del cielo, il rosso dei fuochi, il candore delle praterie sotto la luna, l'oro tremolante delle lampade accese sotto i porticati vuoti, il luccichio della nera ossidiana che ricopriva i pavimenti dei templi, l'argento fugace dei bagliori di tempesta che hanno origine dal cuore delle nuvole. Dell'inverno amavo anche gli odori freddi e pulsanti dei boschi fradici, del muschio e delle muffe dei luoghi abbandonati".


Titolo: Il guardiano della collina dei ciliegi
Autore: Franco Faggiani
Data di pubblicazione: 2 Maggio 2019
Casa editrice: Fazi editore
Pagine: 230
Prezzo: € 16,00

Trama

Questo romanzo è ispirato a una storia vera. Ripercorre, infatti, le vicende di Shizo Kanakuri, il maratoneta olimpico che dopo una serie di vicissitudini e incredibili avventure, ottenne il tempo eccezionale di gara di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi. 
Per scoprire come sia giunto a ciò, non vi resta che leggere "Il guardiano della collina dei ciliegi".



Recensione

Shizo Kanakuri è un giovane ragazzo nato a Tamara. nel Sud del Giappone. Egli sa di essere privilegiato perché sua madre è una commerciante di tessuti e spezie, che grazie al suo lavoro riesce a dargli una formazione privata e a farlo studiare all'Università di Tokyo. Qui Shizo grazie al sostegno e agli allenamenti di Jigoro Kano, futuro fondatore del judo, riesce a partecipare alle Olimpiadi svedesi del 1912. Così si imbarca, e dopo un viaggio tortuoso e interminabile arriva a Stoccolma. Shizo non sa ancora, però, che i suoi sogni e le sue speranze più grandi stanno per essere disattese e che presto si trasformeranno in un incubo lungo una vita.


Non mi soffermo di più sulla trama perché dovete scoprirla da soli, ma ci tengo a parlarvi di ciò che mi ha colpito di più di questo romanzo: la natura, o meglio la fusione tra uomo e natura. 


"Correvo perché solo così mi sentivo realmente libero, unico, leggero, in sintonia completa con il creato. Correvo con lo scatto di un colibrì, anche se mi sarebbe piaciuto avere la leggerezza di una farfalla. Solo per non sentire il rumore dei miei passi veloci sulle pietre o quello ritmico dall'aria in uscita dai polmoni. Solo per poter credere di aver raggiunto la perfezione".



Shizo diventa un atleta in modo inconsapevole, perché fin da quando è bambino lui corre tra i fitti boschi, lungo i fiumi che attraversano il suo paese, e per quelle vicine terre selvagge che offrono sempre qualcosa di cui cibarsi - radici, funghi e bacche - e un rifugio dove riposarsi.
Ecco come il protagonista di questo romanzo si trasforma in un olimpionico senza neanche averlo mai sognato. La sua forza sta tutta nella natura, in quell'incantevole paesaggio giapponese di cui Faggiani sa rendere tutte le sfumature, le albe, i tramonti, i profumi di pesco e quelli delle muffe. Così, che davanti a queste descrizioni così reali e particolareggiate, il lettore non può che restare senza fiato e agognare il tanto lontano, ma affascinante Giappone. 

A ciò si unisce la particolarità delle vicissitudini di Shizo Kanakuri, atleta davvero esistito la cui vita è costellata da ombre e misteri. Faggiani cerca di ricostruirla dandogli valore e rendendola davvero interessante. A mio avviso, la storia del protagonista de' "Il guardiano della collina dei ciliegi" può essere divisa in tre parti. La prima molto più lenta e descrittiva, la seconda dal ritmo incalzante e incentrata su una svolta sorprendente e la terza in cui Shizo si ricongiunge con la natura e ritrova la propria identità.

Realtà e immaginazione si fondono in un'unica storia in cui il lettore si lascia incantare dallo stile evocativo e lineare di Franco Faggiani e dall'esistenza di Kanakuri fatta di brillanti risalite e duri inabissamenti, tutti vissuti in una meravigliosa cornice naturalistica, perché spesso è grazie alla natura che l'uomo riesce a salvarsi. 

Ma chi è l'autore de' "Il guardiano della collina dei ciliegi"? Andiamo a conoscerlo meglio.



Franco Faggiani

Franco Faggiani vive a Milano e fa il giornalista. Ha lavorato come reporter nelle aree più calde del mondo, ha scritto manuali sportive, guide, biografie, ma da sempre alterna alla scrittura lunghe e solitarie esplorazioni in montagna. Per Fazi editore ha già pubblicato nel 2008 il romanzo "La manutenzione dei sensi", tradotto in Olanda e vincitore di diversi premi - Wondy, Parco Maiella, Città delle Fiaccole e via discorrendo - e ha ottenuto un grande successo di critica e di pubblico.


In occasione dell'ultima edizione del Salone del libro di Torino, Franco Faggiani ha presentato il suo ultimo romanzo "Il guardiano della collina dei ciliegi", così io e le mie colleghe Carmen e Federica, abbiamo avuto la possibilità di rivolgergli qualche domanda. Ne è uscita fuori un'intervista davvero molto divertente e interessante, di cui vi riporto uno stralcio. 


Come mai hai deciso di rendere protagonista della tua storia Shizo Kanakuri?

È stata una casualità. Sai io faccio il giornalista sportivo da quando avevo 19 anni e qualche tempo fa una rivista sportiva mi chiese di scrivere un articolo sulle maratone olimpiche, mondo che io non conoscevo per niente. Quindi, un po' per obbligo e un po' perché ero e sono rimasto un giornalista serio, mi sono documentato su questo argomento scovando notizie e informazioni in profondità. Insomma, non mi sono fermato ai primi tre atleti finiti sul podio, ma li ho passati in rassegna tutti dal primo classificato all'ultimo. Leggendo la classifica della maratona olimpica di Stoccolma ho visto che accanto al nome di Shizo Kanakuri anziché il tempo cronometrico o la parola Ritirato, c'era un punto di domanda. Così incuriosito da questa stranezza ho ricercato altre fonti  e ho scoperto che il tempo cronometrico di quell'atleta c'era ed era quello di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi. Da lì ho iniziato a fare diverse ricerche per scoprire cos'era realmente accaduto, ma purtroppo non si conosce molto della vita di Kanakuri e della sua esperienza olimpionica. 
Quindi l'inizio e la fine del romanzo riportano fatti realmente accaduti, mentre tutta la parte centrale è frutto della mia immaginazione. Io so che lui è tornato sulla sua isola dove ha fatto il maestro elementare ed ha partecipato ad altre due olimpiadi. In una è arrivato quindicesimo, mentre dalla seconda si è addirittura ritirato e poi da lì è sparito dal panorama sportivo giapponese. 


Tutto il lavoro di ricerca che hai dovuto affrontare e la stessa stesura del romanzo, quanto tempo sono durati?

In realtà non tantissimo. Sai bisogna andare a ricercare sempre le fonti giuste. Oggi, rispetto al passato, ci sono molti mezzi per informarsi e questo fa sì che ci si trovi davanti a mille fonti e molte di esse sono scadenti o almeno superficiali. Ciò rende più difficile orientarsi e spesso porta via anche tanto tempo prezioso. Fortunatamente ho una cugina che vive a Stoccolma ed è sposata con colui che ha ispirato il personaggio di Kouyou presente nel romanzo. Grazie a loro due, nel giro di qualche ora sono riuscito a venire in possesso di tutti i pdf dei giornali svedesi del 1912. Una fonte più autorevole ed esatta dei giornali dell'epoca non esiste. Questi ultimi erano composti massimo da 4 o 5 pagine, di fotografie ce n'erano pochissime, le cronache erano prevalentemente legate all'incontro tra l'ambasciatori, consoli e tutte le figure autorevoli e ufficiali presenti alle Olimpiadi di quell'anno, mentre della gara c'era ben poco. Ma da lì ho iniziato a costruire tutta la storia che volevo raccontare.
Neanche la stesura del romanzo è durata tanto, circa 3 mesi ad essere precisi. Io ho una capacità che molti mi invidiano: scrivo ovunque. Anche qui, adesso, in mezzo a tutto il caos del Salone, potrei scrivere altre 10000 battute del mio libro nuovo. La stessa cosa mi accade quando vado a tenere lezioni per scuole, dove mi porto sempre il computer perché nell'intervallo scrivo. E questo mi dà un grande vantaggio, perché racimolando qualche ora un giorno e qualche minuto un altro riesco a terminare un romanzo anche in poco tempo. Inoltre, utilizzo una tecnica un po' hemingwayana, di interrompere sul più bello, quando arrivo all'apice della storia che sto scrivendo e so che potrei continuare a scriverla per delle ore, io mi fermo lì. Così il giorno dopo quando la riprendo ho già le idee chiare e non devo star a pensare troppo a come riempire le pagine.




Per leggere il resto dell'intervista mi rimando ai blog delle mie colleghe Federica e Carmen

Intanto vi consiglio assolutamente la lettura di questo romanzo a cui ho assegnato ben 4 penne.


A presto,
la vostra Contessa

mercoledì 22 maggio 2019

[Nel nome della Strega]: Readingram recensisce "Il risolutore" di Pier Paolo Giannubilo


Il Risolutore.

486 pagine di biografia sul pronipote di Alessandro Manzoni, sul nipote di Piero Manzoni: su Gian Ruggero Manzoni.
Nascere con questo cognome, non è sicuramente facile: riuscirà ad esserne all'altezza?
E' una domanda che Gian Ruggero si fa e forse una risposta l'avrà anche trovata.
Gian Ruggero nasce a Lugo di Romagna, viene preso di mira dai compagni per i suoi chili di troppo, cresce, segue le lezioni di Umberto Eco, conosce Tondelli e inizia il loro sodalizio.
Tutto abbastanza bene fino a quando, nei tumulti degli anni ‘70, viene arrestato per detenzione illecita di armi: invece che finire in carcere gli viene data la possibilità di patteggiare e di prestare servizio nelle forze dell'ordine per 25 anni. “Lo Stato arruola chi è contro di esso in modo da servirsene tenendolo a ricatto.”
Lui ci sta.
Prima però gli vengono fatti una serie di test psicologici (che sfiorano il disumano) per vedere se è all’altezza del ruolo.
E tu assisti a tutto questo col fiato sospeso chiedendoti se fosse veramente possibile tutto quello.
I test li supera alla grande.
Nessuno si aspettava certi risultati: lui non è una persona comune, lui sarà il "risolutore", colui che le faccende complicate le risolve.
E inizierà così il suo percorso verso la redenzione: andrà in altri paesi a combattere, fredderà persone, farà l'agente segreto, metterà la sua vita in pericolo.
Tornerà a casa, partirà, ritornerà e ripartirà ancora.
Pace, guerra, sangue, arte, morte, letteratura, donne, fede.
Una vita molto affascinante, indubbiamente, ma:
-con il personaggio mi è venuto difficile empatizzare.
-con l'autore tanto meno: una biografia irritante, con millemila digressioni inutili, una serie di dialoghi che fanno perdere credibilità al concetto di biografia stessa, un lessico che forse vuole emulare quello del pasticciaccio di Gadda ma che risulta essere un gran pasticcio e basta.

Insomma.

Merita per me il Premio Strega? Mhh, no.






lunedì 20 maggio 2019

[Nel nome della Strega]: Samlibrary94 recensisce "La Straniera" di Claudia Durastanti


«In italiano, il verbo “sentire” coincide con la capacità di provare un sentimento e un senso preciso, l’udito. In inglese non è così, “to hear” e “to feel” sono due azioni ben distinte. Non so come funzioni nelle altre lingue. E non so come potrò tradurre le volte che mia madre resta distesa sul letto con gli occhi chiusi e bisbiglia “Non sento niente”, senza perdere tutto quello che vuole dirmi».



La straniera di Claudia Durastanti è un’opera di autofiction, in cui la realtà viene manipolata dall’autrice e in cui le vicende personali e famigliari incontrano la saggistica.

La storia che racconta Claudia è insieme la sua storia e quella dei genitori, entrambi sordi per ragioni differenti sin dall’infanzia e che a questa disabilità decidono di rispondere in maniera del tutto anticonvenzionale, rifiutando il proprio limite fisico e rispondendo con incoscienza, anarchia e violenza.

La biografia che Claudia decide di creare non segue una linea temporale, ma le vicende raccontate vengono raggruppate per macro-argomenti e in questo senso la particolare struttura del libro risulta molto innovativa dal momento che i capitoli sono divisi e denominati come le sezioni di un oroscopo: famiglia, viaggi, salute, lavoro & denaro, amore, di che segno sei?


Il tema centrale del romanzo risulta chiaro sin dal titolo dell’opera: l’essere straniera.
Questa estraneità viene rappresentata dalla stessa Claudia, nata a Brooklyn e trasferitasi poi, all’età di sei anni in un paesino della Val d’Agri, in Basilicata, e poi di nuovo a Roma per gli studi in antropologia e ancora a Londra, dove tutt’ora risiede e lavora. Il suo essere straniera è quindi in questo caso un eccesso di radici, una possibilità di scelta tra tante patrie, che però porta inevitabilmente a non sentirsi mai del tutto a casa. L’inadeguatezza in questo caso risulta, quindi, nell’essere troppo Americana per essere Italiana e troppo Italiana per essere Americana, un sentimento che, personalmente, posso affermare di conoscere bene.
Ma stranieri sono anche i suoi genitori, che risultano estranei alla società, dal momento che il loro difetto fisico, a cui si aggiunge anche una malattia di tipo psichiatrico, risulta inevitabilmente in un handicap, uno svantaggio di tipo sociale, a cui essi decidono di rispondere con eccesso e violenza, vivendo una vita spericolata, senza regole, rifiutando ogni convenzione, tra cui anche il linguaggio dei segni.


La Durastanti affronta in questo libro tanti temi importanti: la disabilità dei suoi genitori e lo svantaggio che da ciò deriva; la povertà vista quasi come una malattia; le migrazioni, prima quelle dei suoi nonni verso l’America negli anni Sessanta e poi, in un percorso inverso, la sua migrazione verso l’Italia e poi ancora verso l’Inghilterra; la forza della letteratura, perché per Claudia esiste sempre un prima e un dopo un determinato romanzo e perché nel libro non mancano certo i riferimenti letterari, ma non solo, alle opere che più hanno avuto impatto nella sua vita; l’amore e i legami famigliari, perché il rapporto con la madre e la sua figura risultano centrali in tutto il romanzo.
Ma nonostante ciò il suo romanzo rimane senza moralismi, nessuna catarsi finale, nessuna pretesa di dare insegnamenti.


Le basi per un buon romanzo ci sono tutte, eppure, Claudia Durastanti non è riuscita a conquistarmi.
Il suo libro risulta confuso, disordinato, spesso sconclusionato.
Tra continui citazionismi e frasi che cercano di risultare memorabili è difficile arrivare ad essere coinvolti appieno dalla storia che viene raccontata, non si prova empatia con i personaggi/persone e la continua artificiosità delle immagini che crea o delle parole che accosta rende il romanzo forzato, poco scorrevole e piacevole.


Chiuso il libro, inoltre, mi sono chiesta che cosa mi avesse lasciato e a giorni di distanza la risposta sembra essere sempre la stessa: niente.
Ed è un peccato, perché Claudia Durastanti è un’autrice che potrebbe avere tanto da raccontare, ma in questo caso non è riuscita, purtroppo, almeno per me, a farlo bene.


Samanta Zhang

lunedì 4 marzo 2019

[Recensione]: "La profezia dei Gonzaga" di Tiziana Silvestrin




"Il soffitto ribassato, l'oscurità, i muri massicci e le spesse grate di ferro alle finestre davano un senso di oppressione che schiacciava il petto e prendeva la  gola, l'aria stagnante odorava di polvere e di muffa.
Il rumore del cancello che si chiudeva alle sue spalle provocò al capitano un dolore sordo.
Sarebbe uscito vivo da lì?"



Titolo: La profezia dei Gonzaga
Autore: Tiziana Silvestrin
Casa editrice: Scrittura&Scritture
Data di pubblicazione: 29 Novembre 2018
Pagine: 358
Prezzo: € 14,50

Trama

Mantova, 1596. È sparita la mummia del Passerino. Un astrologo aveva predetto che la stella dei Gonzaga avrebbe brillato nel cielo finché avessero custodito a Palazzo Ducale il corpo del Passerino.
Il duca Vincenzo, preoccupato per le sorti della dinastia, convoca Biagio dell'Orso, affascinante e introverso capitano di giustizia, l'unico in grado di risolvere i casi più spinosi. Il destino dei Gonzaga è ora nelle sue mani.
Tra agguati, nemici e oscuri presagi, ce la farà il duca a fare luce su questo mistero?
Lo scoprirete leggendo "La profezia dei Gonzaga".



Recensione

Lo scorso anno ho vissuto a Mantova per nove mesi. È stata la mia città, il mio rifugio. Non ci siamo piaciute fin da subito, ma con  il tempo ho imparato ad apprezzarla. Le mille visite a Palazzo Ducale, tutte le volte che ho attraversato il giardino di Palazzo Te al ritorno da scuola, il Mincio e le passeggiate al lago sono cose che ricorderò per sempre. Ecco perché, quando la casa editrice Scrittura e Scritture mi ha proposto di leggere e recensire "La profezia dei Gonzaga" ho subito deciso di accettare, sperando di ritrovare tra quelle pagine il luogo in cui avevo vissuto. 


"La profezia dei Gonzaga" ha per protagonista il capitano di giustizia Biagio dell'Orso, chiamato a corte per risolvere un caso pericoloso e complesso: la scomparsa del Passerino.
Ma cos'è, o meglio, chi è il Passerino? 
Il Passerino è Rinaldo Bonacolsi, uno dei membri più importanti della famiglia che governò Mantova per mezzo secolo, fino a quando i Gonzaga non  ne contestarono l'autorità. Infatti, il 13 agosto 1328 Luigi Gonzaga entrò nella città di Mantova seguito dai suoi figli e da una grande armata, e il Passerino credendo che sarebbe bastata la sua presenza per mettere a tacere i tumulti, affrontò i suoi nemici senza scorta e morì dopo essere stato gravemente ferito. 
A questo punto diventa tutto molto interessante. Sembra, infatti, che Luigi avesse ricevuto una profezia da una strega, secondo la quale i Gonzaga avrebbero continuato a governare indisturbati Mantova fino a quando avessero custodito la mummia del Passerino nel Palazzo Ducale. 

È proprio da qui che prende le mosse il thriller storico di Tiziana Silvestrin, autrice di una vera e propria saga dedicata alla famiglia Gonzaga. La mummia del Passerino scompare e la colpa viene fatta ricadere sull'architetto Antonio Viani, che sconvolto prega il capitano di risolvere il mistero per poter evitare la pena che lo terrorizza: il carcere. Infatti, secondo il duca Vincenzo, Viani incaricato a presiedere ai lavori edili del Palazzo, non  ha ben vigilato su quel prezioso amuleto, simbolo della potenza della famiglia Gonzaga.

Con  un ragionamento logico, tanta scaltrezza e idee geniali pian piano Biagio dell'Orso inizia a sbrogliare la matassa che c'è dietro questa sparizione, che non  è frutto di una semplice disattenzione del suo amico architetto, ma di un piano ben definito e organizzato per attaccare la famiglia regnante mantovana. 

All'interno di questo romanzo troviamo poi tante figure che accrescono la narrazione e la rendono più incalzante: la veneziana Rosa, compagna di Biagio, preoccupata e pazza di gelosia per la vicinanza del suo uomo a un'altra donna; il consigliere ducale Marcello Donati e sua moglie Cecilia che cercano di comprendere chi e in che modo abbia tramato contro i Gonzaga; e poi ancora il mago e illusionista Colorni e sua figlia Estrella che fungono da simpatici aiutanti; il braccio destro di Biagio, Giò Morisco e via discorrendo.

Infine, bisogna dire che la cosa ancor più interessante di tutta la narrazione è data dal fatto che Tiziana Silvestrin riesce a tracciare un ritratto veritiero dell'incantevole città di Mantova, riportando tra le sue pagine i luoghi nevralgici della città, ricostruendo gli avvenimenti storici con minuzia e precisione e, descrivendo cibi, ambienti e usanze dell'epoca in un modo che non  potrà che affascinare i suoi lettori.



Giudizio



Assegno 4 stelle a "La profezia dei Gonzaga" che ho apprezzato tantissimo per la sua verità storica e che ho trovato molto scorrevole e coinvolgente tanto da terminarne la lettura in pochi giorni.

Qui trovate il link dove acquistare questo e gli altri volumi della saga dei Gonzaga: https://www.scritturascritture.it/prodotto/la-profezia-dei-gonzaga-tiziana-silvestrin-copia/


Spero accetterete il mio consiglio e vi tufferete tra le pagine di questo meraviglioso thriller storico.


A presto
La vostra Contessa

giovedì 28 febbraio 2019

[Recensione]: "L'annusatrice di libri"di Desy Icardi



"Adelina promise e si diresse verso casa, domandandosi se una vita senza libri avesse davvero motivo di essere vissuta".





Titolo: "L'annusatrice di libri"
Autore: Desy Icardi
Casa editrice: Fazi editore
Data di pubblicazione: 28 Febbraio 2019
Pagine: 407
Prezzo: 16,00 €

Trama

Torino, 1957. Adelina ha 14 anni e vive con la zia Amalia, una ricca vedova, molto parsimoniosa che non le dedica grandi attenzioni. La ragazza ha grossi problemi a scuola perché, alla sua età, non riesce a ricordare le lezioni e ha difficoltà a leggere.
Il reverende Kelley, suo severo professore, gli affianca allora la sua brillante compagna di scuola Luisella. 
È proprio durante queste lezioni che Adelina si renderà conto di avere un grande dono: può leggere con l'olfatto.
Questo suo talento rappresenta, però, anche una minaccia. Infatti, il padre di Luisella vuole servirsi di lei per decifrare il codice antico più misterioso al mondo. 
Cosa succederà? Adelina riuscirà a cavarsela?
Lo scoprirete solo leggendo questo romanzo che diffonde il vero amore per i libri.




Recensione

Leggere è una passione che racchiude in sé dei rituali. Collocarsi davanti alla libreria, passare in rassegna gli scaffali colmi di libri con lo sguardo, scegliere un titolo e, prima di aprire la prima pagina, annusarlo. Sì, avete letto bene. Annusarlo. Per far sì che le narici si impregnino di quell'odore di carta appena stampata che manda noi lettori in visibilio. 

Perché questa premessa? Beh, sappiate che "L'annusatrice di libri" è un romanzo che ha per protagonista gli stessi libri, ma ne parla in modo non convenzionale. Non troverete citazioni letterarie messe lì a caso in modo da far sì che le ragazze di oggi possano utilizzarle come didascalia per le loro foto social, e non potrete neanche incappare in riferimenti letterari arditi inseriti dall'autore solo per darsi un tono. No, in queste pagine c'è solamente Adelina, una ragazza di quattordici anni che ha un dono speciale: riesce a leggere i libri annusandoli. 

Adelina si trasferisce dal suo paese piemontese a Torino, città dove vive sua zia Amalia che la ospiterà. Zia Amalia, donna un po' stramba con un passato da soubrette, non ha per niente un ruolo secondario all'interno della narrazione, proprio perché il romanzo si svolge su due piani temporali diversi.
Il presente in cui si svolgono i fatti che hanno per protagonista Adelina e la scoperta del suo dono, e il passato che si focalizza sulle peripezie e le avventure affrontate da Amalia prima di "sistemarsi" e diventare una signora. 

Queste due sezioni non si sovrappongono l'una all'altra, anzi si integrano perfettamente tra loro senza creare confusione, ma dando un valore aggiunto al romanzo che così, capitolo dopo capitolo, finisce per appassionare sempre di più il lettore che si divide tra l'apprensione e la curiosità provata per Adelina e la simpatia per quella strana donna di Amalia. 


Adelina vive il suo dono, in un primo momento con vero timore, ma poi pian piano si abitua e inizia a incantare il lettore con le descrizioni degli odori che i libri le suggeriscono: profumo di rosa, di gelsomino, d'amore, di tortura, di pedanteria ecc.
Così davanti ai nostri occhi sfilano alcuni dei romanzi che tutti abbiamo letto - o abbiamo voglia di leggere - almeno una volta nella vita: Jane Eyre, la Gerusalemme liberata, Orgoglio e pregiudizio, i Promessi sposi e tanti altri. 
Adelina li avvicina al naso e ne acquisisce le storie. E noi siamo combattuti tra due sentimenti: un po' la invidiamo e un po' la compatiamo, perché si sa che a noi lettori piace stare dietro le righe per scoprire le parole in superficie e in  profondità, ma soprattutto ci appelliamo alla facoltà di far durare il libro che abbiamo in lettura il tempo che desideriamo. 
Adelina invece no. Infatti, con  il suo dono riesce a "ingurgitare" anche tre libri a notte, tanto da farsi venire un forte mal di testa per lo sforzo. 


Questo meraviglioso dono, però, ha dei risvolti negati dei quali è a conoscenza solo il severo reverendo e professore Kelley. Di cosa si tratta? Non posso anticiparvi nulla, ma sappiate che il giallo è contenuto tutto all'interno di un codice antico che il notaio Vergnano - padre dell'amica di Adelina - farà di tutto per decifrare. 




Giudizio





Insomma, assegno 4 stelle a questo romanzo che con la sua buona dose di magia, mistero, antagonisti e aiutanti, assume le vesti di una vera a propria fiaba che ha una sola morale: l'amore per i libri non ci tradirà mai, perché essi ci faranno da "insegnanti" per tutta la durata della nostra esistenza.




Vi ricordo inoltre che da oggi fino al 31 marzo, "L'annusatrice di libri" è in sconto a soli 10 euro. Approfittatene!



A presto 
la vostra Contessa.



giovedì 14 febbraio 2019

[Recensione]: "Fedeltà" di Marco Missiroli





"Con lui aveva intuito che l'infedeltà poteva essere verso se stessa [...] e aveva saputo che il senso di colpa era un processo banale. La realtà dei fatti, era che era stato naturale. Aveva scopato un ragazzo che le piaceva e che l'aveva fatta godere. Cosa aveva tolto al suo matrimonio?"



Titolo: Fedeltà
Autore: Marco Missiroli
Casa editrice: Einaudi
Data di pubblicazione: 12 Febbraio 2019
Pagine: 224
Prezzo: € 19,00

Trama

Margherita e Carlo non sono una coppia in crisi, hanno un'intesa tenace e si definirebbero felici. Ma un presunto tradimento di lui si trasforma in ossessione per entrambi e diventa un alibi potente per le fantasie di sua moglie.
Nella vita dei due coniugi si inseriscono pian piano Sofia e Andrea. 
Sofia è una giovane studentessa di Carlo, Andrea è il fisioterapista di Margherita. 
L'interrogativo di questa storia è: se siamo fedeli a noi stessi quanto siamo fedeli agli altri?
La risposta si insinua nella forza quieta dei legami, tenuti insieme in queste pagine da Anna, madre di Margherita, il faro illuminante del romanzo, uno di quei personaggi capaci di trasmettere il senso dell'esistenza.


Recensione



Oscar Wilde afferma: "L'unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi". Ma è davvero così? 
Basta lasciarsi andare, sentirsi liberi di tuffarsi nel proibito per archiviare uno sbandamento che può trasformarsi in ossessione?

È proprio questo il quesito attorno a cui ruota la storia di Carlo e Margherita. Lei è un'agente immobiliare, lui un professore che sogna di diventare scrittore, ma in realtà non ci ha neanche mai provato a scrivere qualcosa che sia degno della parola "romanzo". I due sono una coppia felice, fino a quando nella loro vita non si inserisce il dubbio: Carlo è stato visto nel bagno dell'università in compagnia di una studentessa.

Da quel momento lui è ossessionato dal tradimento e lei inizia a utilizzare il presunto adulterio del marito come pretesto per svagare la sua mente e lasciarsi andare a fantasie momentanee che le permettono di sentirsi viva.



"Che parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento. Rispetto a cosa avrebbe tradito? Cosa toglieva consumandosi con un'altra ragazza, accaparrandosi una gioia momentanea. Alzarsi, rivestirsi, senza instaurare rituali romantici o affettuosi, preservando la liturgia che con sua moglie aveva consolidato negli anni e non avrebbe mai messo in discussione. Cura del patto, costruzione del rapporto, devozione: un lessico che in letteratura era un sinonimo di ingenuità ma che lo inchiodava alla prova dei fatti".


Il tradimento è uno temi più trattati in letteratura, ma Missiroli nel suo nuovo romanzo ne parla in una maniera che potrei definire rivoluzionaria per ben tre motivi.
Il primo è quello della "coppia felice". Di solito quando si tradisce la prima giustificazione a cui ci si appiglia è: eravamo in crisi, c'erano dei problemi. Ma qui non è così. Carlo e Margherita vivono la loro vita matrimoniale in maniera serena, hanno ancora una grande intesa sia fuori che sotto le lenzuola e non pensano neanche una volta di porre fine alla loro esistenza insieme. Però tradiscono o almeno hanno delle tentazioni e provano attrazione sessuale verso altri. Chi non ne prova? Amare una persona significa perdere la facoltà di desiderarne un'altra? Assolutamente no, perché gli impulsi e gli istinti degli esseri umani non sono razionali e soffocarli non si rivela sempre la soluzione giusta.


Così arriviamo al secondo motivo "l'altro/l'altra". L'autore non si limita ad indagare solo lo stato d'animo dei coniugi infedeli, ma anche di coloro che innescano il tradimento: gli amanti. 
L'altra è Sofia, una giovane studentessa di Rimini. Lei non è una vittima, ma neanche una carnefice. 
Carlo la guarda dalla sua cattedra, mentre la ragazza è intenta a svolgere un esercizio di scrittura, e desidera ardentemente possederla. L'atteggiamento di Sofia si rivela molto interessante, vorrebbe ma sa di non potere. Quindi, messa alla prova dalla rivelazione di intenti di Carlo nel bagno dell'università, allunga le distanze. Ma poi si pente di quel non svelato, di quel lasciato a metà e un po' vorrebbe tornare indietro e un po' no. Esattamente come Carlo. 

Ma se non cedere significa ossessione, cedere vuol dire liberazione?
Margherita crede di saperlo, ma non lo sa. Andrea - l'altro - è il suo fisioterapista ventiseienne. Durante le sedute lui è costretto a sfiorarle il pube, quella zona erogena che fa sì che si risveglino i suoi appetiti sessuali, le sue fantasie più nascoste che per lei diventano una necessità da soddisfare. 

L'adulterio in questo romanzo si appropria di un nuovo significato, opposto a quello che vorrebbe la sua definizione, ma che invece ha un senso più profondo e reale: la fedeltà.
Si può essere fedeli a se stessi pur tradendo gli altri, perché spesso per andare avanti bisogna sentirsi vivi e sapere che lo si può fare rischiando è anche meglio. Come Carlo, che si chiede sempre se ce la farà ad andare a letto con un'altra e a far sì che la moglie non lo scopra continuando la vita di tutti i giorni come se niente fosse accaduto. Come se non fosse andato a letto con un'altra prima di cena, dopo aver accompagnato il figlio a scuola o durante la pausa pranzo. Ma ce la fa, ci riesce. Perché è naturale, è  umano. Non è riuscito a trovare un lavoro all'altezza delle aspettative di suo padre, non riesce a scrivere un romanzo, ma riesce a tradire e a soddisfare i suoi istinti sessuali.


Ma andiamo al terzo motivo: il "futuro".
"Fedeltà" è diviso in due parti. La prima è ambientata nel 2009, mentre la seconda nel 2018.
Missiroli si è chiesto cosa potesse succedere dopo un tradimento, riferendosi non a un futuro immediato, ma a un futuro prossimo. Così, ritroviamo i quattro protagonisti delle infedeltà 9 anni dopo le vicende che li hanno uniti e allontanati. Alcuni hanno dimenticato, mentre altri continuano a pensarci ossessivamente. Ed ecco che il lettore si ritrova a cambiare mille volte idea e diventa tutta un'alternanza di "soffoca e cedi" che si dissolvono nella parte finale del romanzo, la quale lascia spazio alle emozioni più forti che non lasciano scampo alla commozione.



" - Voi del dopoguerra vi allarmate solo per i soldi.
- Perché sui matrimoni ci adattavamo.
Margherita la fissò.
Sua madre era seria. 
- Adattarsi era una libertà, tesoro. 
- Io non ce la faccio ad adattarmi.
- A te le libertà faticose non ti sono mai piaciute."




Il personaggio più interessante di "Fedeltà" è sicuramente Anna, la madre di Margherita. 
Anna è una brava sarta e ormai vedova del suo Fausto, un uomo che molto probabilmente custodiva nel suo cuore anche un'altra donna. 
Anna è un po' il fil rouge di tutta la vicenda, in lei si raccolgono i segreti più intimi dei due coniugi, i loro dubbi e le loro incertezze. È una suocera attenta, nutre una grande devozione per suo genero e amore per sua figlia. Sa consigliare senza giudicare e placare le ansie e i malumori. 
Insomma, Anna è la luce che illumina le vite dei protagonisti di questo romanzo, lo spiraglio di speranza per il futuro. Quando il ritmo della storia diventa incalzante la figura di questa donna placida e sorridente dà vita a una boccata d'aria fresca, che il lettore si concede volentieri prima di ritornare all'intreccio e alle infedeltà delle fedeltà. 




Giudizio



Ci sarebbe ancora tanto altro da aggiungere, come le descrizioni di Milano che si fa teatro della storia di Carlo e Margherita e che l'autore ci fa scoprire a pieno portandoci a passeggiare tra Parco Sempione, via delle Leghe, via Concordia ecc. O ancora  potrei parlarvi del narratore che quasi spia i personaggi rivelandoci le fedeltà e le infedeltà di ognuno di essi. Ma basta così. "Fedeltà" è un romanzo che va scoperto pagina dopo pagina. Per me è stato per certi versi illuminante e spero che lo sia anche per voi. Voglio fare un solo appunto, trovo che all'interno della narrazione ci sia un non so che di non detto e di sospeso che mi ha lasciato un po' di insoddisfazione in alcuni punti della storia, avrei preferito più dettagli e particolari per soddisfare la mia sete di lettrice, ma questa "sottrazione" dell'autore è una scelta che rispetto e che non mi ha fatto apprezzare di meno la sua opera. Detto questo, concludo assegnando 4 penne a "Fedeltà" e con l'augurio di sentirne parlare presto accostato al Premio Strega.



Un abbraccio e a presto,
la vostra Contessa.