martedì 16 novembre 2021

Recensione: La luna bianca di Lorenzo Sassoli De Bianchi

 Titolo: La luna bianca

Autore: Lorenzo Sassoli De Bianchi

Casa editrice: Sperling&Kupfer

Pagine: 217

Prezzo: 16,90 euro





“Se di notte non riesci a dormire è perché sei nei sogni di qualcun altro”, mia mamma continua a ripetermelo da metà della mia vita, fin dal primo momento in cui ho scoperto di aver ereditato da mio padre il gene dell’insonnia.

Sarebbe davvero molto bello legare questo fastidiosissimo disturbo a qualcosa di magico e romantico, ma io non sono mai riuscita a vederci nessun lato positivo nell’addormentarmi con difficoltà e svegliarmi il giorno dopo con le sembianze di uno zoombie. 


Con questa premessa potrete capire presto, perché la vicenda raccontata dal neurologo e imprenditore Lorenzo Sassoli de Bianchi, mi abbia appassionata tanto.


Protagonisti del romanzo sono Arturo e Corallo, due fratelli davvero sui generis, che uniscono le loro forze e capacità, per poter scoprire una cura alla sindrome della luna bianca: una malattia mortale che ha contagiato tutta la città e che ha come sintomi l’impossibilità di dormire, l’euforia, la mancanza di lucidità e la perdita di memoria. 


In seguito alla morte della loro zia Rebecca, i due fratelli si interrogano sulle cause e le conseguenze della luna bianca e iniziano a collaborare con la neurologa Luisa Garesi, prestando i loro cervelli alla scienza e alla ricerca disperata di una soluzione che possa interrompere l’epidemia di insonnia.


La cosa che mi ha molto incuriosita, è il modo in cui l’autore si soffermi non solo sugli aspetti negativi della malattia - veglia continua e micidiale -, ma anche su quelli positivi come la creatività, l’aver a disposizione più tempo per svolgere tutti gli impegni e le attività della vita e infinita vitalità.


Questo è ciò che succede a Corallo, quando viene contagiato dalla luna bianca. Diventa instancabile, si dedica costantemente alla costruzione di un sottomarino con il quale ritiene di poter raggiungere la defunta moglie, scrive poesie e ascolta Bach, perché afferma che la musica lo aiuta a convivere con l’insonnia. 

Nel frattempo, però, la professoressa Garesi, Arturo, sua figlia Carolina e si suoi nipoti, lo vedono spegnersi e sanno perfettamente quale destino lo attenderà.


In un’atmosfera mistica e quasi irreale, in cui fantasia e realtà si incontrano e si scontrano fino a diventare un tutt’uno, abbracciando la letteratura di Marquez, le pagine di Kafka, le parole di Joyce e un pizzico d’arte, si consuma il romanzo di De Bianchi, fatto di buoni sentimenti, emozioni vivaci e di un emozionante lieto fine.


sabato 13 marzo 2021

[Recensione]: “L’arte di restare a galla” di Valentina Ferrari

      “Oggi ho compiuto trent’anni e se qualcuno mi chiedesse se era proprio così che avrei immaginato la vita a trent’anni la mia risposta sarebbe chiara, senza esitazioni: assolutamente no.”




Essere dei trentenni nella società attuale non è di certo semplice. La pressione a cui siamo sottoposti dal futuro che i nostri genitori desiderano per noi, dalle frecciatine che la zia acida a Natale ci riversa addosso; dagli amici con un lavoro, una casa e prole al seguito, di certo non ci consentono di vivere la nostra vita in maniera libera, lontana dai luoghi comuni e all’altezza dei nostri sogni.

Sì, perché a trent’anni sei ormai un adulto a tutti gli effetti e secondo una mentalità retrograda, ma ancora ben radicata nella mente dei ben pensanti, se non hai un lavoro fisso, un marito e hai messo in cantiere almeno un figlio, puoi ritenerti un fallito.

A raccontarci in modo brillante, ironico e frizzante, il calvario di noi trentenni è Valentina Ferrari, con il suo romanzo “L’arte di restare a galla”.
La protagonista è Amelia, una ragazza dai lunghi capelli biondi, studiosa e intelligente, ma abbastanza sfortunata. Vive nella cantina dei suoi e per conquistarsi un minimo di indipendenza svolge tre lavori: scrive per una rivista di hipster; porta a spasso il cane della signora Masi e fa la cameriera in un pub. 

Il suo ragazzo, Andrea, divide ancora il tetto con i genitori e insegue un unico sogno: quello di vivere delle sue poesie. Dopo una lunga relazione non sente ancora la necessità di prendersi le sue responsabilità, di pensare a costruire un futuro con Amelia. 

Intanto, la nostra protagonista, tra un attacco di panico e una crisi di pianto, incontra sulla sua strada tutte le difficoltà che noi giovani adulti ci troviamo ad affrontare: colloqui di lavoro fallimentari - soprattutto se sei donna, perché prima o poi desidererai avere un figlio e la maternità per molti datori di lavoro non è per niente contemplata - turbamenti sentimentali legati alla ricerca di quella stabilità che tanto agognamo e quel timore di non farcela, che ci fa restare svegli la notte e ci tormenta tutto il giorno.

Quello che ho apprezzato tantissimo di questo romanzo, è proprio il messaggio finale che vuole lasciarci l’autrice, che è reso esplicito dalla presa di coscienza di Amelia. 
Non importa quali obiettivi pensavi di raggiungere al compimento dei 30 anni, perché la vita è quello che ti capita tra un progetto e l’altro. Se Amelia avesse realizzato la sua idea di vita perfetta da donna sposata e madre, probabilmente non avrebbe mai incontrato Alberto, Milvia, Lidia e Viola, i suoi simpatici amici attempati che parlano in romanesco e le regalano sorrisi anche nelle giornate più difficili; non si sarebbe riscoperta una donna multitasking alle prese con ben tre lavori diversi e, infine, non avrebbe conosciuto Federico, il principe azzurro delle fiabe. 

Perché la vita non finisce a 30 anni, inizia semplicemente una fase più matura e consapevole, ma non per questo meno bella. 

lunedì 9 novembre 2020

[BLOGTOUR]: “ALICE, DOROTHY, WENDY - LE TRE FIGURE FEMMINILI”


Ciao a tutti miei cari lettori, sono tornata su questi schermi per parlarvi di una meravigliosa nuova uscita edita Oscar Vault: “Alice, Dorothy e Wendy”, tre personaggi che hanno affollato le nostre menti di bambini con le loro storie fantastiche e che non siamo mai riusciti davvero ad abbandonare. Ma perché queste tre figure femminili sono davvero così affascinanti? Riflettiamoci insieme, perché la risposta è davvero più semplice di ciò che pensiamo.

In un mondo di principesse, regine, fanciulle che hanno bisogno di essere salvate e sentono la necessità di trovare un principe azzurro, Alice, Dorothy e Wendy sono delle figure controcorrente, a tratti brillanti e completamente atipiche.


Il romanzo scritto da Lewis Caroll ha per protagonista una coraggiosa ragazzina bionda che si perde in un mondo fantastico - dopo essere caduta nella tana di un coniglio - e lì non incontra l’uomo della sua vita, ma una serie di personaggi meravigliosi e totalmente strambi.

Il gatto di Chesire grosso, matto, ma anche tanto arguto e furbo; il Cappellaio Matto con la sua perenne passione per l’ora del tè e le sue particolari “perle di saggezza” e ancora il Brucaliffo di poche parole, suscettibile e sempre attaccato al suo narghilè.

Alice con il suo vestitino azzurro pallido e il colletto bianco, incontra tutte queste figure particolari, a volte anche inquietanti, parla con loro, va incontro alle difficoltà e così si impone come una figura ribelle che sceglie da sola la strada da percorrere, compie degli errori e si corregge portandosi in salvo con le sue forze.

Il romanzo di Caroll è stato scritto in epoca vittoriana, periodo in cui le donne non avevano grandi possibilità di imporre la propria indipendenza e autonomia. Ecco perché Alice è un ragazza straordinaria, che si gode la vita, parla con la sua mente e affronta gli ostacoli che trova sul cammino con la sua intelligenza e caparbietà.


Un altro personaggio interessante è quello di Wendy Darling, la protagonista femminile del romanzo di JM Barrie. A questo punto devo dirvelo: io le persone che parlano di una sindrome di Wendy non le ho mai capite. Come si fa ad affermare che questa ragazza sia dipendente da Peter Pan e che si comporti da crocerossina?

Sì, Wendy si prende cura dei suoi fratelli sull’Isola che non c’è, ma questo perché - anche se durante il romanzo presenta un rifiuto verso la vita da adulta - nei fatti è l’unica a dimostrare un forte senso di responsabilità che la porta a vestire spesso i panni di “madre”, anche nei confronti dei Ragazzi Perduti.

Proprio lei, si rende subito conto che l’esperienza vissuta con Peter Pan l’ha cambiata, rendendola nei fatti una giovane donna, la quale è pronta a raccogliere i frutti della sua crescita e che finalmente non ha più paura della parola “adulta”.

Che poi alla fine, diciamoci la verità: noi donne siamo sempre un passo avanti agli uomini in fatto di maturità e Wendy ce lo ha mostrato fin dall’infanzia!



E Dorothy? All’inizio, rispetto alle altre due figure di cui ho già parlato in questo articolo, appare una ragazzina molto impaurita e debole, sicuramente ci sembra impossibile che possa affrontare il magico e bizzarro mondo di Oz con il solo aiuto del suo cagnolino Toto e di 3 strambi personaggi: l’uomo di latta, un leone codardo e uno spaventapasseri.

Invece, la vera forza di questa protagonista femminile è proprio la sua evoluzione: il pericolo costante, l’essere sballottata in un contesto completamente diverso dalla sua quotidianità, fa in modo che Dorothy trovi in sé la forza interiore per abbattere le difficoltà e tornare a casa con il suo cagnolino.

Dorothy diventa una donna forte, simbolo non solo della lotta contro il male - sconfigge la Strega cattiva dell’Ovest - ma di tutte coloro che si trovano in una situazione sfavorevole e affrontando il pericolo, riescono a migliorarla. 

Spero che queste riflessioni su Alice, Wendy e Dorothy vi abbiano ispirati o quanto meno incuriositi, ma soprattutto che vi spronino a rileggere le storie di queste tre ragazze, guardandole sotto una nuova luce, più ribelle, più atipica, più consapevolmente femminile.

Un abbraccio a tutti voi e a presto

La contessa rampante

mercoledì 18 marzo 2020

[Recensione]: "Il ritratto" di Ilaria Bernardini




Titolo: Il ritratto
Autore: Ilaria Bernardini
Casa editrice: Mondadori
Data di pubblicazione: 28 Gennaio 2020
Pagine: 369
Prezzo: 19,00 €

Sinossi

Valeria Costas, è una scrittrice amata in tutto il mondo, ha dedicato la sua vita ai libri e al suo grande amore Martìn Aclà. Mentre lei vive solo a Parigi, lui abita a Londra con moglie e figli. I due sono amanti da più di 25 anni e nessuno sa di loro. Quando Valeria scopre alla radio che Martìn ha avuto un ictus, il suo mondo crolla. Deve trovare un modo per vederlo e stare con lui, così escogita un piano: commissiona il proprio ritratto alla moglie di Martìn, Isla Lawndale, una famosa pittrice e grazie a questa bugia riesce a inserirsi in casa Aclà. 
Così Valeria e Isla si ritrovano una davanti all'altra, affascinate e intimorite l'una dell'altra. Giorno dopo giorno le due donne si studiano e cominciano a raccontarsi, creando un'intimità sempre più profonda. Isla capirà tutto? Valeria confesserà? Per scoprirlo dovrete leggere il ritratto.


Recensione

Leggo davvero tanti libri, una cinquantina all'anno più o meno. Durante la lettura mi capita di accedermi di rabbia, di detestare personaggi, di sorridere per delle frasi che forse direi anche io, ma difficilmente accade che mi emozioni. Davanti a un film sempre, a teatro pure, ma un libro per commuovermi deve davvero farmi soffrire, graffiarmi dentro e lasciarmi un ricordo importante.
Con "Il ritratto" di Ilaria Bernardini mi è successo proprio questo. 

La storia che racconta l'autrice è davvero realistica e appassionate, tanto da macinare pagine e pagine e non accorgervene neanche. Protagonista è Valeria Costas, una scrittrice famosa che è amante di un uomo da più di 25 anni. La parola amante è, però, riduttiva. Perché lei e Martìn si amano da sempre, anche se lui ha una moglie e tre figli. Un giorno la vita della donna è sconvolta da una terribile notizia che apprende alla radio: Martìn ha avuto un ictus, è costretto a letto e deve la sua vita a dei macchinari a cui è attaccato. Valeria deve trovare un modo per rivedere l'uomo che ama e così si aggrappa a un piano disperato: un ritratto commissionato alla celebre pittrice Isla Lawndale, moglie di Martìn.


"Cosa vuol dire amare? Come sopravviviamo alla nostra storia, al nostro dolore? È un racconto sul lasciare andare via tutto, la vita, il possesso, la gelosia, la giovinezza, il passato, il presente. Sulla resa e la sopravvivenza. Infine, sul lasciare andare anche il desiderio di sopravvivere e imparare a scomparire".


Valeria affida alle pagine dei libri che scrive i suoi pensieri e la sua stessa vita: l'amore per Martìn, quella terra greca a cui resta legato il ricordo di sua madre Theodora e della sorella Sybilla, il volto di un padre che non c'è mai stato e tanto altro. Perché non c'è solo Valeria, Martìn e Isla, ma un mondo di eventi e personaggi legati a queste tre figure principali di cui piano piano Ilaria Bernardini ritrae i volti e le storie personali, con stralci di racconti, momenti ed eventi significativi che il lettore raccoglie qua e là, ricostruendo l'intero puzzle narrativo del romanzo. 


"Non riesci a finire le cose dolorose?" aveva chiesto lei.
"E con la vita come fai?"
"Infatti soffro"aveva detto Martìn.


Valeria è l'amante, ma in poco tempo diventa l'amica dell'altra, la confidente di sua figlia, un volto familiare a cui ci si può appoggiare per rendere meno dolorosa la sofferenza. E questa non è finzione, non è approfittare del nemico. La Costas davvero si affeziona all'anima fragile di Isla e a quella ribelle dell'adolescente Antonia, forse per uno scherzo del destino o semplicemente perché anche lei ha bisogno di amore e consolazione. 
Tutto ciò accade non senza che la famosa scrittrice continui a porsi degli interrogativi, ma solo uno è quello a cui fanno perno tutti gli altri: ama Martìn talmente tanto da non lasciarlo andare? Ama Martìn talmente poco da non lasciare in pace la sua famiglia?


Tra bugie, sotterfugi, passioni e fughe si consuma il dramma di Valeria, una donna che si è sempre sentita sola, senza rendersi conto di essere stata proprio lei a volerlo. 


Ho cercato di non raccontarvi troppo di questo romanzo, perché voglio che lo scopriate da voi, mettendo insieme quei famosi pezzi del puzzle di cui vi ho parlato. 
Vi lascio con un consiglio: durante questa quarantena forzata regalatevi una storia meravigliosa e commuovente e non abbiate timore di far scorrere le lacrime e di emozionarmi, perché succederà ed in questo momento ne abbiamo davvero bisogno.


A presto, 
La vostra Contessa





mercoledì 16 ottobre 2019

[Recenione]: "Un anno felice" di Chiara Francini

   

Titolo: Un anno felice
Autore: Chiara Francini
Editore: Rizzoli
Pagine: 343
Data di pubblicazione: 25 Giugno 2019
Prezzo: € 18,00


Recensione


Melania e Beatrice, due nomi che non appartengono alla stessa persona, due nomi affibbiati alla protagonista di "Un anno felice" da sua madre Susy, la quale sperava che omaggiare due grandi donne della letteratura potesse essere di buon auspicio per la figlia. Beatrice, la donna angelo amata da Dante, sublime ed eterea. Melania, un'anima pia e devota che rimanda al celebre personaggio di Via col vento. Melania Beatrice, però, è colta, buffa, allegra, sopra le righe e goffa, ma soprattutto lei non si è mai sentita una Melania, piuttosto la sua antitesi: la caparbia e forte Rossella.


Melania vive a Firenze con la sua amica di sempre Franca, con la quale ha stretto un patto lecito e infrangibile da ragazze fuori corso, come loro amano definirsi: dormire nello stesso letto fino a quando una delle due non troverà l'amore.


Nell'incantevole cornice del capoluogo toscano, la protagonista di "Un anno felice", durante una tranquilla e abitudinaria merenda - rigorosamente a base di schiacciata - presso il locale dei suoi amici Giorgio e Gino, fa la conoscenza di Axel. Quest'ultimo è un uomo molto affascinante che per Melania incarna - almeno fisicamente - l'uomo ideale, quel principe azzurro a cui non ha mai smesso di credere. 

Moro, occhi quasi a mandorla, pelle olivastra e un nome che rimanda al grande amore della regina Maria Antonietta: Hans Axel Fersen. 

Melania se ne innamora perdutamente, ma contro ogni previsione - vista la sua descrizione fisica - Axel è svedese e la donna sa che se vuole coronare il suo sogno d'amore dovrà seguirlo nella sua patria.


"L'amore capita come le grazie. Si impara quando ti piomba addosso. È lui stesso che ci insegna lacerandoci e premiandoci di continuo. È un istinto. Solo che non capiamo quando inizia il premio e quando la tortura. Ed è lì che bisogna imparare, imparare a salvarsi. E a riderci su".



La felicità, però, ha un prezzo. Abbandonare la propria stabilità, perdere gli equilibri e riorganizzare la propria vita. È questo il destino a cui va incontro Melania, una nuova realtà tutta da affrontare fatta di parenti scomodi, della freddezza e del rigore svedesi. Tutto ciò che nell'esistenza di Melania non c'è mai stato. Tuttavia, nonostante le difficoltà, questa meravigliosa donna fiorentina si dimostra combattiva e pronta a tutto pur di continuare a vivere la sua fiaba d'amore. 
Infatti, anche in Svezia, riesce a portare avanti il suo lavoro di editor, a trovare una stimolante occupazione e a circondarsi di meravigliosi amici.

L'interrogativo che continua, però, a imporsi nella mente del lettore è: gli sforzi di Melania verranno ricompensati? Sarà abbastanza?

Per scoprirlo dovete leggere "Un anno felice", il terzo sorprendente romanzo di Chiara Francini, che con questa sua nuova storia riesce a spiazzare totalmente i lettori.

Un inizio che sembra essere l'incipit di una vera e propria fiaba che farebbe presupporre un facile, veloce e stucchevole lieto fine, invece, si rivela essere tutt'altro. 

Un finale totalmente inaspettato che evoca quello che è il vero e proprio tema centrale di questo libro: il lato oscuro dell'amore. Quello che ci affanniamo a rincorrere e a nutrire senza accorgersi di quanto sia sbagliato e di quanto ci possa rendere infelici.


Ringrazio Chiara Francini, non solo per la bellezza di questa storia, ma soprattutto per la sua intelligenza, gentilezza e disponibilità.

Leggete tutti "Un anno felice" e poi fatemi sapere cosa ne pensate!



A presto
la vostra Contessa
 


venerdì 20 settembre 2019

[Recensione]: "La polveriera" di Stefano Petrocchi




Il premio Strega è da sempre un formidabile contenitore di storie, perlopiù a sfondo giallo. Beninteso, non il giallo oro che lo zafferano dona all'omonimo liquore. Se c'è una tonalità appropriata, è piuttosto quella sulfurea delle gelide macchinazioni. Maria Bellonci scriveva di possedere ben chiara "la percezione di aver architettato una polveriera".



Il Premio Strega è da sempre croce e delizia degli autori nostrani, sia di quelli già affermati che di coloro che sono agli esordi. L'unico riconoscimento italiano capace di triplicare - e anche più - il numero delle vendite del romanzo vincitore; l'unico evento che spinge il nostro paese a parlare di letteratura per mesi e mesi - fin dalla proclamazione della dozzina finalista - l'unico premio che con le sue polemiche, clamorosi ritiri, meravigliosi romanzi e inaspettate sconfitte, continua ad affascinare gli italiani anche dopo 72 anni.

Chi di voi non è mai stato curioso di conoscere tutti i retroscena che si celano dietro a questo celebre Premio?

Penso tutti, io per prima. 
Quest'anno ho fatto tantissime ricerche sul web per raccogliere indiscrezioni e segreti del Premio Strega, cercando di orientarmi tra clamorose bufale e fonti autorevoli.
Questo fino a quando non mi sono imbattuta in un vero e proprio scrigno che contiene tutte le curiosità sul premio Strega, anche le più piccole e inimmaginabili: "La polveriera"di Stefano Petrocchi.


Stefano Petrocchi è l'attuale direttore della fondazione Bellonci, colui che ha lavorato a stretto contatto con Anna Maria Rimoaldi, amica ed erede di Maria Bellonci.
A Petrocchi nel '99 venne assegnata una borsa di studio per collaborare all'inventario dell'immenso carteggio Bellonci, mentre nel 2000 si trovò a lavorare nella segreteria del Premio e quindi a collaborare con il Capo, l'appellativo che l'autore utilizza per riferirsi alla Rimoaldi.

Stefano Petrocchi    
                                                       
La personalità forte e particolare di quest'ultima, viene descritta perfettamente dai ricordi della vita vissuta con lei che Petrocchi mette nero su bianco: il Capo non apportava riforme allo Strega perché non la riteneva una "sua creatura"; era solita modificare i nomi delle persone a cui si affezionava e utilizzava l'aforisma "chi vince male lo Strega, mal gliene incoglie" riferendosi a quei romanzi che a suo parere non avrebbero dovuto vincere il Premio e che invece lo vinsero (leggete il libro per scoprire il nome di uno di questi ultimi).

                                                               Anna Maria Rimoaldi

Oltre al ricordo della Rimoaldi, "La polveriera" contiene della preziose curiosità sul premio Strega. 
Ad esempio, lo sapevate che Dacia Maraini nell'edizione del 2000 dovette annunciare la sconfitta di suo padre Fosco che quell'anno arrivò secondo con il suo romanzo "Case, amori, universi" edito Mondadori?

E che "Le lezioni americane" di Calvino stavano per essere candidate postume nel 1988?

Non voglio dirvi di più, altrimenti vi privo della bellezza di leggere e scoprire degli altri incredibili retroscena dello Strega presenti in questo libro.

Ma, devo aggiungere un altro motivo per cui vi consiglio caldamente questo romanzo. Nelle pagine finali de' "La polveriera" trovate delle schede che vanno dal 1947 - anno di inaugurazione del Premio - al 2014. In ognuna di esse sono riportati: il titolo e l'autore del romanzo vincitore; il premio vinto in denaro; il numero dei votanti, la dozzina finalista, la prima votazione - quella in cui si elegge la dozzina - e la seconda votazione, quella in cui viene eletto il vincitore. 
Queste pagine sono davvero preziose, prima di tutto perché potrete sempre avere a portata di mano una sorta di archivio storico dello Strega e poi in quanto vi permettono di scoprire dei titoli ormai quasi sconosciuti che vale la pena recuperare.


Probabilmente vi ho detto anche troppo, ma ci tengo davvero a consigliarvi questo romanzo che nelle librerie di un lettore italiano e di un appassionato del Premio Strega, non può davvero mancare.


Buone letture,
a presto
la vostra Contessa








martedì 30 luglio 2019

[Blog tour]: Il commensale invisibile - Il commensale di Gabriela Ybarra




"Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo".

Questo afferma Tolstoj nell'incipit di "Anna Karenina", una frase che ho trovato adatta a introdurre questa seconda tappa del blog tour de'"Il commensale". Oggi, infatti, parliamo del tragico evento che ha segnato in modo indelebile l'esistenza di Gabriela Ybarra e della sua famiglia: il rapimento e l'uccisione di suo nonno Javier da parte dell'ETA.


"Si racconta che nella mia famiglia si sieda sempre un commensale in più a ogni pasto. È invisibile, ma c'è. Ha il suo piatto, il suo bicchiere e le sue posate. Di tanto in tanto appare, proiettando la sua ombra sul tavolo e facendo svanire qualcuno dei presenti.
Il primo a svanire fu mio nonno paterno.



Gabriela scopre ciò che è accaduto a suo nonno solo durante gli anni della scuola, quando i suoi amici - tra cui la nipote del medico legale che ha esaminato il corpo di Javier - gliene parlano. A questo punto la ragazza inizia a documentarsi e lo fa cercando informazioni in internet e solo in seguito alla malattia della madre decide di dar vita a un lavoro di ricerca che la porterà alla stesura de' "Il commensale".


Proviamo a tornare indietro e facciamo chiarezza sull'accaduto. 

È la mattina del 20 maggio 1977, quando gli uomini dell'ETA fanno irruzione nell'abitazione di Neguri, ammanettano i fratelli Ybarra e rapiscono il capofamiglia Javier. 

La cosa che più lascia sorpreso il lettore è la calma e la serenità con cui l'uomo affronta il suo destino. Esce dalla doccia e si veste con la mitragliatrice puntata addosso e per tutto il tempo della prigionia scrive ai figli parole d'affetto, li esorta a non preoccuparsi per lui e ripone sempre una fervida speranza nella fede.

Ma cos'é l'ETA e perché Javier Ybarra era uno dei suoi bersagli?

L'ETA era un'organizzazione terroristica armata scioltasi nel 2018, che aveva come scopo quello di proclamare l'indipendenza del popolo basco. 



Javier Ybarra


Javier Ybarra fu sindaco di Bilbao, presidente del distretto di Vizcaya e del Tribunale dei Minori. Insomma, ricoprì diverse cariche politiche e fu uno degli obiettivi dell'Eta perché considerato il referente intellettuale di Neguri e, in lui il gruppo terroristico riconosceva il potere spagnolo.

L'autrice, nella prima parte del suo romanzo ci parla del rapimento del nonno corredando il suo testo con le fotografie dell'epoca - come quella del padre ammanettato - le lettere scritte da Javier e, soprattutto, stralci di giornale che riportano le varie tappe che vanno dalla sparizione al ritrovamento del corpo di Ybarra. 

Ciò, però, di cui il lettore deve tenere conto è che si tratta pur sempre di un romanzo in cui, come afferma Gabriela nell'introduzione alla sua opera, è riportata una libera ricostruzione della storia della sua famiglia. 
Ai documenti dell'epoca sono state apportate delle piccole modifiche e spesso l'immaginazione ha preso il posto della realtà. 

Ma ciò non sminuisce il lavoro di questa giovane autrice, che con il suo "Il commensale" è stata nominata per il Man Booker Prize, anzi ne eleva il valore. Perché raccontare l'infelicità di una famiglia, sconvolta da un lutto così grande che si riversa nella storia di un'intera nazione, non deve essere stato affatto semplice. 

Ci si potrebbe chiedere, come ha trovato il coraggio di farlo? Come ha deciso di mettere nero su bianco la sua storia familiare?
Ve lo racconta Emanuela nella terza tappa del blog tour de' "Il commensale" che sarà online il 6 agosto.

Trovate la prima tappa sul blog di Carmen e l'ultima che uscirà il 13 agosto da Federica

Intanto, vi consiglio caldamente la lettura de' "Il commensale", un libro che vi farà riflettere sul valore della vita umana, della morte e della famiglia, affrontando tematiche care a ciascuno di noi attraverso una scrittura delicata, elegante e, in molti casi, commovente.





A presto, 
la vostra Contessa