lunedì 20 maggio 2019

[Nel nome della Strega]: Samlibrary94 recensisce "La Straniera" di Claudia Durastanti


«In italiano, il verbo “sentire” coincide con la capacità di provare un sentimento e un senso preciso, l’udito. In inglese non è così, “to hear” e “to feel” sono due azioni ben distinte. Non so come funzioni nelle altre lingue. E non so come potrò tradurre le volte che mia madre resta distesa sul letto con gli occhi chiusi e bisbiglia “Non sento niente”, senza perdere tutto quello che vuole dirmi».



La straniera di Claudia Durastanti è un’opera di autofiction, in cui la realtà viene manipolata dall’autrice e in cui le vicende personali e famigliari incontrano la saggistica.

La storia che racconta Claudia è insieme la sua storia e quella dei genitori, entrambi sordi per ragioni differenti sin dall’infanzia e che a questa disabilità decidono di rispondere in maniera del tutto anticonvenzionale, rifiutando il proprio limite fisico e rispondendo con incoscienza, anarchia e violenza.

La biografia che Claudia decide di creare non segue una linea temporale, ma le vicende raccontate vengono raggruppate per macro-argomenti e in questo senso la particolare struttura del libro risulta molto innovativa dal momento che i capitoli sono divisi e denominati come le sezioni di un oroscopo: famiglia, viaggi, salute, lavoro & denaro, amore, di che segno sei?


Il tema centrale del romanzo risulta chiaro sin dal titolo dell’opera: l’essere straniera.
Questa estraneità viene rappresentata dalla stessa Claudia, nata a Brooklyn e trasferitasi poi, all’età di sei anni in un paesino della Val d’Agri, in Basilicata, e poi di nuovo a Roma per gli studi in antropologia e ancora a Londra, dove tutt’ora risiede e lavora. Il suo essere straniera è quindi in questo caso un eccesso di radici, una possibilità di scelta tra tante patrie, che però porta inevitabilmente a non sentirsi mai del tutto a casa. L’inadeguatezza in questo caso risulta, quindi, nell’essere troppo Americana per essere Italiana e troppo Italiana per essere Americana, un sentimento che, personalmente, posso affermare di conoscere bene.
Ma stranieri sono anche i suoi genitori, che risultano estranei alla società, dal momento che il loro difetto fisico, a cui si aggiunge anche una malattia di tipo psichiatrico, risulta inevitabilmente in un handicap, uno svantaggio di tipo sociale, a cui essi decidono di rispondere con eccesso e violenza, vivendo una vita spericolata, senza regole, rifiutando ogni convenzione, tra cui anche il linguaggio dei segni.


La Durastanti affronta in questo libro tanti temi importanti: la disabilità dei suoi genitori e lo svantaggio che da ciò deriva; la povertà vista quasi come una malattia; le migrazioni, prima quelle dei suoi nonni verso l’America negli anni Sessanta e poi, in un percorso inverso, la sua migrazione verso l’Italia e poi ancora verso l’Inghilterra; la forza della letteratura, perché per Claudia esiste sempre un prima e un dopo un determinato romanzo e perché nel libro non mancano certo i riferimenti letterari, ma non solo, alle opere che più hanno avuto impatto nella sua vita; l’amore e i legami famigliari, perché il rapporto con la madre e la sua figura risultano centrali in tutto il romanzo.
Ma nonostante ciò il suo romanzo rimane senza moralismi, nessuna catarsi finale, nessuna pretesa di dare insegnamenti.


Le basi per un buon romanzo ci sono tutte, eppure, Claudia Durastanti non è riuscita a conquistarmi.
Il suo libro risulta confuso, disordinato, spesso sconclusionato.
Tra continui citazionismi e frasi che cercano di risultare memorabili è difficile arrivare ad essere coinvolti appieno dalla storia che viene raccontata, non si prova empatia con i personaggi/persone e la continua artificiosità delle immagini che crea o delle parole che accosta rende il romanzo forzato, poco scorrevole e piacevole.


Chiuso il libro, inoltre, mi sono chiesta che cosa mi avesse lasciato e a giorni di distanza la risposta sembra essere sempre la stessa: niente.
Ed è un peccato, perché Claudia Durastanti è un’autrice che potrebbe avere tanto da raccontare, ma in questo caso non è riuscita, purtroppo, almeno per me, a farlo bene.


Samanta Zhang

lunedì 4 marzo 2019

[Recensione]: "La profezia dei Gonzaga" di Tiziana Silvestrin




"Il soffitto ribassato, l'oscurità, i muri massicci e le spesse grate di ferro alle finestre davano un senso di oppressione che schiacciava il petto e prendeva la  gola, l'aria stagnante odorava di polvere e di muffa.
Il rumore del cancello che si chiudeva alle sue spalle provocò al capitano un dolore sordo.
Sarebbe uscito vivo da lì?"



Titolo: La profezia dei Gonzaga
Autore: Tiziana Silvestrin
Casa editrice: Scrittura&Scritture
Data di pubblicazione: 29 Novembre 2018
Pagine: 358
Prezzo: € 14,50

Trama

Mantova, 1596. È sparita la mummia del Passerino. Un astrologo aveva predetto che la stella dei Gonzaga avrebbe brillato nel cielo finché avessero custodito a Palazzo Ducale il corpo del Passerino.
Il duca Vincenzo, preoccupato per le sorti della dinastia, convoca Biagio dell'Orso, affascinante e introverso capitano di giustizia, l'unico in grado di risolvere i casi più spinosi. Il destino dei Gonzaga è ora nelle sue mani.
Tra agguati, nemici e oscuri presagi, ce la farà il duca a fare luce su questo mistero?
Lo scoprirete leggendo "La profezia dei Gonzaga".



Recensione

Lo scorso anno ho vissuto a Mantova per nove mesi. È stata la mia città, il mio rifugio. Non ci siamo piaciute fin da subito, ma con  il tempo ho imparato ad apprezzarla. Le mille visite a Palazzo Ducale, tutte le volte che ho attraversato il giardino di Palazzo Te al ritorno da scuola, il Mincio e le passeggiate al lago sono cose che ricorderò per sempre. Ecco perché, quando la casa editrice Scrittura e Scritture mi ha proposto di leggere e recensire "La profezia dei Gonzaga" ho subito deciso di accettare, sperando di ritrovare tra quelle pagine il luogo in cui avevo vissuto. 


"La profezia dei Gonzaga" ha per protagonista il capitano di giustizia Biagio dell'Orso, chiamato a corte per risolvere un caso pericoloso e complesso: la scomparsa del Passerino.
Ma cos'è, o meglio, chi è il Passerino? 
Il Passerino è Rinaldo Bonacolsi, uno dei membri più importanti della famiglia che governò Mantova per mezzo secolo, fino a quando i Gonzaga non  ne contestarono l'autorità. Infatti, il 13 agosto 1328 Luigi Gonzaga entrò nella città di Mantova seguito dai suoi figli e da una grande armata, e il Passerino credendo che sarebbe bastata la sua presenza per mettere a tacere i tumulti, affrontò i suoi nemici senza scorta e morì dopo essere stato gravemente ferito. 
A questo punto diventa tutto molto interessante. Sembra, infatti, che Luigi avesse ricevuto una profezia da una strega, secondo la quale i Gonzaga avrebbero continuato a governare indisturbati Mantova fino a quando avessero custodito la mummia del Passerino nel Palazzo Ducale. 

È proprio da qui che prende le mosse il thriller storico di Tiziana Silvestrin, autrice di una vera e propria saga dedicata alla famiglia Gonzaga. La mummia del Passerino scompare e la colpa viene fatta ricadere sull'architetto Antonio Viani, che sconvolto prega il capitano di risolvere il mistero per poter evitare la pena che lo terrorizza: il carcere. Infatti, secondo il duca Vincenzo, Viani incaricato a presiedere ai lavori edili del Palazzo, non  ha ben vigilato su quel prezioso amuleto, simbolo della potenza della famiglia Gonzaga.

Con  un ragionamento logico, tanta scaltrezza e idee geniali pian piano Biagio dell'Orso inizia a sbrogliare la matassa che c'è dietro questa sparizione, che non  è frutto di una semplice disattenzione del suo amico architetto, ma di un piano ben definito e organizzato per attaccare la famiglia regnante mantovana. 

All'interno di questo romanzo troviamo poi tante figure che accrescono la narrazione e la rendono più incalzante: la veneziana Rosa, compagna di Biagio, preoccupata e pazza di gelosia per la vicinanza del suo uomo a un'altra donna; il consigliere ducale Marcello Donati e sua moglie Cecilia che cercano di comprendere chi e in che modo abbia tramato contro i Gonzaga; e poi ancora il mago e illusionista Colorni e sua figlia Estrella che fungono da simpatici aiutanti; il braccio destro di Biagio, Giò Morisco e via discorrendo.

Infine, bisogna dire che la cosa ancor più interessante di tutta la narrazione è data dal fatto che Tiziana Silvestrin riesce a tracciare un ritratto veritiero dell'incantevole città di Mantova, riportando tra le sue pagine i luoghi nevralgici della città, ricostruendo gli avvenimenti storici con minuzia e precisione e, descrivendo cibi, ambienti e usanze dell'epoca in un modo che non  potrà che affascinare i suoi lettori.



Giudizio



Assegno 4 stelle a "La profezia dei Gonzaga" che ho apprezzato tantissimo per la sua verità storica e che ho trovato molto scorrevole e coinvolgente tanto da terminarne la lettura in pochi giorni.

Qui trovate il link dove acquistare questo e gli altri volumi della saga dei Gonzaga: https://www.scritturascritture.it/prodotto/la-profezia-dei-gonzaga-tiziana-silvestrin-copia/


Spero accetterete il mio consiglio e vi tufferete tra le pagine di questo meraviglioso thriller storico.


A presto
La vostra Contessa

giovedì 28 febbraio 2019

[Recensione]: "L'annusatrice di libri"di Desy Icardi



"Adelina promise e si diresse verso casa, domandandosi se una vita senza libri avesse davvero motivo di essere vissuta".





Titolo: "L'annusatrice di libri"
Autore: Desy Icardi
Casa editrice: Fazi editore
Data di pubblicazione: 28 Febbraio 2019
Pagine: 407
Prezzo: 16,00 €

Trama

Torino, 1957. Adelina ha 14 anni e vive con la zia Amalia, una ricca vedova, molto parsimoniosa che non le dedica grandi attenzioni. La ragazza ha grossi problemi a scuola perché, alla sua età, non riesce a ricordare le lezioni e ha difficoltà a leggere.
Il reverende Kelley, suo severo professore, gli affianca allora la sua brillante compagna di scuola Luisella. 
È proprio durante queste lezioni che Adelina si renderà conto di avere un grande dono: può leggere con l'olfatto.
Questo suo talento rappresenta, però, anche una minaccia. Infatti, il padre di Luisella vuole servirsi di lei per decifrare il codice antico più misterioso al mondo. 
Cosa succederà? Adelina riuscirà a cavarsela?
Lo scoprirete solo leggendo questo romanzo che diffonde il vero amore per i libri.




Recensione

Leggere è una passione che racchiude in sé dei rituali. Collocarsi davanti alla libreria, passare in rassegna gli scaffali colmi di libri con lo sguardo, scegliere un titolo e, prima di aprire la prima pagina, annusarlo. Sì, avete letto bene. Annusarlo. Per far sì che le narici si impregnino di quell'odore di carta appena stampata che manda noi lettori in visibilio. 

Perché questa premessa? Beh, sappiate che "L'annusatrice di libri" è un romanzo che ha per protagonista gli stessi libri, ma ne parla in modo non convenzionale. Non troverete citazioni letterarie messe lì a caso in modo da far sì che le ragazze di oggi possano utilizzarle come didascalia per le loro foto social, e non potrete neanche incappare in riferimenti letterari arditi inseriti dall'autore solo per darsi un tono. No, in queste pagine c'è solamente Adelina, una ragazza di quattordici anni che ha un dono speciale: riesce a leggere i libri annusandoli. 

Adelina si trasferisce dal suo paese piemontese a Torino, città dove vive sua zia Amalia che la ospiterà. Zia Amalia, donna un po' stramba con un passato da soubrette, non ha per niente un ruolo secondario all'interno della narrazione, proprio perché il romanzo si svolge su due piani temporali diversi.
Il presente in cui si svolgono i fatti che hanno per protagonista Adelina e la scoperta del suo dono, e il passato che si focalizza sulle peripezie e le avventure affrontate da Amalia prima di "sistemarsi" e diventare una signora. 

Queste due sezioni non si sovrappongono l'una all'altra, anzi si integrano perfettamente tra loro senza creare confusione, ma dando un valore aggiunto al romanzo che così, capitolo dopo capitolo, finisce per appassionare sempre di più il lettore che si divide tra l'apprensione e la curiosità provata per Adelina e la simpatia per quella strana donna di Amalia. 


Adelina vive il suo dono, in un primo momento con vero timore, ma poi pian piano si abitua e inizia a incantare il lettore con le descrizioni degli odori che i libri le suggeriscono: profumo di rosa, di gelsomino, d'amore, di tortura, di pedanteria ecc.
Così davanti ai nostri occhi sfilano alcuni dei romanzi che tutti abbiamo letto - o abbiamo voglia di leggere - almeno una volta nella vita: Jane Eyre, la Gerusalemme liberata, Orgoglio e pregiudizio, i Promessi sposi e tanti altri. 
Adelina li avvicina al naso e ne acquisisce le storie. E noi siamo combattuti tra due sentimenti: un po' la invidiamo e un po' la compatiamo, perché si sa che a noi lettori piace stare dietro le righe per scoprire le parole in superficie e in  profondità, ma soprattutto ci appelliamo alla facoltà di far durare il libro che abbiamo in lettura il tempo che desideriamo. 
Adelina invece no. Infatti, con  il suo dono riesce a "ingurgitare" anche tre libri a notte, tanto da farsi venire un forte mal di testa per lo sforzo. 


Questo meraviglioso dono, però, ha dei risvolti negati dei quali è a conoscenza solo il severo reverendo e professore Kelley. Di cosa si tratta? Non posso anticiparvi nulla, ma sappiate che il giallo è contenuto tutto all'interno di un codice antico che il notaio Vergnano - padre dell'amica di Adelina - farà di tutto per decifrare. 




Giudizio





Insomma, assegno 4 stelle a questo romanzo che con la sua buona dose di magia, mistero, antagonisti e aiutanti, assume le vesti di una vera a propria fiaba che ha una sola morale: l'amore per i libri non ci tradirà mai, perché essi ci faranno da "insegnanti" per tutta la durata della nostra esistenza.




Vi ricordo inoltre che da oggi fino al 31 marzo, "L'annusatrice di libri" è in sconto a soli 10 euro. Approfittatene!



A presto 
la vostra Contessa.



giovedì 14 febbraio 2019

[Recensione]: "Fedeltà" di Marco Missiroli





"Con lui aveva intuito che l'infedeltà poteva essere verso se stessa [...] e aveva saputo che il senso di colpa era un processo banale. La realtà dei fatti, era che era stato naturale. Aveva scopato un ragazzo che le piaceva e che l'aveva fatta godere. Cosa aveva tolto al suo matrimonio?"



Titolo: Fedeltà
Autore: Marco Missiroli
Casa editrice: Einaudi
Data di pubblicazione: 12 Febbraio 2019
Pagine: 224
Prezzo: € 19,00

Trama

Margherita e Carlo non sono una coppia in crisi, hanno un'intesa tenace e si definirebbero felici. Ma un presunto tradimento di lui si trasforma in ossessione per entrambi e diventa un alibi potente per le fantasie di sua moglie.
Nella vita dei due coniugi si inseriscono pian piano Sofia e Andrea. 
Sofia è una giovane studentessa di Carlo, Andrea è il fisioterapista di Margherita. 
L'interrogativo di questa storia è: se siamo fedeli a noi stessi quanto siamo fedeli agli altri?
La risposta si insinua nella forza quieta dei legami, tenuti insieme in queste pagine da Anna, madre di Margherita, il faro illuminante del romanzo, uno di quei personaggi capaci di trasmettere il senso dell'esistenza.


Recensione



Oscar Wilde afferma: "L'unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi". Ma è davvero così? 
Basta lasciarsi andare, sentirsi liberi di tuffarsi nel proibito per archiviare uno sbandamento che può trasformarsi in ossessione?

È proprio questo il quesito attorno a cui ruota la storia di Carlo e Margherita. Lei è un'agente immobiliare, lui un professore che sogna di diventare scrittore, ma in realtà non ci ha neanche mai provato a scrivere qualcosa che sia degno della parola "romanzo". I due sono una coppia felice, fino a quando nella loro vita non si inserisce il dubbio: Carlo è stato visto nel bagno dell'università in compagnia di una studentessa.

Da quel momento lui è ossessionato dal tradimento e lei inizia a utilizzare il presunto adulterio del marito come pretesto per svagare la sua mente e lasciarsi andare a fantasie momentanee che le permettono di sentirsi viva.



"Che parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento. Rispetto a cosa avrebbe tradito? Cosa toglieva consumandosi con un'altra ragazza, accaparrandosi una gioia momentanea. Alzarsi, rivestirsi, senza instaurare rituali romantici o affettuosi, preservando la liturgia che con sua moglie aveva consolidato negli anni e non avrebbe mai messo in discussione. Cura del patto, costruzione del rapporto, devozione: un lessico che in letteratura era un sinonimo di ingenuità ma che lo inchiodava alla prova dei fatti".


Il tradimento è uno temi più trattati in letteratura, ma Missiroli nel suo nuovo romanzo ne parla in una maniera che potrei definire rivoluzionaria per ben tre motivi.
Il primo è quello della "coppia felice". Di solito quando si tradisce la prima giustificazione a cui ci si appiglia è: eravamo in crisi, c'erano dei problemi. Ma qui non è così. Carlo e Margherita vivono la loro vita matrimoniale in maniera serena, hanno ancora una grande intesa sia fuori che sotto le lenzuola e non pensano neanche una volta di porre fine alla loro esistenza insieme. Però tradiscono o almeno hanno delle tentazioni e provano attrazione sessuale verso altri. Chi non ne prova? Amare una persona significa perdere la facoltà di desiderarne un'altra? Assolutamente no, perché gli impulsi e gli istinti degli esseri umani non sono razionali e soffocarli non si rivela sempre la soluzione giusta.


Così arriviamo al secondo motivo "l'altro/l'altra". L'autore non si limita ad indagare solo lo stato d'animo dei coniugi infedeli, ma anche di coloro che innescano il tradimento: gli amanti. 
L'altra è Sofia, una giovane studentessa di Rimini. Lei non è una vittima, ma neanche una carnefice. 
Carlo la guarda dalla sua cattedra, mentre la ragazza è intenta a svolgere un esercizio di scrittura, e desidera ardentemente possederla. L'atteggiamento di Sofia si rivela molto interessante, vorrebbe ma sa di non potere. Quindi, messa alla prova dalla rivelazione di intenti di Carlo nel bagno dell'università, allunga le distanze. Ma poi si pente di quel non svelato, di quel lasciato a metà e un po' vorrebbe tornare indietro e un po' no. Esattamente come Carlo. 

Ma se non cedere significa ossessione, cedere vuol dire liberazione?
Margherita crede di saperlo, ma non lo sa. Andrea - l'altro - è il suo fisioterapista ventiseienne. Durante le sedute lui è costretto a sfiorarle il pube, quella zona erogena che fa sì che si risveglino i suoi appetiti sessuali, le sue fantasie più nascoste che per lei diventano una necessità da soddisfare. 

L'adulterio in questo romanzo si appropria di un nuovo significato, opposto a quello che vorrebbe la sua definizione, ma che invece ha un senso più profondo e reale: la fedeltà.
Si può essere fedeli a se stessi pur tradendo gli altri, perché spesso per andare avanti bisogna sentirsi vivi e sapere che lo si può fare rischiando è anche meglio. Come Carlo, che si chiede sempre se ce la farà ad andare a letto con un'altra e a far sì che la moglie non lo scopra continuando la vita di tutti i giorni come se niente fosse accaduto. Come se non fosse andato a letto con un'altra prima di cena, dopo aver accompagnato il figlio a scuola o durante la pausa pranzo. Ma ce la fa, ci riesce. Perché è naturale, è  umano. Non è riuscito a trovare un lavoro all'altezza delle aspettative di suo padre, non riesce a scrivere un romanzo, ma riesce a tradire e a soddisfare i suoi istinti sessuali.


Ma andiamo al terzo motivo: il "futuro".
"Fedeltà" è diviso in due parti. La prima è ambientata nel 2009, mentre la seconda nel 2018.
Missiroli si è chiesto cosa potesse succedere dopo un tradimento, riferendosi non a un futuro immediato, ma a un futuro prossimo. Così, ritroviamo i quattro protagonisti delle infedeltà 9 anni dopo le vicende che li hanno uniti e allontanati. Alcuni hanno dimenticato, mentre altri continuano a pensarci ossessivamente. Ed ecco che il lettore si ritrova a cambiare mille volte idea e diventa tutta un'alternanza di "soffoca e cedi" che si dissolvono nella parte finale del romanzo, la quale lascia spazio alle emozioni più forti che non lasciano scampo alla commozione.



" - Voi del dopoguerra vi allarmate solo per i soldi.
- Perché sui matrimoni ci adattavamo.
Margherita la fissò.
Sua madre era seria. 
- Adattarsi era una libertà, tesoro. 
- Io non ce la faccio ad adattarmi.
- A te le libertà faticose non ti sono mai piaciute."




Il personaggio più interessante di "Fedeltà" è sicuramente Anna, la madre di Margherita. 
Anna è una brava sarta e ormai vedova del suo Fausto, un uomo che molto probabilmente custodiva nel suo cuore anche un'altra donna. 
Anna è un po' il fil rouge di tutta la vicenda, in lei si raccolgono i segreti più intimi dei due coniugi, i loro dubbi e le loro incertezze. È una suocera attenta, nutre una grande devozione per suo genero e amore per sua figlia. Sa consigliare senza giudicare e placare le ansie e i malumori. 
Insomma, Anna è la luce che illumina le vite dei protagonisti di questo romanzo, lo spiraglio di speranza per il futuro. Quando il ritmo della storia diventa incalzante la figura di questa donna placida e sorridente dà vita a una boccata d'aria fresca, che il lettore si concede volentieri prima di ritornare all'intreccio e alle infedeltà delle fedeltà. 




Giudizio



Ci sarebbe ancora tanto altro da aggiungere, come le descrizioni di Milano che si fa teatro della storia di Carlo e Margherita e che l'autore ci fa scoprire a pieno portandoci a passeggiare tra Parco Sempione, via delle Leghe, via Concordia ecc. O ancora  potrei parlarvi del narratore che quasi spia i personaggi rivelandoci le fedeltà e le infedeltà di ognuno di essi. Ma basta così. "Fedeltà" è un romanzo che va scoperto pagina dopo pagina. Per me è stato per certi versi illuminante e spero che lo sia anche per voi. Voglio fare un solo appunto, trovo che all'interno della narrazione ci sia un non so che di non detto e di sospeso che mi ha lasciato un po' di insoddisfazione in alcuni punti della storia, avrei preferito più dettagli e particolari per soddisfare la mia sete di lettrice, ma questa "sottrazione" dell'autore è una scelta che rispetto e che non mi ha fatto apprezzare di meno la sua opera. Detto questo, concludo assegnando 4 penne a "Fedeltà" e con l'augurio di sentirne parlare presto accostato al Premio Strega.



Un abbraccio e a presto,
la vostra Contessa. 

lunedì 28 gennaio 2019

[Recensione]: "Madonna col cappotto di pelliccia" di Sabahattin Ali



"Sin dall'infanzia temevo di sciupare la felicità. Desideravo sempre conservarne un po' per il giorno dopo... Questo timore mi spingeva a rinunciare a molte opportunità... Ero sempre riluttante a desiderare di più perché non volevo perdere la serenità".




Titolo: Madonna col cappotto di pelliccia
Autore: Sabahattin Ali
Casa editrice: Fazi Editore
Data di pubblicazione: 10 Gennaio 2019
Prezzo: € 16,00
Pagine: 209

Trama

Quando ad Ankara, negli anni '30, un giovane conosce il suo collega di lavoro Raif Effendi, viso onesto e sguardo assente, è subito colpito dalla sua mediocrità. Quale può essere la ragione di vita di una persona simile? Qual è il segreto che si cela dietro una vita inutile? Il taccuino di Effendi consegnato in punto di morte al collega, contiene le risposte, raccontando una storia tutta nuova: dieci anni prima, un giovane e timido Raif  lascia la provincia turca per imparare un mestiere a Berlino. Visitando un museo rimane affascinato dal dipinto di una donna che indossa un cappotto di pelliccia, che lo colpisce talmente tanto da tornare ad ammirarlo ogni giorno. Finché una notte incrocia una donna per strada : la stessa donna del dipinto. Maria. Un incontro che gli sconvolgerà la vita. 



Recensione


Penso sia la prima volta che mi avvicino all'opera di un autore turco ed è stata un'esperienza molto toccante, quasi mistica. Parliamo di Sabahattin Ali, classe 1907, uno dei più grandi esponenti della letteratura turca del '900. Scrittore, poeta e giornalista, fu un comunista convinto e nei primi anni della Repubblica di Turchia finì in carcere diverse volte per via dei suoi articoli e delle sue storie. Morì a soli 41 anni, mentre cercava di attraversare il confine bulgaro per scappare in Europa, recando con sé la copia tedesca dell'Evgenij Onegin di Alexander Puskin.

Ma di cosa parla il romanzo Madonna col cappotto di pelliccia che in Turchia ha venduto più di un milione di copie in Turchia?

L'opera si divide in due parti che potremmo indicare con i titoli di 10 anni prima e 10 anni dopo.
La prima parte vede come protagonista un venticinquenne disoccupato che decide di non accettare la carità degli amici e vessa in condizioni di vita miserabili. Questo fino a quando non incontra un suo caro compagno di scuola Hamdi, che gli offre un posto presso l'azienda in cui lavora. Sarà proprio lì che il giovane uomo si imbatterà in Raif Effendi, collega di lavoro taciturno e solitario, che conduce uno stile di vita mediocre. Viene sbeffeggiato da tutti, nessuno gli riconosce i suoi meriti lavorativi e lui tanto meno cerca di mutare la sua condizione. 
Raif ha una salute cagionevole e spesso di assenta da lavoro, ma continua a svolgere le sue mansioni da casa. Accade, però, che le sue condizioni di salute si aggravano e così in punto di morte Effendi chiede al suo collega di buttar via un taccuino che conserva gelosamente nella scrivania del suo studio. Il giovane ragazzo si rende conto che in quel taccuino è contenuto il segreto della mediocre esistenza di Effendi e così decide di non disfarsene, ma inizia a leggerlo e a conoscere la vera storia di quell'uomo così enigmatico e miserabile. 


È proprio da qui che prende le mosse la seconda parte del romanzo. Siamo negli anni '20,  Effendi Raif lascia Ankara per andare a lavorare in un saponificio a Berlino. Qui il ragazzo conduce una vita solitaria in compagnia dei suoi romanzi russi e alla scoperta della città in cui si trova a vivere.
Effendi porta in errore il lettore, in quanto inizialmente incarna perfettamente la figura dell'inetto, inabile a vivere, incapace di provare sentimenti autentici, e di trovare un interesse che lo faccia uscire dal suo stato di apatia. Questo fino a quando non si imbatte in un dipinto, "Madonna col cappotto di pelliccia", autoritratto di Maria Puder. Raif rimane talmente folgorato da quella figura femminile che torna ogni giorno per poterlo ammirare in completa solitudine.
Quando meno se lo aspetta, però, Raif incontra la vera Madonna dal cappotto di pelliccia e da quel momento inizia finalmente a vivere. 


"Maria Puder mi aveva insegnato che avevo un'anima. E pure io per la prima volta scoprivo che anche lei, tra le tante persone che avevo incontrato, ne aveva una. Ovviamente ogni essere umano ne è dotato, ma non tutti ne sono consapevoli. La maggior parte delle persone passano per questo mondo del tutto ignare di ciò. Un'anima si manifesta solo quando trova la sua gemella e non ha più bisogno di confrontarsi con gli altri, con l'altrui raziocinio e gli altrui calcoli... Solo allora cominciamo a vivere veramente - a vivere con la nostra anima".


Ma, l'amore non è sempre felicità e gioia. Esso può essere dilaniante, può spazzare via tutti i nostri sogni e i nostri desideri futuri. Ed è proprio questo che accade a Raif. Nel momento in cui l'uomo inizia a vivere lo fa a 360 gradi, sperimentando tutti quei sentimenti che fino ad allora non credeva potessero appartenergli e che poi non proverà più per nessun'altra persona al mondo.

La seconda parte di questo romanzo costituisce un diario intimo e toccante, che difficilmente non porterà il lettore a commuoversi per quest'uomo così pieno di qualità e di amore che ha dovuto condurre, invece,  un'esistenza vuota e triste per via di un crudele destino. 
All'inizio mi veniva da pensare: "ma Raif non conosce rabbia, non è dotato di amor proprio?", mi arrabbiavo io per lui e desideravo che ponesse fine a questa cupa esistenza che non aveva niente a che fare con la vita vera. Poi, alla fine del romanzo, ho capito tutto e lo capirete anche voi.
Una volta trovata la felicità assoluta, quella che ti fa battere il cuore e ti fa sentire vivo, se la si perde con essa sparisce tutto: sentimenti, passioni, virtù, ed anche la vita stessa.


Giudizio

 


Assegno 3 penne e mezzo a questo romanzo, il primo scritto da un autore turco in cui mi imbatto.
Spero che tutti voi decidiate di leggerlo e non tanto per la trama che ho molto apprezzato, ma per gli spunti di riflessione che esso reca con sé. Perché Madonna col cappotto di pelliccia è un romanzo che, anche dopo averlo terminato, continua a parlarti e a palesarsi continuamente nella tua mente, conducendoti a porti una domanda: la mia è una vita felice?


A presto,
la vostra Contessa


mercoledì 23 gennaio 2019

Cosa penso de' "Gli indifferenti" di Moravia





"Così mi ero messo in testa di scrivere un romanzo che avesse al tempo stesso le qualità di un'opera narrativa e quelle di un dramma. Un romanzo con pochi personaggi, con pochissimi luoghi, con  un'azione svolta in poco tempo. Un romanzo in cui non ci fossero che il dialogo e gli sfondi e nel quale tutti i commenti, le analisi e gli interventi dell'autore fossero accuratamente aboliti i una perfetta oggettività. [...] Basti dire che io ancora prima di scriverne, desideravo vivere la tragedia. Tutto ciò che era delitto, contrasto sanguinoso e insanabile, passione spinta al grado estremo, mi attraeva infinitamente. Ciò che si chiama vita normale non mi piaceva, mi annoiava e mi pareva privo di sapore. Con ogni probabilità in quel tempo scrivere per me fu un surrogato delle esperienze che non avevo fatto e che non riuscivo a fare".


Le parole che avete appena letto rispondono ad una domanda che la rivista La nuova Europa pose ad Alberto Moravia: in che modo e per quale motivo hai deciso di scrivere "Gli indifferenti"?

Ma fermiamoci un attimo e torniamo indietro. 

È il 1925 quando Alberto Moravia non ha ancora diciottenne si trova in convalescenza a Bressanone, dopo lungo periodo trascorso in completa immobilità per curare una brutta malattia: la tubercolosi ossea. In questa circostanza, il giovane ragazzo si fa regalare una macchina da scrivere e si impegna nella stesura di quel romanzo che da tempo gli occupa la mente. Nella sua vita non c'è più spazio per la malattia, il dolore e la solitudine, Alberto è determinato a realizzare il suo sogno più grande: diventare un affermato scrittore. 

"Gli indifferenti" viene pubblicato nel 1929 e ottiene i pareri entusiastici di molti uomini di lettere dell'epoca come Borgese e Bontempelli. Tuttavia, nel clima del Ventennio fascista, questo romanzo rappresenta una voce fuori dal coro. La critica letteraria gli è infatti ostile, perché ne condanna l'aperta polemica sociale e il suo forte carattere antiborghese. In seguito, però, Moravia chiarirà che il suo esordio letterario non aveva alcun tipo di intento politico o sociale, ma solo letterario. Questo perché Alberto è nato e cresciuto nell'ambiente borghese, lo è egli stesso vivendo come tale e dopo aver scritto questo romanzo prende finalmente coscienza della sua condizione. Su questo punto sarà sempre chiaro come apprendiamo dalle sue stesse parole:


"Che poi Gli indifferenti sia risultato un libro antiborghese questa è tutta un'altra faccenda. La colpa o il merito è soprattutto della borghesia, specie quella italiana in cui ben poco o nulla è suscettibile di ispirare non dico ammirazione ma neppure la più lontana simpatia".


Ma di cosa parla "Gli indifferenti"?

Nel suo romanzo d'esordio Moravia racconta lo sfacelo di una famiglia borghese che vive d'apparenza, di valori precari e di grottesche pantomime. Quattro sono i suoi protagonisti: la madre Mariagrazia ridicola e assolutamente detestabile per le lagne e le isteriche scene di gelosia delle quali rende partecipe tutta la famiglia; il figlio Michele, ragazzo la cui vita è imperniata dal male di vivere e da una profonda indifferenza nei confronti di tutto ciò che lo circonda; la figlia Carla che, presa da un'insopportabile noia, decide di provare a cambiare la sua vita compromettendosi per sempre; ed infine c'è Leo, uomo d'affari e amante che guarda tutti dall'alto al basso del suo potere e sfrutta la ricchezza che possiede e il suo buon nome per il proprio tornaconto personale. In realtà, oltre a questi tre personaggi principali ce n'è anche un altro, il quale pian piano si immette nella vicenda e finisce per assumere un ruolo davvero importante ai fini dell'intreccio. Il suo nome è Lisa, coetanea di Mariagrazia e sua presunta amica. Anche lei è stata amante di Leo, ma adesso le sue attenzioni si sono spostate verso una nuova preda, per conquistare la quale è pronta a sfoderare tutte le sue armi di seduzione. 

Fin dalla prima pagina, il libro è imperniato da una forte tensione sessuale che viene evocata già nella prima scena in cui Leo cerca di sedurre la giovane Carla. Questa tensione si esaurirà quasi alla fine del romanzo e sarà uno dei motivi principali per cui il lettore non riuscirà a staccarsi dalle pagine de' "Gli indifferenti", fino a quando non lo avrà terminato. Solo una persona che non aveva rapporti con il gentil sesso (e forse non li aveva ancora mai avuti) e quindi insoddisfatta sessualmente, poteva rendere sulla pagina un tale eccitamento ancora inespresso. E Moravia, che in quel periodo era in piena convalescenza e attorniato solo dai suoi familiari, di certo non si intratteneva con giovani donne o riusciva a intrecciare relazioni amorose. 

Attenzione, però, sappiate che questo è il romanzo della non realizzazione. Nulla esplode sulla pagina, nulla avviene davvero o per lo meno non come penseremmo noi. Non dobbiamo dimenticarci, infatti, che i protagonisti di questa storia sono dei borghesi che provano noia ed indifferenza nei confronti della vita ed è proprio per questo che non trovano il coraggio di affrontarla di petto. I problemi si trascurano come se non esistessero davvero, si cerca di cambiare la propria esistenza non in positivo ma in negativo e, per di più, non si giunge mai alla resa dei conti. 
L'unico che sembra rendersi conto di ciò che sta davvero accadendo è Michele.

"Non esistevano per lui fede, sincerità, tragicità; tutto gli appariva pietoso, ridicolo, falso, dalla sua noia; ma capiva la difficoltà e i pericoli della sua situazione: bisognava appassionarsi, agire, soffrire, vincere quella debolezza, quella pietà, quella falsità, quel senso del ridicolo; bisogna essere tragici e sinceri".


Michele è quel che si dice un vero e proprio inetto, ma con una particolarità da non trascurare: è assolutamente consapevole della sua inabilità alla vita. Non trova un posto nel mondo, non sa qual è la strada giusta da percorrere, si sforza di provare sentimenti verso cui è totalmente indifferente, ma  resta comunque l'unico personaggio che non riesce a fingere fino in fondo. Michele è annoiato e non si cura di tutto ciò che sta succedendo alla sua famiglia: il fallimento economico, la virtù perduta di sua sorella e la spregiudicatezza della madre. Sono tutte cose che avverte con chiarezza, e che per tutto il romanzo prova a gestire prima con la finzione e poi con la verità, fallendo miseramente. 
Nonostante ciò, il lettore non può non affezionarsi a questo ragazzo, perché almeno una volta nella vita tutti ci siamo sentiti Michele, ci siamo resi conto di esserci smarriti e di non trovare più la motivazione per mandare avanti la nostra vita. Il male di vivere affligge tutti prima o poi, ma per il protagonista de' "Gli indifferenti" costituisce uno status quo permanente.

Mi sono già dilungata abbastanza su questo romanzo che ormai tutti conosco e che la maggior parte dei miei lettori avrà già letto. Sono certa, però, che tra voi c'è ancora chi, per via un timore reverenziale nei confronti di Moravia, non ha ancora affrontato quest'opera. Ecco, proprio a voi dico: non abbiate paura, aprite Gli indifferenti e leggetelo, perché vi renderete conto fin dalle prime pagine che è un romanzo attualissimo, pieno di spunti di riflessione che scorre via troppo in fretta. 


Spero di avervi convinti, ma se siete arrivati a leggermi fino a qui forse ho qualche speranza di essere riuscita nel mio intento.

Un abbraccio e a presto
La vostra Contessa




martedì 22 gennaio 2019

[Recensione]: "L'atlante dei luoghi misteriosi d'Italia" di Bongiorni e Polidoro



L'Atlante dei luoghi misteriosi d'Italia a cura di Francesco Bongiorni e Massimo Polidoro








Ormai al giorno d'oggi è difficile che qualcosa riesca a sorprenderci, per via del fatto che con l'impiego delle nuove tecnologie riusciamo a conoscere tutto delle persone, delle cose e dei paesi lontani o vicini a noi. Ma è proprio per "colpa" di questa facilità di ricezione delle notizie se spesso ignoriamo fatti, storie e leggende che hanno popolato e popolano ancora la nostra penisola. 
"L'atlante dei luoghi misteriosi in Italia" nasce proprio con l'intento di far compiere a noi lettori un viaggio che ci porterà a scoprire luoghi, enigmi e misteri di cui la cara Italia è ricca. 
L'opera è corredata da una cartina geografica sulla quale sono segnalati i luoghi di cui si parlerà, ed è poi divisa in tre sezioni: nord, centro e sud. Si parte dalla Valle d'Aosta e si termina questo lungo viaggio nella splendida Sardegna. Inoltre, in appendice, si trovano note di approfondimento e un indice dei nomi, i quali rendono la  consultazione del testo molto più semplice e scorrevole. 

All'interno di quest'opera sono riportati misteri noti a tutti come quello legato al sangue di San Gennaro, che per tre volte l'anno si liquefa: il sabato che precede la prima domenica di maggio, il 19 settembre e il 16 dicembre. Oltre a descrivere l'atto miracoloso in sé, gli autori cercano anche di fornire una spiegazione logica per questa e molte altre storie narrate all'interno dell'Atlante. Ad esempio, sapevate che la liquefazione del sangue del santo potrebbe essere spiegata attraverso il fenomeno della tissotropia? (è la proprietà che alcuni materiali hanno di cambiare stato da solido a liquido, ad esempio in seguito a piccole scosse, come quelle che compie il sacerdote mentre regge il reliquario). Una spiegazione viene trovata anche per ciò che riguarda il miracolo dell'ostia insanguinata di Bolsena, che fu smascherato dal farmacista Bartolomeo Brizio. Egli, infatti, scoprì che non si trattava di sangue, ma del batterio "Serratia  marcescens".

Troviamo poi luoghi densi di mistero come la Sacra di San Michele di Torino, di cui Umberto Eco si servì per descrivere l'abbazia benedettina in cui è ambientato "Il nome della rosa".
Ancora case e castelli infestati da fantasmi come il castello di Azzurrina, la bambina albina a cui la madre tingeva i capelli con le erbe e così finivano per ricoprirsi di chiazze blu, o il fantasma della volpe del Castello di Strozzavolpe. 

Inoltre, sono raccontati episodi di presunta possessione demoniaca come nel caso di Verzegnis, dove le indemoniate vennero "curate" con  l'isolamento forzato e  l'asporto delle ovaie. 

Ed ancora il volto santo di Manoppello, il coccodrillo imbalsamato del Santuario della Beata Vergine delle Grazie di Curtatone, le catacombe del convento dei cappuccini a Palermo e via discorrendo.

Ci sarebbe davvero tanto di cui discutere, ma vi svelerei tutte le affascinanti storie raccolte in questo atlante e non voglio assolutamente rovinarvi il momento in cui lo aprirete, lo sfoglierete e godrete della bellezza e del fascino di luoghi meravigliosi, reali o leggendari che siano. 

Per questo vi invito assolutamente ad acquistare quest'opera che non è solo impeccabile nelle sue descrizioni, ma riporta al suo interno anche delle illustrazioni davvero ben fatte e molto evocative.


A presto con la prossima recensione.

Un abbraccio, 
la vostra Contessa.