lunedì 23 luglio 2018

[Recensione]: "Mentre morivo" di William Faulkner



Titolo: Mentre morivo
Autore: William Faulkner
Data di pubblicazione: prima pubblicazione 1930; 
edizione Adelphi 2007
Case editrice: Adelphi
Pagine: 231
Prezzo: € 10,00

Trama

Nella contea di Yoknapatawpha, i Bundren, una famiglia di poveri contadini, viene presentata mentre veglia insieme ad alcuni vicini sugli ultimi momenti di vita della madre Addie. Morta quest'ultima, il marito ed i suoi cinque figli, caricano la barra su un carro malandato ed iniziano un lungo viaggio verso la lontana Jefferson, luogo in cui la donna era nata e desidera di essere sepolta. Solo dopo più di una settimana, la famiglia riesce a raggiungere la città, e sarà proprio durante questo arco di tempo che conosceremo meglio ogni personaggio, le sue emozioni, i suoi rancori ed i suoi segreti.


Recensione



Scrivere una recensione a proposito di "Mentre morivo" non è facile perché si rischia di dire troppo o troppo poco, ma voglio provarci perché ci tengo a trasmettere le sensazioni che ho provato durante la lettura di questo capolavoro. 
Il romanzo non ha una struttura lineare, ma è costituito dai flussi di coscienza di quindici personaggi: il padre Anse, i 5 figli dei Bundren (Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell e Vardaman), i vicini di casa (Cora e Vernon Tull), il medico Peabody, il locandiere Samson, il prete Withfield, l'ospite Armstid, i droghieri Moseley e MacGowan ed infine la madre deceduta Addie. Ognuno di essi ha un proprio ruolo nella storia, un proprio carattere, un proprio segreto, ma soprattutto un proprio stile. Infatti, è questa la difficoltà della celebre opera di Faulkner, tutti parlano un linguaggio diverso e vivono la morte della signora Bundren in maniera completamente differente, a seconda della loro personalità. Il piccolo Vardaman è l'esempio lampante di ciò, rimane sempre poco lucido e per prendere coscienza pian piano della morte della madre si rifugia in un simbolo: il pesce.

"Mia madre è un pesce"

Attraverso figura del pesce squartato che poco prima gli è caduto dalle mani, Vardaman trova il coraggio di parlare della sua perdita, quella di un innocente che subisce gli eventi e non li cavalca mai. Durante tutto il tragitto che porterà la famiglia a Jefferson ed anche dopo la sepoltura di sua madre, il bambino continuerà a pensare a quel trenino rosso che desidera ricevere in dono per natale, ed è proprio per mezzo di questo continuo riferimento al gioco dell'infanzia che Faulkener sottolinea l'ingenuità e la tenera età di Vardaman, e ci fa rivivere il lutto dei Bundren attraverso gli occhi di un bambino.

Cash è il primogenito ed anche il più "sano" della famiglia, almeno secondo il mio parere. Sarà lui a costruire la bara della madre, davanti alla finestra dove proprio lei sta vivendo gli ultimi istanti della sua vita. L'atteggiamento di questo personaggio in certi passi è davvero commovente, infatti si immola quasi come un agnello sacrificale in diverse occasioni, e conduce il viaggio per seppellire sua madre, tra orribili dolori fisici, senza mai lamentarsi. Definirei il modo in cui vive il lutto come stoico, perché Cash non si preoccupa mai per sé, ma pensa sempre agli altri e soprattutto a suo fratello Darl, più vicino a lui per età. 
Molto spesso, durante la lettura di "Mentre morivo", il lettore sarà portato a pensare che Darl soffra di uno squilibrio mentale, probabilmente dovuto al fatto che egli è reduce di guerra. Proprio Cash dirà qualcosa a questo proposito:


"Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno e pazzo e quando uno no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince ad andare  in un senso o nell'altro. E' come se non fosse tanto quello che uno fa , ma com'è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa."


In questo passo ognuno può trovarci quello vuole, ma per me Cash vuole dirci chiaramente che Darl può sembrare pazzo perché qualcuno vuol farlo sembrare tale. Non vi dirò chi e neanche il perché, però, pensateci, in un romanzo in cui le azioni e i pensieri di un personaggio vengono raccontate dai personaggi stessi, in un romanzo in cui non c'è un narratore esterno ed obiettivo, non è molto più semplice lasciarsi condizionare dal punto di vista dell'altro? A me è successo, e solo dopo aver terminato il libro ed essermi soffermata a fare un'analisi oggettiva di ciò che avevo letto, ho capito di essermi sbagliata sul conto di Darl, di Jewel e soprattutto di Anse.


"Io sono l'eletto del Signore, perché colui che Egli ama, Egli lo punisce. Ma mi venga un accidente se non ha delle maniere curiose di mostrarlo, a quanto pare."


Anse è uno dei personaggi più disgustosi che io abbia mai incontrato nella mia vita da lettrice. Si appella ad una morale ipocrita e spicciola, che veste solo di facciata, perché in realtà quando invoca Dio e gli chiede aiuto non ci crede neanche un po'. All'inizio del romanzo forza la mano, mostrandosi come una povera vittima in ogni situazione, ma in realtà è proprio lui ad essere il carnefice, ad essere colui che dietro l'ossessione di un proposito onorevole - quello di seppellire la moglie nella sua terra natia - nasconde altro: il suo vero Io ipocrita ed egoista. I figli sono inconsapevoli marionette nelle sue mani, e l'unico che davvero non rischia mai e non si mette mai in gioco durante il viaggio è proprio questo padre, che forse padre non lo è mai stato.

Il personaggio che ho preferito è di certo Jewel. A quest'ultimo è attribuito solo un monologo e neanche particolarmente significativo, quindi per imparare a conoscerlo ci si deve rifare al racconto dei fratelli. Jewel appare fin da subito molto diverso dagli altri ragazzi Bundren e presto il lettore scopre il perché. Nelle sue vene brucia passione, una passione che simbolicamente possiamo rintracciare nel suo cavallo che ama più di se stesso e dei suoi familiari. Jewel è puro istinto, è enigmatico ed è proprio così che manifesta anche il suo modo di vivere la perdita di Addie, la quale ha sempre amato questo figlio segretamente più degli altri. 

Le pagine più belle ed emotivamente provanti di "Mentre morivo" sono, però, quelle affidate ad Addie, che narra la sua vita di madre e di moglie dall'aldilà .

"E quando mi resi conto di avere Cash, mi resi conto che vivere era terribile e che quella era la risposta. Fu allora che capii che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di di dire. Quando nacque mi resi conto che maternità era stata inventata da qualcuno che doveva trovarle una parola perché a chi i bambini li ha avuti non gli importava nulla se c'era una parola o no. Mi resi conto che la paura era stata inventata da qualcuno che non aveva mai avuto paura; orgoglio, da qualcuno che di orgoglio non ne aveva mai avuto [...] Mi resi conto che così era stato, non che il mio essere sola andava violato in continuazione tutti i giorni, ma che non era mai stato violato finché non era arrivato Cash. Nemmeno da Anse la notte."


Faulkner ci presenta subito Addie come una madre peccatrice, una donna che ha dei figli ma che, in realtà, non ha mai desiderato la maternità. A questo punto si potrebbe pensare che la signora Bundren sia una donna abbietta, un mostro della peggio specie, ma non è così. Leggendo le parole di Addie il lettore entrerà subito in empatia con questo personaggio, e sarà catapultato nella sua vita che prende sempre più le sembianze di un vero e proprio vortice in cui lei è inconsapevolmente capitata. Una vita in cui i sentimenti non hanno mai avuto posto, se non una volta, una sola. Lo spiraglio della passione, dell'amore, del sentirsi viva, hanno fatto respirare ad Addie sensazioni nuove alle quali non era abituata e che le hanno reso ancora più insopportabile la sua non-vita, se non fosse per quel figlio - Jewel - che l'ha resa davvero madre e che le ha ricordato ogni giorno i frammenti della donna che avrebbe potuto essere. 


Ho lasciato per ultima l'unica figlia femmina dei Bundren e cioè Dewey Dell. L'ho fatto perché il suo personaggio è quello che mi ha fatta più male ed è per questo che parlare di lei mi risulta davvero difficile. Dewey Dell riveste perfettamente la figura della giovane di campagna, ingenua fino al midollo e talmente ignorante da far tenerezza. Dopo la morte di Addie sarà lei a fare le sue veci e a diventare una donna di casa a tutti gli effetti. La vita di questa ragazza, però, non sarà solo sconvolta dalla morte di sua madre, ma anche da un grande segreto che porta con sé e che la renderà una facile vittima per i suoi carnefici, ma la cosa più triste è che lei neanche si accorgerà di essere stata raggirata ed oltraggiata. E allora come si fa a non soffrire da morire per qualcuno che neppure si accorge del male che gli è stato inflitto? Di una donna che non conosce neanche le cose più semplici della vita ed è per questo che non può combattere contro i suoi aguzzini e accetta con passività ogni cosa perché le hanno convinta che sia così che debba andare, sia così che le cose vanno fatte, sia proprio così che le donne si sbarazzano dei loro "problemi". Davanti a ciò non si può non provare un enorme dolore, come lettori, come donne, come uomini. 



Giudizio




Pensavo di impiegare molto più tempo nella lettura di questo romanzo ed, invece, nel giro di due giorni l'ho terminato e non so dire neanche io come sia successo. Faulkner mi ha completamente attratta a sé con i suoi personaggi, le parole vomitate come se fossero proiettili da sparare contro una vita maledetta, quella bara costruita davanti alla finestra di una donna desiderosa di una morte decorosa, la poca dignità attribuita ad una salma che diventa quasi una "cosa" di cui sbarazzarsi e quello stile che lascia trapelare una sofferenza ironica ed ingiusta. "Mentre morivo" è una sfida da accettare, perché per comprendere veramente questo capolavoro non si può restare in superficie, non ci si può aggrappare alle parole e pensare di averle intese tutte, ma bisogna scavare in fondo, tra il detto e il non detto, tra il sospetto e  la verità, perché è lì che Falkner vuole spingerci ed è proprio lì che si trova la magia più pura di questo romanzo. 



A presto,
la vostra Contessa.




giovedì 21 giugno 2018

[Recensione]: "Divorare il cielo" di Paolo Giordano









Titolo: Divorare il cielo
Autore: Paolo Giordano
Data di pubblicazione: 8 maggio 2018
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 430
Prezzo: € 22,00

Trama

Le estati a Speziale per Teresa non passano mai. Giornate infinite a guardare la nonna che legge gialli e suo padre, lontano dalla moglie, che torna ad essere misterioso e vitale come la Puglia in cui è nato. Poi un giorno li vede, sono "quelli della masseria", tre fratelli non di sangue, ciascuno con un padre manchevole. Credono in Dio, nella reincarnazione e nella terra, conoscono tante cose, ma non frequentano la scuola.  A poco a poco, per Teresa, quell'angolo di campagna diventa l'unico posto al mondo, il posto in cui c'è Bern. Il loro è un amore estivo che, però diventa totale. La campagna pugliese diventa teatro di questa storia che attraversa vent'anni e quattro vite, tenute insieme da un filo sottile destinato a spezzarsi. 


Recensione


Mi capita raramente di piangere dopo aver terminato un libro, e questo non perché io non riesca ad empatizzare con i personaggi o a far mia la storia narrata dall'autore, ma semplicemente per via del fatto che, quella storia e quei personaggi, sono distanti anni luce da me e dalla mia vita. Con "Divorare il cielo" ci sarebbe dovuto essere lo stesso distacco emotivo, considerando che le vicende che hanno per protagonisti Teresa, Bern, Tommaso e Nicola non le ho vissute e non credo che le vivrò mai. Ed invece non è stato così. Mi sono innamorata perdutamente di Bern, ho vissuto la sofferenza ed i turbamenti di Teresa, ho vestito la gelosia di Tommaso e mi sono sentita un'esclusa esattamente come Nicola. Tutto questo "per colpa" della penna di Paolo Giordano che, a dieci anni dalla pubblicazione del celebre "La solitudine dei numeri primi", torna in libreria con un romanzo emotivamente travolgente, che vi lascerà con il cuore a pezzi e con la consapevolezza che i sentieri che l'amore può percorrere sono davvero infiniti.

In questa mia recensione non mi soffermerò troppo sulla trama e sulla storia raccontata da Giordano, perché è così bella che voglio la scopriate voi leggendo il romanzo. Piuttosto vi parlerò, nel dettaglio, di alcuni protagonisti e delle tematiche affrontate. Tra queste ultime, la più importante, è sicuramente quella della ricerca del "puro" e del non contaminato, che ossessiona completamente Ben, tanto che finirà per rendere la masseria il suo angolo di paradiso. Ben e Teresa sono dei novelli Adamo ed Eva che trovano la felicità nella terra, nei prodotti da loro coltivati e nella vita di campagna. Ma tutto questo a Ben non basta, lui e la sua inquietudine hanno sempre sete di qualcosa: un figlio, la salvaguardia degli alberi e la scoperta di luoghi lasciati inalterati dalla mano dell'uomo. Tutto ciò si tramuterà in una terribile ossessione che lo condurrà alla deriva, dalla quale neanche Teresa potrà salvarlo.
Teresa che ama Ben dal primo momento che incontra i suoi occhi, Teresa che lascerà tutto per lui: Torino, l'università, i genitori. La protagonista di "Divorare il cielo" è una donna forte che non ha paura di prendere decisioni rischiose e di stravolgere la sua vita in nome dell'Amore. E mentre Ben combatterà sempre per difendere i suoi ideali, Teresa si batterà per quell'uomo che, probabilmente non è mai cresciuto abbastanza e che continua a comportarsi come un eterno adolescente. L'atteggiamento di Ben finirà per dividere in due in lettore, che da una parte proverà tenerezza e compassione per questo ragazzo che è diventato uomo troppo presto con tutti i suoi turbamenti emotivi, ma dall'altra farà fatica a giustificare i suoi comportamenti spesso violenti ed egoistici, dovuti alle fragilità e alle insicurezze che si porta dietro fin da quando era un bambino.
Un personaggio del tutto negativo è, invece, Nicola.  Per quest'ultimo la vita non è altro che un'eterna gara con Ben, colui che è riuscito a conquistare Teresa, che è coraggioso e che rappresenta tutto quello che lui non sarà mai. Nicola è uno di quei personaggi insopportabili, che riveste benissimo il suo ruolo di antagonista. Nell'eterna lotta tra bene e male c'è, però, Tommaso, che rimane a metà tra le due categorie. Quest'uomo mi ha lasciata del tutto indifferente, per la sua costante paura di tutto  che lo porta a non rischiare mai e a non scoprirsi, se non una volta, quando rivela i suoi veri sentimenti e si mostra per quel che è, anche se a quel punto, il lettore ha già compreso il suo segreto da tempo. 
Tra tutti questi quattro personaggi, il mio preferito è senza dubbio Teresa la quale, soprattutto nell'ultima parte del romanzo, dimostra che ci si può rialzare anche dopo una tremenda caduta e che anche quando si crede di averlo perso, l'amore, può ritornare a noi attraverso modi e forme che mai avremmo immaginato potessero esistere.


Giudizio



Se non si fosse ancora capito, il mio giudizio su questo romanzo è assolutamente positivo, così tanto che credo di "buttarmi" molto presto nella lettura de' "La solitudine dei numeri primi". Spero che acquisterete e leggerete al più presto "Divorare il cielo", ma state attenti perché una volta cominciato non riuscirete a staccarvene fino a quando non lo avrete finito. E poi non dite che non vi avevo avvertito!

A presto
la vostra Contessa.


venerdì 8 giugno 2018

[Nel nome della Strega II]: "Resto qui" di Marco Balzano.






Titolo: Resta qui
Autore: Marco Balzano
Data di pubblicazione: 20 Febbraio 2018
Pagine: 179
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: € 18,00

Trama

Siamo a Curon, in Sudtirolo, dove durante il secondo conflitto mondiale, Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, così che per non perdere la propria identità non resta altro che raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita collettiva somma la propria: invoca il continuo nome della figlia, scomparsa senza lasciare traccia. Da allora non ha mai smesso di aspettarla e di scriverle, nella speranza che le parole gliela possano restituire. Durante la guerra, Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi, il lungo dopoguerra che non porta nessuna pace. E così, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, alla fine si ritrova precipitato ad osservare , un giorno dopo l'altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine.


Recensione






"Se per te questo posto ha un significato, se le strade e le montagne ti appartengono, non devi aver paura di restare."

A volte ci vuole più coraggio a restare che ad andare via. Questo lo sanno bene Trina ed Erich, una coppia sposata che vive a Curon, in Sudtirolo, terra di confine e di sofferenza che, però, i due non vogliono abbandonare. Nonostante il fascismo, il nazismo, la guerra e la costruzione di quella diga che inonderà le case e farà per sempre sparire il loro paese. 

Trina è una giovane colta che ha un sogno, quello di diventare maestra. Si rende conto, però, che con l'incalzare del fascismo, Mussolini non permetterà mai che si continui ad insegnare tedesco e quindi, la protagonista di "Resto qui", imparerà l'italiano, una lingua che non le appartiene e che non le apparterrà mai. Erich è un contadino, rispettoso delle tradizioni, dedito alla terra, antifascista e restante. Sì, perché negli anni della guerra gli abitanti di Curon si dividono in due schieramenti: gli optanti, cioè coloro che decidono di appoggiare Hitler e di lasciare il paese per recarsi in Germania, ed i restanti, coloro che hanno il coraggio di restare e per questo sono osteggiati e disprezzati. Trina  e suo marito fanno parte di quest'ultimo gruppo, perché amano le loro radici e per niente al mondo potrebbero decidere di andar via senza lottare. 


"Ci avessero domandato quel giorno qual  era il nostro desiderio più grande, avremmo risposto che era continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità da dove i giovani erano scappati e tanti soldati non erano più tornati. Senza voler sapere niente del futuro e senza nessun'altra certezza. Solo restare."


Al dolore collettivo, scaturito dagli eventi che hanno sconvolto Curon, Trina somma anche quello individuale: la scomparsa di sua figlia. Ed è così che la donna dà vita ad un diario intimo e colloquiale in cui parla della sua vita senza Marica e piena di dolore in cui, però, la speranza e la volontà di andare avanti, sono sempre presenti. Nelle pagine scritte da Trina, ritroviamo tutta la sua vita da combattente, una vita che mette nelle mani di sua figlia che l'ha abbandonata, ma che lei sarebbe pronta a perdonare senza alcuna esitazione. La mancanza qui è espressa, non nel senso di un dolore straziante, ma come una lunga agonia che può essere superata solo vivendo. 
La donna tace sulla sua sofferenza, su quello che accade i giorni successivi alla scomparsa della figlia e sul desiderio di poterla riabbracciare presto, perché lei non c'è più, non è rimasta e mai ritornerà. 
Così nel suo diario Trina immagina di parlare a Marica, scegliendo di non rimproverarla mai per la scelta fatta e di non chiederle di farsi viva, ma le racconta gli eventi che hanno colpito Curon, la sua vita e quella di Erich. 

"No, non meriti di conoscere quei giorni di buio. Non meriti di sapere quanto abbiamo gridato il tuo nome. Quante volte ci siamo illusi di essere sulla strada giusta. E' una storia che non ha ragione di riaccadere nelle parole. Ti racconterò invece della vita di noi, del nostro essere sopravvissuti. Ti dirò quello che è successo qui a Curon. Nel paese che non c'è più.


L'interessante - e vera - vicenda di Curon, unita a quella dei protagonisti di questo romanzo - frutto della mente dell'autore - è raccontata attraverso uno stile informale e discorsivo, così tanto che il lettore può immaginare di essere proprio lì, in casa con Trina che, mentre rammenda le calze, gli racconta gli avvenimenti più tristi della sua esistenza in un modo talmente autentico che in certi passi addirittura commuove. 

Insomma, "Resto qui" di Marco Balzano è la storia di una ostinazione, dell'attaccamento alla propria terra natia che non si vuole abbandonare neanche quando essa, ormai, non esiste più. Un romanzo di cui consiglio caldamente la lettura ai tanti che amano le proprie origini, ma anche a quelli che le disprezzano o che le hanno completamente dimenticate, perché sappiano che esse faranno sempre parte di noi. 



Infine voglio ringraziare con il cuore colmo di gioia tutti i blogger che hanno deciso di partecipare a questa iniziativa e le persone che ci hanno letto e seguito. Spero che con le nostre recensioni si sia respirata un po' l'aria del Premio Strega e che sulle bacheche di instagram e facebook si possano intravedere più romanzi italiani oltre che a quelli stranieri da cui siamo letteralmente invasi. 
Prima di lasciarvi, però, voglio ricordarvi tutte le tappe che si sono svolte in precedenza e l'ultima che chiuderà "Nel nome della Strega". Eccole:


14 MAGGIO: TWINS BOOKS LOVERS con “Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella.
16 MAGGIO: GIULSJUPS con “La ragazza con la leica” di Helena Janeczek.
18 MAGGIO: LA BIBLIOTECA DI STEFANIA con “Sangue giusto” di Francesca Melandri.

21 MAGGIO: MATTIA TORTELLI con “Da tuo terrazzo si vede casa mia” di Elvis Malaj.
23 MAGGIO: RECENSIONI LAMPO con “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” di Sandra Petrignani.
25 MAGGIO: RESPIRO LIBRI con “Anni luce” di Andrea Pomella.
28 MAGGIO: THE BOOK LAWYER con “Come un giovane uomo” di Carlo Carabba.

30 MAGGIO: ATTORCIGLIATA con “La madre di Eva” di Silvia Ferreri.
1 GIUGNO: GENTE DI TACCUINO con “Il figlio prediletto” di Angela Nanetti.
4 GIUGNO: L PER LIBRO con “Questa sera è già domani” di Lia Levi.
8 GIUGNO: LA CONTESSA RAMPANTE con “Resto qui” di Marco Balzano.

11 GIUGNO: LEGGO LIBRI con "Il gioco" di Carlo D'Amicis.


A presto,
la vostra Contessa.




lunedì 4 giugno 2018

[Recensione]: "Il buio dentro" di Antonio Lanzetta

Buon lunedì amici, oggi iniziamo la settimana con una recensione positiva e visto che non vedo l'ora di farvela leggere passo direttamente a presentarvi il romanzo protagonista del post, attraverso la consueta scheda.



Titolo: Il buio dentro
Autore: Antonio Lanzetta
Data di pubblicazione: 13 ottobre 2016
Casa editrice: La corte editore
Pagine: 248
Prezzo: € 14,90

Trama

Il corpo di una ragazza viene ritrovato appeso ai rami di un albero. Le hanno tagliato la testa e l'hanno lasciata sul terreno solcato dalle radici, gli occhi vuoti ora fissano quelli di Damiano Valente. Lui è lo Sciacallo, un famoso scrittore specializzato nel ricostruire i casi di cronaca nera nelle pagine dei suoi libri. Un cacciatore che segue nella morte le tracce lasciate dall'assassino della sua amica Claudia. Un omicidio avvenuto nell'estate del 1985, quando lui era solo un ragazzo con la passione per la corsa e per la bici. Trentuno anni dopo, Damiano ritorna ai piedi di quel maledetto salice bianco, per dare una risposta a quella sua ossessione che come una ferita pulsante gli impedisce di andare avanti. 

Recensione



Per molto tempo ho creduto che i thriller non facessero per me. Troppo sangue, terrore ed ansia: tre elementi dai quali mi sono sempre tenuta alla larga. Almeno fino ad oggi. Eh sì, perché Antonio Lanzetta è riuscito a demolire il muro di pregiudizi che avevo costruito contro questo genere, grazie al suo romanzo "Il buio dentro", con  il quale ha conquistato anche i lettori esteri.

"Il buio dentro" si svolge su due binari temporali diversi che ci vengono ricordati dall'autore all'inizio di ogni capitolo: l'estate del 1985 e il 2016 (oggi). Nel 1985 il protagonista del romanzo, Damiano Valente, era solo un ragazzino che viveva a Castellaccio e amava trascorrere l'estate con i suoi amici: Flavio, Stefano e Claudia. A sconvolgere la tranquillità di questo gruppo di adolescenti fu, però, la scomparsa di Claudia ed il ritrovamento del suo corpo decapitato e appeso ai rami di un salice. Damiano non si riprenderà mai da questo evento, tanto che trentuno anni dopo lo ritroviamo di nuovo lì, a Castellaccio, per investigare su un caso di omicidio molto simile a quello in cui la vittima era la sua amica Claudia. Damiano, detto lo Sciacallo, è ormai diventato uno scrittore famoso e specializzato nel ricostruire i casi di cronaca nera, questa volta, però, dovrà scavare nel suo passato e nel dolore che si porta dietro da anni per riuscire a scoprire finalmente l'identità del Mostro.

Il motivo principale per cui ho apprezzato questo romanzo è dato dal fatto che Damiano Valente è un personaggio vero e autentico che non ha paura di mostrare tutte le sue debolezze, tanto che la sofferenza ed i sensi di colpa che lo attanagliano finiscono per accompagnare il lettore lungo tutto il romanzo, fino a spingerlo a vestire i panni dello Sciacallo, a porsi le sue stesse domande e a darsi le sue stesse risposte. Inoltre, capiterà sicuramente a molti, di scoprire addirittura l'identità del mostro del salice nello stesso momento in cui si rivelerà a Damiano, solo qualche pagina prima dell'epilogo e non senza colpi di scena.

Infine, voglio sottolineare, la complessità dell'aver deciso di ambientare un thriller in un piccolo paesino del sud Italia, con personaggi italiani ben caratterizzati e dialoghi tutt'altro che banali, come quelli che avvengono tra Flavio e suo nonno Don Mimì. Quest'ultimo, dopo la morte della figlia, si vede affidare improvvisamente la tutela di un nipote che, prima di allora, non aveva mai conosciuto e di cui cerca di prendersi cura in maniera particolare: gli insegna a sapersi difendere dagli altri e da sé stesso, dal buio che si porta dentro. Il rapporto nonno - nipote è uno dei più interessanti e ben riusciti del romanzo, insieme a quello che che nasce tra Flavio e Claudia che, però, resta incompleto. Flavio, si porterà dentro questo sentimento di incompiutezza amorosa - e non solo -  per tutta la vita e proprio per questo, come Damiano, non avrà pace fino a quando l'assassino del suo primo amore non verrà  scoperto e pagherà per aver rovinato la vita a lui e ad i suoi amici.


Giudizio







Ho cercato di recensire questo romanzo senza svelarvi troppo della trama, perché voglio che ve lo gustiate pagina dopo pagina e che percorriate il cammino verso la scoperta del Mostro insieme a Damiano Valente. Concludo dicendovi che assegno 4 stelle e mezzo a "Il buio dentro", che vi invito caldamente a leggere, anche quest'estate sotto l'ombrellone, perché non vi deluderà. 


A presto,
la vostra Contessa. 


giovedì 24 maggio 2018

[Recensione]: "Atti osceni in luogo privato" di Marco Missiroli

Buon giovedì cari amici, la settimana è quasi giunta al termine, il caldo inizia a farsi sentire ed io in questa atmosfera super positiva voglio parlarvi di un libro che mi è entrato nel cuore e che difficilmente dimenticherò. Ecco la scheda:



Titolo: Atti osceni in luogo privato
Autore: Marco Missiroli
Data di pubblicazione: 14 aprile 2016
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 256
Prezzo: € 9,00

Trama

Libero Marsell si è appena trasferito a Parigi con la sua famiglia, ha 12 annie scopre che sua madre ha iniziato a tradire suo padre. Da quel momento in poi si affaccia al mondo, inizia a conoscere la perdita di sé nel sesso e nell'amore. Incontra Marie, una bibliotecaria, che diventerà sua amica e confidente e  la sensuale Lunette, che lo conduce verso la gelosia e lo strazio. Libero tornerà a Milano e affronterà il cambiamento servendo i tavoli dell'osteria di Giorgio sui Navigli. Libero Marsell è un personaggio che cresce con noi, pagina dopo pagina, guidato dai suoi maestri di vita a scoprire l'oscenità che lo libera dalla dipendenza di ogni frase fatta, di ogni atto dovuto, in nome dello stupore di esistere.


Recensione


Io credo che i libri si possano dividere in due categorie: quelli provvisori e quelli della vita. I primi ti fanno compagnia per un'ora, un giorno o settimane, possono rivelarsi piacevoli o non, ma una cosa è certa, non ritornano. I libri della vita, invece, sono quelli in cui ritrovi te stesso, i tuoi dubbi, le tue paure nascoste e sai per certo che ti ritroverai a rileggerli nei momenti più tristi e in quelli più felici, perché costituiranno sempre un punto fermo, un amico fidato in cui rifugiarsi. Così, "Atti osceni in luogo privato" è diventato uno dei libri della mia vita. Il protagonista, Libero Marsell, è me, è tutti noi. Seguiamo l'evolversi della sua vita dall'infanzia fino all'età adulta, attraverso le sue esperienze sentimentali e le vicende umane delle persone che lo circondano: il signore e la signora Marsell, Emmanuel, Lunette, Giorgio, Frida e Marie. Quest'ultima è di certo il mio personaggio preferito. Marie è una bibliotecaria che ha tanto sofferto per amore e che, quindi, ha deciso di intraprendere la strada della solitudine. Nei momenti più gioiosi e disperati lei sarà il faro che illuminerà il cammino del protagonista, prestandogli soccorso attraverso i libri che gli consiglierà e che accompagneranno Libero per tutta la sua vita. 


"I libri spostavano la mia gravità e attuavano una legge: avevano iniziato a mettermi al mondo"

"Un amore" e "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati, "Mentre morivo" di William Faulkner, "L'amante" di Marguerite Dumas e "Lo straniero" di Albert Camus sono solo alcuni de titoli che si alterneranno nel romanzo e che scandiranno le tappe più importanti della vita del protagonista. Libero li sfoglia desideroso di risposte e molto spesso finisce con il trovare in quelle pagine delle vere e proprie analogie con momenti della sua esistenza. 

"... ti vedevo a mille chilometri di distanza con la paura di scegliere tra la vita e l'oscenità, senza sapere che sono la stessa cosa. L'osceno è il tumulto privato che ognuno ha, e che i liberi vivono. Si chiama esistere, e a volte diventa sentimento."

"Atti osceni in luogo privato" non è un titolo messo lì a caso, ma ha un senso. Infatti, il suo protagonista attraversa l'infanzia, l'adolescenza e l'età adulta scoprendo la sua sessualità, per mezzo della quale riuscirà ad esprimere anche i suoi stati d'animo e che via via con il tempo diventerà sempre più consapevole e matura.

Devo terminare questa recensione parlando di ciò che ho apprezzato davvero tanto di Libero, ossia il fatto che lui non si risparmi mai. Infatti, vive a pieno tutte le sofferenze e le emozioni che il destino pone sulla sua strada. E sarà proprio questo il punto in cui il romanzo di Missiroli vi farà riflettere e giungere alla conclusione che nella vita non bisogna sfuggire a nulla, neanche al dolore perché spesso, proprio grazie ad esso, riusciamo a toccare il fondo per poi rimboccarci le maniche e trovare la forza necessaria ad andare avanti. 


Giudizio



Se avete letto la recensione non sarete sorpresi nel constatare che ho assegnato ad "Atti osceni in luogo privato" il massimo punteggio. Sarà che la scrittura di Missiroli mi incanta, che in ogni singola sfumatura di Libero mi sono riconosciuta oppure per la bellezza del personaggio di Marie, ma io sono stata talmente catturata da questo romanzo che avrei voluto non giungere mai alla parola FINE.


A presto,
la vostra Contessa.

mercoledì 23 maggio 2018

[Nel nome della strega II]: recensionilampo recensisce "La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg" di Sandra Petrignani.


Titolo: La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg
Autore: Sandra Petrignani
Editore: Neri Pozza
Pagine: 458
Prezzo: 18€

La caratteristica di questo libro che colpisce fin dalle prime pagine è che, pur trattandosi di una biografia, Sandra Petrignani non racconta la vita di Natalia Ginzburg in maniera asettica o distaccata: è palpabile il coinvolgimento e la stima dell’autrice per quest’ultima, ma, allo stesso tempo, è palese la sua volontà di presentare la Ginzburg nella maniera più veritiera possibile. A testimonianza di quest’ aspetto, c’è un lavoro di reperimento delle fonti, che sta alla base di questa biografia, preciso, accurato, titanico e, oserei dire, quasi al limite del maniacale, dal momento che i particolari (di qualunque genere) abbondano ed, anzi, in alcuni frangenti, a mio parere, appesantiscono il testo in maniera eccessiva; quando vengono fornite troppe informazioni particolareggiate si rischia di perdere, per un momento, il filo del discorso. Questa è la critica più consistente che posso rivolgere ad una biografia, che, nel complesso, mi è piaciuta molto, sia perché la protagonista è una figura complessa e poliedrica, sia per il contesto storico e culturale che le ruota attorno. Inoltre, i numerosissimi riferimenti alle opere della stessa Ginzburg e di molti suoi colleghi contemporanei rendono questo libro una sorta di antologia, da cui reperire interessanti spunti di lettura.
Il libro è suddiviso in quattro macro-capitoli che ripercorrono, secondo una sequenzialità cronologica, la vita della protagonista.
La prima parte è dedicata alla Natalia bambina prima, adolescente poi… sino al matrimonio e alla successiva prematura perdita del primo marito: Leone Ginzburg. Sì, perché il nome di battesimo della scrittrice è Natalia Levi, ebrea di famiglia, palermitana di nascita, torinese d’ adozione, che, dopo la scomparsa del consorte, deciderà di firmare le sue opere con il cognome dell’uomo che, primo fra tutti, l’ha incoraggiata a scrivere. Queste sono le parole di Leone, in una delle sue ultime lettere, dal carcere di Regina Coeli, dove è stato imprigionato, in quanto strenuo oppositore del regime fascista:
“La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori e scriva e sia utile agli altri.” (Pag. 134)
Natalia è una bambina introversa e schiva, che della sua fanciullezza manterrà, anche in età adulta, quella sua imprescindibile necessità di raccontare sempre, come scrittore e come essere umano, la verità. E’ circondata da numerosi intellettuali: da Cesare Pavese a Giulio Einaudi, Italo calvino, Benedetto Croce, Alberto Moravia, Carlo Levi. E’ stato appassionante leggere di questi grandi scrittori e critici, perchè Sandra Petrignani li tratteggia nella loro accezione più umana; ci mostra gli uomini nella loro quotidianità, non gli autori. Ancor più interessante è lo spaccato sulla resistenza e sulla caduta del regime fascista che l’autrice racconta attraverso le vicende di Natalia e Leone Ginzburg: le fughe continue, dal momento che le leggi razziali sono ancora in vigore e la cattura di Leone, antifascista e uomo simbolo della resistenza, nonché la sua successiva morte. Davvero commovente, l’ultima lettera che quest’ultimo scrive all’amata, consapevole della sua sorte:
“Ti amo con tutte le fibre dell’essere mio. Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa. “ (pag. 134)
Il dolore per la perdita del marito, guida e punto di riferimento per Natalia, sono il tratto predominante della seconda parte. Tuttavia, essendo anche madre di tre bambini, la scrittrice cerca di prendere in mano la sua vita: inizia così la sua collaborazione con la casa editrice Einaudi, nata sotto il regime di Mussolini, ma che solo dopo la caduta del fascismo, riuscirà ad essere avviata senza impedimenti. C’è anche spazio per l’amicizia controversa con Elsa Morante, per la fulminea relazione amorosa con Salvatore Quasimodo, per l’incontro con Ernest Hemingway. Nella sua vita ci sarà, poi, un secondo matrimonio con Gabriele Baldini, uomo esuberante e molto lontano, sia per attitudine che per interessi, dalla scrittrice. Con quest’ultimo la Ginzburg affronterà la nascita di due figli sfortunati: la pima, Susanna, affetta da encefalopatia, resterà disabile a vita, il secondo Antonio morirà ad appena un anno, a causa di una malformazione cardiaca. Un altro evento traumatico per la scrittrice accade nell’agosto 1950, quando Cesare Pavese si toglierà la vita. Il suicidio di quest’ultimo è raccontato in modo intenso dalla Petrignani attraverso non solo le parole di Natalia, che era davvero molto legata allo scrittore, ma anche per mezzo delle dichiarazioni dei numerosi testimoni dell’epoca:
“Temeva una nuova guerra più di tutti noi. E in lui la paura era più grande che in noi: era in lui, la paura, il vortice dell’imprevisto e dell’inconoscibile, che sembrava orrendo alla lucidità del suo pensiero; acque buie, vorticose e venefiche sulle rive spoglie della sua vita.” (Pag.217)
La notorietà della Ginzburg, argomento che trova ampio spazio nel terzo capitolo di questa biografia, è in crescita già prima dell’uscita della sua opera più significativa (e aggiungerei, ancora oggi, più nota): Lessico Famigliare, anche se è con quest’ultima che raggiungerà l’apice del successo. Sandra Petrignani riporta le parole di Italo Calvino:
“Forse mai una scrittrice ha saputo essere così femminile -ragazza, moglie, madre- in un senso così opposto a quello che s’intende di solito per “letteratura femminile” cioè dell’abbandono lirico ed emotivo.” (Pag. 277)
Fondamentale è l’intervento di Cesare Garboli, abile interlocutore di Natalia, per la scrittura di Lessico famigliare, dal momento che fornisce alla scrittrice lo slancio necessario per iniziare e portare alla conclusione l’opera che nel 1963 vince il Premio Strega; nonostante il largo consenso del pubblico, dovrà affrontare una critica feroce, proprio in virtù di quel pregiudizio che un libro di successo commerciale porta spesso con sé. Pier Paolo Pasolini, invece, fa da tramite tra lei ed il teatro. Ti ho sposato per allegria, la sua prima commedia, ottiene un discreto successo, tanto da essere portata anche all’estero, cosa che avvenne, per i suoi contemporanei, solo con Eduardo.
La quarta ed ultima sezione di questa biografia è dedicata, per una cospicua parte, ad una nuova veste indossata da Natalia Ginzburg: quella di parlamentare.  Sarà indotta a prendere questa decisione, nonostante non si reputi all’altezza del ruolo (così come confessa, un giorno, ad Enrico Berlinguer), perché
“Se la letteratura le sembra ormai inadeguata a ricomporre anche il più piccolo degli specchi, forse la politica è l’unico mezzo per fare davvero qualcosa per gli altri, per riconoscere il prossimo e aiutarlo. […] E poi pensa che gli scrittori, come tutti, abbiano il dovere dell’onestà e che la fedeltà a questo dovere possa nobilitare il suo fare politico.” (Pag. 382-383). (Ad averceli, oggi, parlamentari con questa forma mentis!).  
Le sue battaglie politiche saranno rivolte soprattutto verso la difesa di “un linguaggio politico chiaro, concreto, intellegibile a tutti”, a sostegno dei carcerati e della casa come valore inestimabile; si batterà poi per far approvare le legge contro le violenze sessuali e contro la legge per l’aumento del prezzo del pane, considerato da Natalia simbolo intoccabile del popolo; finanzierà, per concludere, l’associazione Italia-razzismo, in virtù, soprattutto, di uno dei numerosi insegnamenti che aveva appreso da Leone:
“Essenziale era, ieri, non confondere i nazisti con l’intero popolo tedesco, essendo colpevole di razzismo e non vera una simile confusione.” (Pag. 416)

Faccio un “in bocca al lupo virtuale” a questo libro, per la corsa al Premio Strega!
Colgo poi l’occasione per ringraziare di cuore Annamaria, per avermi coinvolta in questa iniziativa, a cui ho aderito con entusiasmo e passione e per avermi “accolta” nel suo blog!
Natalina.





Vi ricordo le precedenti e future tappe de' "Nel nome della Strega II":


14 MAGGIO:TWINS BOOKS LOVERS con “Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella.

16 MAGGIO: GIULSJUPS con “La ragazza con la leica” di Helena Janeczek.
18 MAGGIO: LA BIBLIOTECA DI STEFANIA con “Sangue giusto” di Francesca Melandri.

21 MAGGIO: MATTIA TORTELLI con “Da tuo terrazzo si vede casa mia” di Elvis Malaj.
23 MAGGIO: RECENSIONI LAMPO con “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” di Sandra Petrignani.
25 MAGGIO: RESPIRO DI LIBRI con “Anni luce” di Andrea Pomella.
28 MAGGIO: THE BOOK LAWYER con “Come un giovane uomo” di Carlo Carabba.
30 MAGGIO: ATTORCIGLIATA con “La madre di Eva” di Silvia Ferreri.
1 GIUGNO: GENTE DI TACCUINO con “Il figlio prediletto” di Angela Nanetti.
4 GIUGNO: L COME LIBRO con “Questa sera è già domani” di Lia Levi.
6 GIUGNO: LEGGO LIBRI con “Il gioco” di Carlo D’Amicis.
8 GIUGNO: LA CONTESSA RAMPANTE con “Resto qui” di Marco Balzano.

lunedì 21 maggio 2018

[Nel nome della strega II]: Mattia Tortelli recensisce "Dal tuo terrazzo si vede casa mia" di Elvis Malaj


Credo sia la prima recensione ufficiale che faccio di un libro. Sul profilo instagram mi diverto a parlare di libri, ma definirle recensioni è effettivamente pretenzioso. Ebbene, questa sarà una non-recensione ufficiale. Nel rispetto di questo pensiero, decido di partire da quello che avrei voluto – e che userò – come finale: ossia una citazione. Se dovessi riassumere in una sola frase quello che per me è stato “Dal tuo terrazzo si vede casa mia”, di Elvis Malaj, uscito nell’ottobre 2017 per Racconti Edizioni, e tra i 12 finalisti del Premio Strega, userei sicuramente questa: “Anche l’asfalto fiorirebbe se qualcuno lo innaffiasse”.



Elvis Malaj è un autore di origine albanese che a 15 anni si trasferisce ad Alessandria con la famiglia. Oggi vive a Padova. E non ci sarebbe stata necessità di specificare le sue origini se non fosse che quel terrazzo di cui racconta si affaccia su e dal suo paese d’origine: l’Albania. Nei suoi 12 racconti l’autore infatti porta le sue origini, in una commistione difficoltosa con l’Italia. Eppure, sarà proprio la sua scrittura a tentare di colmare la distanza tra questi due terrazzi.

La raccolta si struttura di 11 racconti di lunghezza media che culminano in un dodicesimo, “Morte di un personaggio”, che ha un numero di pagine doppio e in certi casi triplo rispetto agli altri e che, riprese le fila del discorso, mostra l’arazzo concluso, la figura che risulta dalla narrazione precedente. Malaj è in grado di variare dall’ironia più arguta, all’introspezione più spietata. I racconti affrontano il tema del razzismo, dell’amore, della solitudine, della diversità, della bellezza, dell’arte. Il percorso si srotola davanti agli occhi del lettore tra dediche all’Albania (“Le Scarpe”) e riferimenti ad Alda Merini e Dostoevskij (“A pritni mia?” e “Morte di un personaggio”), passando per la citazione diretta dello scrittore premio Nobel Herman Hesse: “Il lupo della steppa”.

I personaggi che Malaj crea hanno nomi che riportano alle loro origini e sono messi in situazioni di crisi tra le più disparate: un episodio di razzismo, una prima volta che non è una prima volta, un televisore recuperato dalla spazzatura, un incidente che distrae l’attenzione da un appuntamento fallito, un primo giorno di scuola, una carriola, una storia d’amore e di fuga, un discorso in treno e una ragazza sola e triste sebbene sia in vacanza con gli amici.

Ma è nel racconto finale che la narrazione di Malaj, avendo acquisito potenza lungo le pagine precedenti, esonda nel racconto più completo e meglio riuscito di tutta la raccolta. Se si sono amati i personaggi fin qui letti, non si potrà far a meno di rimanere pienamente soddisfatti da questo finale che riprende, riaffronta e conclude tutti i temi percorsi. Kastriot è un ragazzo albanese, alle prese con un romanzo in cui non sa come far morire uno dei personaggi. Veronica è una ragazza volitiva, che è appena stata lasciata dal ragazzo e che incontra Kastriot quando il ragazzo entra in casa sua di nascosto, obbligato dalla madre a bagnare i fiori trascurati della vicina. Da quel momento tra i due comincia una storia che li porterà a convergere al centro di quella distanza tra terrazzi che sembra dividerli. Tra una battuta sui pregiudizi razzisti e una riflessione sul bello e la bellezza, dopo una cena finita non nel migliore dei modi nella quale hanno parlato di diversità in riflessioni mai banali, ai due ragazzi, così come ai personaggi del libro che Kastriot sta scrivendo – un riuscito e intelligente gioco di “meta scrittura”-, viene concessa una possibilità.

Auguro tutta la fortuna possibile a questa bella raccolta di racconti e al suo autore, nonchè alla coraggiosa casa editrice che lo rappresenta – e che ho svaligiato al SalTo18. Se Malaj non dovesse vincere la sfida con lo Strega, sono sicuro che vincerà quella con i lettori, Perché, proprio come Kastriot, “Innaffiò tutte le piante, anche quelle morte. L’asfalto fiorirebbe se qualcuno lo annaffiasse”: e Malaj lo ha fatto.




Mattia Tortelli.



Vi ricordo tutte le tappe de' "Nel nome della strega II":


4 MAGGIO: TWINS BOOKS LOVERS con “Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella.

16 MAGGIO: GIULSJUPS con “La ragazza con la leica” di Helena Janeczek.
18 MAGGIO: LA BIBLIOTECA DI STEFANIA con “Sangue giusto” di Francesca Melandri.
21 MAGGIO: MATTIA TORTELLI con “Da tuo terrazzo si vede casa mia” di Elvis Malaj.
23 MAGGIO: RECENSIONI LAMPO con “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” di Sandra Petrignani.
25 MAGGIO: RESPIRO DI LIBRI con “Anni luce” di Andrea Pomella.
28 MAGGIO: THE BOOK LAWYER con “Come un giovane uomo” di Carlo Carabba.
30 MAGGIO: ATTORCIGLIATA con “La madre di Eva” di Silvia Ferreri.
1 GIUGNO: GENTE DI TACCUINO con “Il figlio prediletto” di Angela Nanetti.
4 GIUGNO: L COME LIBRO con “Questa sera è già domani” di Lia Levi.
6 GIUGNO: LEGGO LIBRI con “Il gioco” di Carlo D’Amicis.
8 GIUGNO: LA CONTESSA RAMPANTE con “Resto qui” di Marco Balzano

mercoledì 16 maggio 2018

[Nel nome della strega II]: giulsjups recensisce "La ragazza con la leica" di Helena Janeczek


Quest’anno partecipo all’iniziativa “Nel nome della strega” di Annamaria, cara amica e splendida bookblogger.
Il libro che ho scelto è “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek, scrittrice originaria di Monaco di Baviera e nata in una famiglia ebreo-polacca che vive in Italia da oltre trent’anni.
Qualche tempo prima di prendere parte a questo progetto, ho letto la trama del libro e mi è subito sembrato interessante. Chi è questa ragazza con la Leica (che, per chi non lo sapesse, è una marca di macchine fotografiche)? È Gerda (Gerta) Taro, nata Gerta Pohorylle, nel 1910 - tedesca di famiglia ebreo polacca, commercianti di piccola borghesia. Entra a far parte molto presto dei movimenti socialisti ed è molto attiva nel Partito Comunista tedesco. Dopo esser stata in prigione, decide di scappare a Parigi, dove conosce l’ungherese André Friedmann (poi ribattezzato Robert Capa) con cui si fidanza e grazie al quale scopre il mondo della fotografia. Ciò che rende però le sue foto particolari è il contesto della guerra, che piano piano si stava facendo più aspra.
Gerda è un personaggio irrequieto, non si accontenta mai, è temeraria, o, come viene definita all’interno del libro è “spericolata”. È a causa di questo suo modo di essere che, purtroppo, incontra presto la morte.
È il primo di agosto millenovecentotrentasette, Parigi è attraversata da una fila di bandiere rosse: è il corteo funebre proprio per Gerda, la prima fotografa morta in un campo di battaglia come se fosse un soldato.
È il giorno del suo ventisettesimo compleanno.
“Intorno alla tomba si espandeva una calca ingombrata di striscioni e bandiere rosse che rendeva invisibile chi prendeva la parola. […] Orazioni solenni e battagliere, telegrammi, versi (o erano frasi poetiche?) dedicati a un’allodola scomparsa a Brunete che non cesserà mai di far udire il proprio canto. Qualcuno ricordava che quel giorno, 1°agosto 1937 avrebbe compiuto ventisette anni <<la nostra Gerda>>, la coraggiosissima compagna che aveva dato la sua giovane vita per una lotta a cui sapeva appartenere il futuro di tutti.>>”
Fra la folla c’è il dottor Willy Chardack, detto “il Bassotto”, che nella prima parte ci parla di quanto effettivamente fosse innamorato di Gerda, di come però potesse amarla solo da lontano. Di lei, infatti, fra i numerosi episodi, racconta: “sì, opportunista l’avevano pensato in molti. […] Era fatta così, era volubile e volitiva, un metro e mezzo di orgoglio e ambizione, senza i tacchi. Bisognava prenderla com’era: sincera sino a far male, affezionata a modo suo, sulla lunga durata”.
C’è anche Ruth Cerf, l’amica con cui ha condiviso la vita terribile parigina che occupa la seconda parte della storia:
“Ruth non aveva mai visto Gerda rinfacciarsi un errore, rimasticare un rimorso.”;
“a Gerda non piacevano le cose che finivano”;
“Era spiazzante, Gerda. […] Non sarebbero diventate amiche se quel parlarsi liberamente non si fosse instaurato tra loro molto presto, facendo vacillare le prime impressioni che Ruth si era fatta. La bambolina di Stoccarda non era solo più divertente di qualsiasi oca infiocchettata. […] Era qualcosa di diverso.”
Infine c’è Georg Kuritzkes, che occupa la terza ed ultima parte, fidanzato di Stoccarda, al quale Gerda è sempre rimasta legata da un profondo affetto – anche se l’amore per Capa era qualcosa di inspiegabile. Georg dice:
“Non capisco cosa sentiva. Paura poca, d’accordo. E poi?”
“Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro. Si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto.”

Il libro è completato da un prologo e un epilogo molto particolari: si inizia con una foto scattata da Capa e Taro e termina con un ritratto proprio di questi due. Si sono amati veramente tanto, ma Capa non si è mai perdonato di averla lasciata sola in quel servizio fotografico che apparentemente non doveva essere così pericoloso.

La scrittrice, però, a mio parere, ha perso di vista l’obiettivo chiave, ovvero quello di raccontare la storia di Gerda.
Ce la presenta con gli occhi di chi le è stato accanto, di chi l’ha vissuta in tutta la sua imprevedibilità e in tutto il suo coraggio.

Potrebbe essere una struttura molto interessante, se avesse incentrato la sua scrittura su quella che dovrebbe essere la protagonista indiscussa di questo libro, ed è questo l’errore più grande che, secondo la mia modesta opinione, l’autrice ha commesso: introduce troppi personaggi facendo perdere il filo del discorso al lettore. Gerda è raccontata e descritta solo di sbieco, in conseguenza a ricordi e immersa nel contesto bellicoso. Non solo: i continui salti temporali fra ricordi e presente non aiutano affatto.
Tutto ciò è sorprendente, soprattutto perché nei ringraziamenti specifica di aver conosciuto Gerda Taro grazie ad una mostra a lei dedicata, organizzata da Irme Schaber, la quale ha anche scritto delle biografie sulla stessa fotografa. Il materiale, dunque, non mancava. Sorprende anche che lei sostenga che l’anima del libro è frutto della sua immaginazione: i personaggi sono esistiti davvero, allora dove la troviamo questa sua fantasia?
Della Taro si percepisce comunque che tipo fosse: spregiudicata, testarda, indipendente, controcorrente, impulsiva e istintiva, coraggiosa, rivoluzionaria.
Per conoscerla a fondo, però, ho dovuto condurre delle mie ricerche personali attraverso internet: solo da queste ho potuto comprendere in pieno il significato di una frase che lei disse: “Capite quanto la mia Leica sia utile alla causa?”
Fotografare le idee politiche e sociali al fine di realizzare una rivoluzione con l’arte.

Probabilmente mi aspettavo una biografia pura, un racconto sulla guerra vista da occhi diversi e innovativi allo stesso tempo; forse, ancora, speravo che l’autrice prendesse Gerda come narratrice usufruendo dei racconti di chi l’ha conosciuta.
È sicuramente una figura interessante ed è possibile che sia questo il fattore che ha portato la Janeczek in finale: bisognerebbe tuttavia capire perché ha seguito questo tipo di struttura per comprendere la storia fino in fondo.





Vi ricordo la tappa precedente e quelle successive de' "Nel nome della strega II":

14 MAGGIO: TWINS BOOKS LOVERS con “Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella.

16 MAGGIO: GIULSJUPS con “La ragazza con la leica” di Helena Janeczek.

18 MAGGIO: LA BIBLIOTECA DI STEFANIA con “Sangue giusto” di Francesca Melandri.

21 MAGGIO: MATTIA TORTELLI con “Da tuo terrazzo si vede casa mia” di Elvis Malaj.

23 MAGGIO: RECENSIONI LAMPO con “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” di Sandra Petrignani.

25 MAGGIO: RESPIRO DI LIBRI con “Anni luce” di Andrea Pomella.

28 MAGGIO: THE BOOK LAWYER con “Come un giovane uomo” di Carlo Carabba.

30 MAGGIO: ATTORCIGLIATA con “La madre di Eva” di Silvia Ferreri.

1 GIUGNO: GENTE DI TACCUINO con “Il figlio prediletto” di Angela Nanetti.

4 GIUGNO: L COME LIBRO con “Questa sera è già domani” di Lia Levi.

6 GIUGNO: LEGGO LIBRI con “Il gioco” di Carlo D’Amicis.

8 GIUGNO: LA CONTESSA RAMPANTE con “Resto qui” di Marco Balzano.