giovedì 18 ottobre 2018

[Recensione]: "Di niente e di nessuno" di Dario Levantino



"Il mio quartiere . Un aborto urbano, un non luogo. Io, che ci sono cresciuto, cammino con sicurezza: non guardo le vie, mi oriento col naso. C'è puzza di grasso e di polvere e di soffritto di cipolla. C'è un odore saggio, che corrode, che mi conosce, quello del mare. Il Tirreno dista pochi metri da casa mia, quando indosso i vestiti che mia mamma stende fuori, profumano di smog  e mareggiate."


Titolo: Di niente e di nessuno
Autore: Dario Levantino
Data di pubblicazione: 19 Aprile 2018
Casa Editrice: Fazi editore
Pagine: 158
Prezzo: € 17,50

Trama

Brancaccio, periferia di Palermo. Rosario è un adolescente solitario con la passione per la mitologia classica e per il mare. Il padre, cinico e bugiardo, ha un negozio di integratori per sportivi in cui gestisce lo smercio illecito di sostanze stupefacenti. La madre, accudente e remissiva, si concede un momento di pausa dalla cura della casa e della famiglia, solo quando si ritrova a lucidare il trofeo vinto come miglior portiere da nonno Rosario, scomparso durante il terremoto di Belice del 1968. Quando, per accontentare un inconfessato desiderio della madre, il ragazzo decide di giocare in quello stesso ruolo con la squadra del quartiere, ha inizio il percorso che lo condurrà verso l'età adulta: tra pestaggi, la scoperta dell'amore e il disincanto, Rosario troverà la forza di emanciparsi dalla violenza e dalla menzogna che hanno da sempre oppresso la sua vita. 



Recensione

"Di niente e di nessuno" ha costituito per me un incessante ossimoro. La bruttezza del degrado raccontata dalla bellezza delle parole, la ferocia della violenza levigata dalla forza dell'amore più puro, ed infine il dolore straziante - ma necessario - che, subito dopo aver terminato il romanzo, mi è apparso come un dono meraviglioso. 

Rosario ha 15 anni e vive a Brancaccio, un quartiere difficile della periferia di Palermo, con i suoi genitori: un padre padrone ed una madre arrendevole e premurosa, a cui il ragazzo è davvero tanto legato. 
"Iu un mi scantu di nenti e di nuddu", cioè "io non mi spavento di niente e di nessuno" è il mantra del protagonista di questo romanzo, un mantra che ripeterà insistentemente per tutta la durata delle 157 pagine, perché quelle parole gli offriranno la forza necessaria ad affrontare i pericoli e gli ostacoli della vita e trasformeranno pian piano questo adolescente codardo in un uomo coraggioso, proprio come suo nonno, di cui porta lo stesso nome. 
Nonno Rosario, morto nel terremoto di Belice molti anni prima che suo nipote nascesse, agli occhi della figlia è un vero eroe, ed è così che lei stessa lo racconta ai lettori e a suo figlio, attraverso una reliquia appartenuta proprio a lui: un trofeo vinto con il titolo di miglior portiere. 
Il giovane Rosario ancora non lo sa, ma lui ha tanto di suo nonno: la tenacia dei vincitori ed il talento calcistico. Proprio quest'ultimo lo metterà nei guai, che inizieranno nel momento in cui il ragazzo entrerà nella squadra del quartiere, la Virtus Brancaccio. Da lì seguiranno pestaggi, tragedie familiari e la scoperta dell'amore: Anna. 


"Ha il collo magro che sbuca fuori dal giubbotto, ha la riga di lato che le allunga i tratti del viso. Le chiedo se vuole essere mia, se vuole appartenermi, ma lei risponde che le persone non appartengono. Le spiego che si sbaglia."


Anna, un nome composto da poche lettere. Poche, come le parole che usa per esprimersi. Anna parla con  il corpo, con i gesti, comunica con i suoi cinque sensi. Anna è la libertà, come il mare. 
A Brancaccio non c'è nulla, solo il degrado più totale. Bambini che urlano per strada, combattimenti illegali di cani, adolescenti che per diventare uomini sfidano la morte, e violenza che si respira in ogni angolo del quartiere. Ma qualcosa di bello c'è: il mare. 
Il mare segna una linea di confine tra gioia e dolore, tra ciò che è bene e ciò che è male. Ecco perché esso diventa anche il luogo dell'amore. Infatti, all'interno di una barca rovesciata situata in una spiaggia isolata e bagnata dal Mar Tirreno, Anna e Rosario scopriranno il senso dell'appartenenza e della condivisione, e vedranno nascere un sentimento che appare essere già maturo, perché non si perde nella banalità dei convenevoli amorosi, ma nella concretezza di una difficile realtà. 


Rosario è un ragazzino speciale, come ad essere speciale è anche la sua grande passione per la mitologia. Le vicende che verranno raccontate all'interno di questo romanzo sono tutte legate tra loro da un file rouge che ci aiuta anche a comprendere meglio le reazioni, i pensieri ed il punto di vista del protagonista. Sto parlando dei racconti mitici. Infatti, Eteocle e Polinice, Gea, Urano e i Titani, sono solo alcuni dei personaggi mitologici che vengono menzionati all'interno dell'opera di Levantino. 


"Esiodo racconta che Gea, la Madre Terra, per partenogenesi (cioè da sola, senza bisogno di alcun uomo), mette al mondo Urano e assieme a lui genera i titani e i ciclopi, relegati in una spelonca dallo stesso Urano che li teme. Ma uno di questi, Crono, con una falce fatta delle viscere della madre, uccide il padre, tagliandogli le palle. 
Erano così gli antichi, non si spaventavano di niente e di nessuno: quando c'era qualcuno che sgarrava, lo ammazzavano come un cane."


I dei antichi non erano di certo perfetti, e Rosario lo sa, ma nonostante ciò continua ad ammirarli e a trarre insegnamenti dalle storie che li riguardano, perché loro sono forti, combattivi e soprattutto sanno come vendicarsi. Il pathos della vendetta scorre nelle vene di Rosario, perché vorrebbe tanto metterlo in atto nei riguardi di quell'uomo brutale e bugiardo che è suo padre, del portiere della Virtus Brancaccio che lo pesta e lo deride durante gli allenamenti e della vita, che con lui è stata spesso ingiusta.



Giudizio



"Di niente e di nessuno" è un romanzo di formazione narrato in prima persona da Rosario, un adolescente il quale, nonostante la sua giovane età, ha già una visione disincanta della vita e che ci racconta con voce innocente e crudele la sua crescita ed evoluzione.
Dario Levantino, ha scritto un romanzo che mi ha regalato un dolore dolcissimo.
L'attaccamento a questo sud, alla sua terra, che ho ritrovato in ogni pagina, rigo e parola, lo condivido anche io. Perché, nonostante ci siano realtà come quelle di Brancaccio in cui degrado, inciviltà e violenza la fanno da padrone; il sole, il mare e il calore della gente sono cose che non si possono dimenticare e che noi terroni ricorderemo con malinconia ogni volta che ci troveremo a vivere lontano dalla nostra città natia. 
Assegno 4 penne a "Di niente e di nessuno" sperando di poter leggere presto un nuovo romanzo del mio collega Dario Levantino, che sono certa sarà riuscito ad appassionare tutti i suoi alunni alla mitologia.

A presto, la vostra
Contessa


lunedì 8 ottobre 2018

[Recensione]: "Volo di paglia" di Laura Fusconi


"Nel fienile i balloni c'erano ancora: lei e Luca avrebbero potuto giocare come sempre a Volo di paglia. L'avevano inventato insieme, quel gioco: Luca era stato il primo ad arrampicarsi sui balloni di fieno e a lanciarsi nel mucchio di paglia che c'era sotto. E poi aveva riso, dicendo che era la cosa più bella che avesse fatto."





Titolo: Volo di paglia
Autore: Laura Fusconi
Casa editrice: Fazi Editore
Data di pubblicazione: 30 Agosto 2018
Pagine: 238
Prezzo: € 15,50

Trama

Agosto 1942. Sono mesi che Tommaso attende il giorno della grande festa organizzata in paese per ammirare insieme a Camillo i prestigiatori, il mangiafuoco e le bancarelle di giocattoli nuovi. Ai due amici si unisce Lia, la bambina più bella della classe, con cui Camillo trascorre le giornate tuffandosi tra le balle di fieno e rincorrendosi per i campi. Ma Lia è la figlia di Gerardo Draghi, il ras fascista che con il suo manipolo di camicie nere spadroneggia nella zona e che esercita il suo fare prepotente anche tra le mura della Valle, la casa padronale della famiglia Draghi. La stessa in cui, cinquant'anni dopo, altri due bambini, Luca e Lidia, giocheranno tra le stanze ormai in rovina, confrontandosi con i mostri  della loro fantasia e i fantasmi che ancora abitano quei luoghi. Sullo sfondo della campagna piacentina  dalle tinte delicate e dai contorni arcaici, si intrecciano le storie di un passato dimenticato e di un presente a cui spetta il compito di esorcizzare la violenza.



Recensione






"Volo di paglia" è uno di quei romanzi che amo definire bomba a mano, una volta aperto e arrivati all'ultima pagina non ci si può sottrarre alla sua potenza devastante: le emozioni finiscono per oscillare da un estremo all'altro e poi, irrimediabilmente, prendono quota, fino a svuotarti completamente. 

L'opera di Laura Fusconi si divide in due parti: la prima ambientata nel passato e la seconda nel presente. Siamo nel 1946, Tommaso, Camillo e Lia sono tre amici che trascorrono la maggior parte del loro tempo a correre e giocare tra i campi verdi della deliziosa campagna piacentina. Lia è la figlia di Gerardo Draghi, il ras fascista che, con l'uso della forza e della violenza - e l'ausilio del suo manipolo di camicie nere - esercita il comando a Verdeto. L'atteggiamento e la prepotenza di Gerardo spaventano tutti, ad eccezione di Don Antonio, il parroco del paese che ha il coraggio di affrontarlo utilizzando l'arma delle prediche e delle parole, e di difendere Bartoli, colui che è diventato l'obiettivo principale di Draghi. Bartoli, infatti, non ha potuto prendere parte alla guerra per via di un difetto fisico, ed è per questo che viene offeso e bullizzato dal tiranno del paese. 

STOP, fermo immagine. Dopo un susseguirsi di eventi, i personaggi principali della prima parte si bloccano, un po' come accade quando si gioca ad "un, due, tre: stella". Bisogna restare così, immobili. Fino a quando chi conduce il gioco non si appresta a farlo continuare. Ecco, che allo stesso modo, Laura Fusconi ferma nel tempo i suoi protagonisti e si accinge a riprendere in mano le loro vite solo nella seconda parte.
Quest'ultima si svolge nel 1998 e si focalizza sulle vicende di Luca e Lidia, due amici per la pelle che, attraverso i loro giochi, litigi e segreti, rievocheranno la storia dei loro coetanei del passato e ci permetteranno di scoprire cosa ne è stato di loro. 

Non voglio svelarvi troppo della trama, che ha dei punti di forza così importanti e sconvolgenti che desidererei li scoprisse da voi, piuttosto vorrei soffermarmi sui motivi che mi hanno spinta ad amare così tanto questo romanzo. 

Come avrete capito, che si tratti di passato o di presente, protagonisti di questa vicenda sono sempre i bambini. Non deve essere stato facile dar loro voce e cercare di far esprimere le loro emozioni di ansia, paura e smarrimento, in modo che risultassero vere e mai banali. Ma Laura Fusconi ci è riuscita, attraverso un linguaggio semplice e credibile, ma allo stesso tempo così tanto evocativo da commuovere. In questo senso le pagine più belle ed intense di "Volo di paglia" sono affidate a Franco Bartoli, un bambino fragile e disdegnato dai suoi amici, che si ritrova a vivere una situazione disperata. 



"Mamma... mamma sei lì? Mamma sei tu? Se sei tu perché non mi parli ? Ho sentito che sei entrata, ho sentito che hai aperto le porte del regno... mamma ...

Fate siete voi? Riportatemi a casa mia vi prego... farò il bravo, giuro che farò il bravo... parlatemi, ho paura... non fatemi del male... non lo dico a nessuno che siete cattiva...

Giuro

che "

Negli anni della dittatura fascista, del terrore e del secondo conflitto mondiale che incombe come una forza distruttrice contro cui niente si può, questi ragazzini s'inventano un mondo fantastico e immaginario, dove fate e streghe si rincorrono e dove bene e male si sfidano. Un mondo in cui non c'è posto per i deboli, ma dove il gioco la fa sempre da padrone decidendo il destino di tutti. Un gioco crudele di cui si sente solo l'eco e si respira la paura che reca con sé, un gioco chiamato guerra.  

Insomma, Laura Fusconi ha trovato la soluzione più appropriata ed evocativa, per raccontarci un periodo storico importante vissuto attraverso gli occhi dei bambini. Così come il piccolo Pin di Calvino possiede un sentiero dei nidi di ragno, allo stesso modo Lia, Camillo, Tommaso e Franco si rintanano nel Bosco delle fate ed in quello delle streghe, perché anche nei tempi più bui, i bambini non possono mai smettere di essere bambini. 







Non posso che attribuire 4 stelle a "Volo di Paglia", un romanzo che mi ha commosso e scosso davvero tanto, opera della penna di Laura Fusconi, una ragazza molto talentuosa di cui certamente sentiremo parlare in futuro.



Un abbraccio e a presto,
la vostra Contessa.









venerdì 28 settembre 2018

[Recensione]: "L'ultima regina di Firenze" di Luca Scarlini



"Però, che amarezza, se fare il Granduca fosse toccato a lei, se avesse avuto gli attributi; rimugina, dispiaciuta, ed è come se sapesse che tra qualche anno ci sarà uno storico prezzolato dai Lorena, Jacopo Riguccio Galluzzi, che scriverà centinaia di pagine per dire che da Ferdinando II in poi era stato uno spettacolo di follia, un panopticon di demenza e presunzione, un penoso defilè di ambizioni sbagliate, di sogni storti e ridicole chimere. Le verrebbe da piangere, ma lo sa qual è il suo ruolo: schiena dritta e aspetto regale: in fondo è lì per commemorare l'ultima regina di Firenze, e poco conto se sia Gian Gastone o lei stessa. Requiem aeternum."






Titolo: L'ultima regina di Firenze. I Medici: atto finale
Autore: Luca Scarlini
Data di pubblicazione: 8 agosto 2018
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 309
Prezzo: € 18,00

Trama

Tra il 1629 e il 1737 tutto e il contrario di tutto accade a Firenze e in Toscana. Cilici e rosari, ricerche scientifiche innovative, capolavori artistici, complotti, prevaricazioni, matrimoni sbagliati, grandi amori, diffusi girotondi di mal francese, assolute dedizioni omosessuali, lampi di paura e semplice follia, epidemia di peste: la dinastia di Cosimo e Lorenzo de' Medici giunge al crepuscolo, clamorosamente incarnato da Gian Gastone, destinato ad essere ricordato come l'ultima regina di Firenze.


Recensione

Nel tempo la famiglia de' Medici ha affascinato diverse generazioni e suscitato una grande curiosità, così tanta che recentemente le sono stati dedicati film, serie tv e addirittura saghe letterarie. Un'ultima opera pubblicata dalla Bompiani, dal titolo "L'ultima regina di Firenze. I Medici: atto finale" che reca la firma di Luca Scarlini, si distanzia dalle altre perché riporta alcune novità importanti nello stile e nelle modalità in cui viene affrontato il racconto di questa famiglia. 
Prima di tutto occorre dire che, oggetto del testo di Scarlini, non sono le vicende che vedono protagonisti Cosimo e suo nipote Lorenzo il Magnifico, ormai già sviscerate e trattate in tutte le salse, ma la narrazione si focalizza sugli ultimi esponenti dei Medici in un periodo che va da Ferdinando I a Gian Gastone, quindi il tutto si svolge tra il 1629 e il 1737. Inoltre, la forma letteraria utilizzata dall'autore è davvero originale, infatti possiamo collocarla a metà tra un'opera teatrale e un romanzo a puntate. 
La narrazione si apre con 4 prologhi: il primo dedicato al principe Mattias - figlio di Cosimo II de' Medici e Maria Maddalena d'Austria, il secondo alla descrizione delle peste a Firenze, il terzo al carteggio intercorso tra Galileo e la figlia Virginia ed infine, l'ultimo è dedicato alla morte di Francesco de' Medici, fratello di Mattias. Terminato il quarto prologo, si susseguono una serie di capitoli, ognuno dei quali reca un breve titolo in cui è riportato il nome del personaggio protagonista in esso insieme al tema trattato, ed in basso, prima del racconto vero e proprio, troviamo il luogo e la data in cui si svolge l'azione di cui andremo a leggere.
Il tutto è corredato da un albero genealogico, un elenco dei personaggi presenti all'interno dell'opera ed una abbondante bibliografia.

Dopo una manciata di pagine il lettore si renderà subito conto del grande lavoro di ricerca operato da Luca Scarlini, perché le curiosità presenti all'interno di quest'opera sono davvero tante e trattate con una grande dose di ironia, che rendono il racconto storico interessante, avvincente e per niente noioso. Grazie a "L'ultima regina di Firenze" scoprirete che Ferdinando II e suo nipote Gian Gastone amavano gli uomini - da qui nasce l'appellativo "ultima regina di Firenze" che l'autore attribuisce all'ultimo erede dei Medici - e per questo motivo si circondavano di cantori enunchi, guardie robuste e selvagge e artisti omosessuali, che potessero ammirare e di cui potessero "servirsi" quando più desideravano. Poi farete la conoscenza di Margherita Luisa d'Orleans, moglie di Cosimo III e nipote di Re Sole, una donna superba ed insopportabile che odierà la corte fiorentina e torturerà suo marito fino alla fine dei suoi giorni. Infine, incontrerete l'ultima virago medicea Anna Maria Luisa colei che, a differenza dei suoi fratelli, deteneva l'arte del comando e che, se le fosse stato concesso il potere, avrebbe fatto grandi cose. 
Ma la vera bellezza del testo di Scarlini risiede nell'aver dato voce a quegli artisti e scienziati il cui nome forse non ci dirà nulla, ma che hanno avuto un ruolo davvero importante nella corte medicea:  i medici John Finnch e Thomas Baines che si dedicavano nell'arte di dissezionare i cadaveri; il giullare di corte Giovan Battista Fagiuoli; il pittore Giuseppe Nicola Nasini e tanti altri.



Insomma, "L'ultima regina di Firenze. I Medici: atto finale" è un vero e proprio compendio sulla storia degli ultimi Medici, a cui non manca assolutamente nessun ingrediente per poter incantare e conquistare il lettore. Ecco perché mi sento di attribuire a quest'opera ben 4 penne e spero che i miei lettori si convincano a leggerla.


A presto, 
la vostra Contessa.


lunedì 17 settembre 2018

[Recensione]: "Cambio di rotta" di Elizabeth Jane Howard







Titolo: Cambio di rotta (The sea change)
Autore: Elizabeth Jane Howard
Anno di pubblicazione: 1959 (prima pubblicazione)
6 ottobre 2018 (pubblicazione italiana)
Casa editrice: Fazi editore
Pagine: 430
Prezzo: € 18,50

Trama

Emmanuel e Lilian Joyce sono una coppia di mezz'età appartenente all'alta borghesia londinese ebraica e cosmopolita. Lui è un drammaturgo di successo, lei, più giovane del marito, è una donna fragile e malata. A mediare tra i due è il manager tuttofare Jimmy Sullivan. I tre conducono una vita da girovaghi fra Londra e New York per il lavoro di Emmanuel, ma trascorrono anche lunghe vacanze rilassanti in diverse località del Mediterraneo. 
Ad un tratto, però, entra in scena un quarto personaggio: Alberta, la nuova giovane segretaria di Emmanuel, che sconvolgerà tutti gli equilibri e le dinamiche ben consolidate del trio. 


Recensione


Dovete sapere che io e Jane Elizabeth Howard ci conosciamo già attraverso i primi due volumi dei suoi Cazalet, che ho tanto amato. Prima di terminare questa saga, però, ho sempre avuto il desiderio di poter apprezzare questa autrice in altri suoi romanzi e, grazie alla Fazi editore, ne ho avuto l'occasione. 
"Cambio di rotta" è ambientato negli anni 50' del Novecento ed ha per protagonisti quattro personaggi: il famoso drammaturgo Emmanuel Joyce, la sua cagionevole e raffinata moglie Lillian Joyce, il manager tuttofare Jimmy Sullivan e la giovane segretaria Alberta Young.
Ci troviamo davanti ad un romanzo auto-conclusivo composto da 4 voci narranti, anzi 3 voci narranti  ed un punto di vista. Infatti, ogni capitolo è diviso in quattro paragrafi ognuno dei quali è assegnato ad un personaggio che prende parola e narra le vicende che si svolgono in un determinato arco di tempo.
Mrs Joyce e Jimmy si raccontano in prima persona, Alberta lo fa attraverso le lettere che scrive ai suoi familiari e ad un diario segreto in cui riversa tutte le sue preoccupazioni, gioie ed emozioni, mentre Emmanuel è l'unico le cui azioni e i cui sentimenti vengono descritti in terza persona. Ecco il motivo per il quale, quest'ultimo personaggio, può apparire molto più interessante agli occhi del lettore, in quanto le sue reali intenzioni non sono mai chiare, perché filtrate attraverso la voce di un narratore onnisciente, ma esterno.
Em è un sessantaduenne nato da una famiglia non abbiente, il quale riesce ad ottenere il famoso riscatto dalla vita, diventando un affermato drammaturgo e sposando una donna più giovane di lui che, molto probabilmente non ha mai amato. Così finisce per tradirla con le sue segretarie e con le attrici che recitano le commedie da lui scritte, perché Em si sente ancora giovane e alla ricerca di quella felicità che, per ora, non ha trovato e che teme non troverà mai.
Mrs Joyce, dal canto suo, è una donna molto raffinata e mondana, ma piena di insicurezze e di salute cagionevole. Tutto ciò le impedisce di vivere realmente la vita e di tuffarsi in essa senza remore. Inoltre, è al corrente dei tradimenti del marito, ma li accetta di buon grado, perché pensa di non valere nulla senza di lui.
Devo dire, però, che le pagine più poetiche di "Cambio di rotta" sono affidate proprio a lei, Lillian, che, se vivesse la sua vita nel modo più profondo e meraviglioso in cui la descrive, sarebbe un passo avanti a tutti.


"Quel giorno ho avuto la certezza che aspettare con ansia qualcosa è deleterio. Ecco il mio problema: non provo sentimenti autentici, solo proiezioni mentali e conseguenti cadute di tensione nel confronto con la realtà."


 Fondamentale per la serenità dei coniugi Joyce è sicuramente Jimmy Sullivan, il manager tuttofare che li accompagna in giro per il mondo caricandosi sulle spalle le  mille responsabilità e i compiti che gli vengono affidati e facendo anche da mediatore nelle liti e nei dissapori che nascono tra marito e moglie. Jimmy ha un atteggiamento quasi servile nei confronti di Em, qualunque cosa quest'ultimo gli chieda la sua risposta è sempre positiva e lo aiuta anche a nascondere le sue infedeltà. Quando, però, Alberta fa il suo ingresso in scena tutto cambia. I rapporti tra i personaggi si mescolano e si rimescolano di continuo, creando equilibri precari, intese inattese e, per l'appunto, cambi di rotta.
Alberta è una diciannovenne che ha perso la madre da bambina e vive con la sua grande famiglia in campagna, fino a quando non decide di cercare un lavoro che possa consentirle di essere indipendente, ed è proprio così che diventa la segretaria di Mr Joyce.
Nelle sue pagine di diario e attraverso le lettere che scrive a suo padre e a suo zio Vin, conosciamo meglio questa giovane ragazza che finalmente riesce a vedere quel mondo che gli è stato sempre proibito, per via dei pochi mezzi di cui disponeva. Alberta è piena di vita, vivace e talvolta anche molto ingenua, un'ingenuità genuina che condiziona l'intero suo modo di agire e di reagire al comportamento che gli altri personaggi assumono nei suoi confronti. 
Questa giovane segretaria, però, non è una sprovveduta perché ovunque lei vada porta con sé gli insegnamenti di suo padre che l'aiutano ad affrontare gli ostacoli della vita e che, in alcuni casi ho trovato addirittura commoventi per la forza affettiva che sprigionano.

"Ripenso ora a cosa diceva a proposito degli esempi: diceva che ad abbracciare forte un segnale stradale, a un certo punto ci si affeziona al punto da scordarsi che cos'è e a cosa serve. E' spiacevole ma può succedere, a un segnale stradale. Quello che cercava di dire è che le persone non sono fatte per essere dei punti di riferimento come li intendo io: o forse, invece sì, ma nessuno è all'altezza di un compito simile. Se una persona trasmette a un'altra un criterio per le sue scelte, ed è un criterio che a quella persona piace, esso rimane valido anche dopo la morte di colui che glielo ha insegnato." 


La parte più interessante di "Cambio di rotta" è sicuramente il viaggio in Grecia, durante il quale tutti i nodi vengono al pettine e finalmente ogni personaggio trova la sua strada, quella che cercava fin dall'inizio. La Howard è davvero molto abile nel descrivere il cambiamento che avviene in ognuno dei quattro protagonisti, un cambiamento molto lento che parte dai dettagli e che pian piano si trasforma in una presa di coscienza: il tempo, le esperienze e le persone che incontrerai potranno far prendere una piega diversa alla tua vita che, probabilmente, non avevi neanche mai considerato.

Queste le premesse di un romanzo che ho davvero molto apprezzato, perché mi ha dato la possibilità di riflettere su quanto siano labili le certezze su cui basiamo la nostra vita, in quanto essa può sempre metterci davanti a variazioni inaspettate e insperate, che però ci forniscono il coraggio necessario per ricominciare.

Giudizio




Assegno a "Cambio di rotta" 3 stelle, perché vi ho ritrovato l'abilissima penna della Howard che sa descrivere il quotidiano senza annoiare o risultare banale, creando personaggi ben caratterizzati e così VERI che il lettore può solo affezionarsi ad essi. L'unica pecca che ho trovato in questo romanzo è che i colpi di scena sono come "silenziati", nel senso che l'autrice scopre pagina dopo pagina il vaso di Pandora e quando arriva il momento della rivelazione, i lettori già hanno preso coscienza di tutto e non c'è alcun effetto sorpresa che, a mio parere, avrebbe reso ancor più interessante la narrazione.
In ogni caso vi consiglio di acquistare e leggere questo romanzo - approfittate degli sconti indetti dalla Fazi editore fino al 5 ottobre - per conoscere la grandiosa autrice che è la Howard e per lasciarvi trasportare dal cambiamento interiore che vivrete con "Cambio di rotta".

A presto,
la vostra Contessa

giovedì 6 settembre 2018

[Recensione]: "Perché ci ostiniamo" di Fredrik Sjöberg





Titolo: Perché ci ostiniamo
Autore: Fredrik Sjoberg
Casa editrice: Iperborea
Data di pubblicazione: 11 Luglio 2018
Pagine: 178
Prezzo: € 16,50

Trama

Entomologo, affabulatore  e audace pensatore, Fredrik Sjoberg ci accompagna in nove viaggi di scoperta  seguendo il suo fiuto per quelle storie che si nascondono dietro ai dettagli più marginali. Un'escursione sulle tracce di un tiglio centenario o un nome trovato sul retro di un raro autoscatto di Strindberg diventano il punto di partenza per funamboliche avventure attraverso la storia, l'arte, l'avventura e l'incontro di personaggi curiosi e sconosciuti.


Recensione

Fredrik Sjöberg sarà di certo un nome conosciuto a tanti lettori. Si tratta di uno scrittore, entomologo, giornalista culturale e soprattutto collezionista svedese, che ha pubblicato opere divenute celebri anche nel nostro paese, quali "L'arte di collezionare mosche", "Il re dell'uvetta" e "L'arte della fuga", tutte edite Iperborea. Devo confessarvi di non aver letto nessuno dei precedenti testi citati, ma quando la casa editrice mi ha gentilmente inviato una copia di "Perché ci ostiniamo" - l'ultima fatica letteraria di Sjoberg - mi sono subito immersa in questa lettura che ha preso ben presto le sembianze di una vera e propria sfida letteraria. Perché? Vi chiederete. La risposta non è di certo semplice, ma prometto di arrivarci.
"Perché ci ostiniamo" è una raccolta di nove racconti scritti in chiave saggistica in cui l'autore, attraverso una concatenazione di dettagli, arriva a farci scoprire la bellezza della storia, della natura e dell'arte, una bellezza che onestamente ho faticato a cogliere. Sappiate che Sjöberg è un collezionista, un uomo abituato a cogliere i particolari e che quindi ne inserisce parecchi in questa sua opera. C'è un racconto, ad esempio, in cui l'autore parla della tomba dello scrittore Thomas de Quincey che ebbe il piacere di visitare quando si recò in viaggio ad Edimburgo, ma in realtà alla tomba sono dedicate poche righe, perché essa costituisce solo un pretesto per raccontare la travagliata permanenza dell'autore nella capitale scozzese, passando poi a tutt'altri argomenti quali: il suo soggiorno presso il palazzo barocco di Bamberga, la lettura pubblica di "L'arte di collezionare mosche" presso il riformatorio di Ebrach e via discorrendo. Devo dirvi che è stato davvero difficile star dietro a tutti questi passaggi, nonostante io sia - di solito - un'attenta lettrice. A questo proposito mi sono interrogata. Perché, per esempio,  non riuscivo a districarmi tra l'incontro di Lenin con la pioniera ambientalista svedese Anna Lindhagen e la biografia del suo connazionale, il botanico Rutger Sernander, che erano cuciti insieme nello stesso racconto?
Come vi ho detto prima, non è stato facile darmi una risposta, questo perché ce ne sono diverse. Per prima cosa, non ero molto interessata agli argomenti trattati: non ho il pollice verde, non ho mai collezionato nulla in vita mia - ed è per questo che non sono rimasta granché affascinata dalla carrellata di celebri collezionisti fatta da Sjöberg-  e per completare il quadro, nonostante ami scoprire luoghi nuovi, lo stile narrativo dell'autore - per me ostico - ha reso difficile godere delle bellezze della campagna svedese e non solo.
Ho trovato, invece, molto interessante la premessa - a cui devo attribuire la colpa per aver reso molto alte le mie aspettative su quest'opera - che potrebbe essere concepita come una vera e propria introduzione sul collezionismo. C'è un passo che mi ha colpita particolarmente e che vi riporto qui:

"Il collezionismo rinforza gli argini quando la follia minaccia di fa saltare le dighe dell'anima. Non è così raro perdere sia la giusta prospettiva che i propri appigli, per come è fatto il mondo, ma il collezionista ha perlomeno il totale controllo su qualcosa, e di conseguenza un punto fermo nella vita."

C'è della filosofia in queste poche righe. Il collezionista è legato ad un oggetto che per molti versi diventa il suo mondo. Questo a me succede con i libri, cosa sarei senza di loro? Mi sentirei vuota, perduta. Perché quando tutto va male so che potrò sempre contare sulla loro presenza e sul mio amore per la lettura. Lo stesso accade per i collezionisti, ed è per questo che, dopo aver letto quest'opera, li sento simili a me e comprendo ancor di più la loro passione che spesso può diventare una vera e propria ossessione.


Giudizio

Ecco, è giunto il momento in cui vi consiglio di leggere o meno l'opera che ho recensito. Di solito se la recensione è positiva vi esorto con tutti i mezzi a mia disposizione ad iniziare quella determinata lettura, altrimenti ve la sconsiglio categoricamente. Oggi, però, siamo davanti ad un caso totalmente diverso. Nonostante non abbia apprezzato fino in fondo "Perché ci ostiniamo", io sento di consigliare questo testo a tutti coloro che, invece, stimano Sjöberg, il suo stile ed i temi da lui trattati, ed anche ai lettori che non si sono mai imbattuti in questo autore, ma che sono loro stessi collezionisti e quindi vogliono conoscere qualcosa in più su quest'arte  e, soprattutto, a quelli a cui piacerebbe osservare la bellezza - nel senso più generico del termine - attraverso gli occhi di uno scienziato umanista.


A presto,
la vostra Contessa. 

lunedì 23 luglio 2018

[Recensione]: "Mentre morivo" di William Faulkner



Titolo: Mentre morivo
Autore: William Faulkner
Data di pubblicazione: prima pubblicazione 1930; 
edizione Adelphi 2007
Case editrice: Adelphi
Pagine: 231
Prezzo: € 10,00

Trama

Nella contea di Yoknapatawpha, i Bundren, una famiglia di poveri contadini, viene presentata mentre veglia insieme ad alcuni vicini sugli ultimi momenti di vita della madre Addie. Morta quest'ultima, il marito ed i suoi cinque figli, caricano la barra su un carro malandato ed iniziano un lungo viaggio verso la lontana Jefferson, luogo in cui la donna era nata e desidera di essere sepolta. Solo dopo più di una settimana, la famiglia riesce a raggiungere la città, e sarà proprio durante questo arco di tempo che conosceremo meglio ogni personaggio, le sue emozioni, i suoi rancori ed i suoi segreti.


Recensione



Scrivere una recensione a proposito di "Mentre morivo" non è facile perché si rischia di dire troppo o troppo poco, ma voglio provarci perché ci tengo a trasmettere le sensazioni che ho provato durante la lettura di questo capolavoro. 
Il romanzo non ha una struttura lineare, ma è costituito dai flussi di coscienza di quindici personaggi: il padre Anse, i 5 figli dei Bundren (Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell e Vardaman), i vicini di casa (Cora e Vernon Tull), il medico Peabody, il locandiere Samson, il prete Withfield, l'ospite Armstid, i droghieri Moseley e MacGowan ed infine la madre deceduta Addie. Ognuno di essi ha un proprio ruolo nella storia, un proprio carattere, un proprio segreto, ma soprattutto un proprio stile. Infatti, è questa la difficoltà della celebre opera di Faulkner, tutti parlano un linguaggio diverso e vivono la morte della signora Bundren in maniera completamente differente, a seconda della loro personalità. Il piccolo Vardaman è l'esempio lampante di ciò, rimane sempre poco lucido e per prendere coscienza pian piano della morte della madre si rifugia in un simbolo: il pesce.

"Mia madre è un pesce"

Attraverso figura del pesce squartato che poco prima gli è caduto dalle mani, Vardaman trova il coraggio di parlare della sua perdita, quella di un innocente che subisce gli eventi e non li cavalca mai. Durante tutto il tragitto che porterà la famiglia a Jefferson ed anche dopo la sepoltura di sua madre, il bambino continuerà a pensare a quel trenino rosso che desidera ricevere in dono per natale, ed è proprio per mezzo di questo continuo riferimento al gioco dell'infanzia che Faulkener sottolinea l'ingenuità e la tenera età di Vardaman, e ci fa rivivere il lutto dei Bundren attraverso gli occhi di un bambino.

Cash è il primogenito ed anche il più "sano" della famiglia, almeno secondo il mio parere. Sarà lui a costruire la bara della madre, davanti alla finestra dove proprio lei sta vivendo gli ultimi istanti della sua vita. L'atteggiamento di questo personaggio in certi passi è davvero commovente, infatti si immola quasi come un agnello sacrificale in diverse occasioni, e conduce il viaggio per seppellire sua madre, tra orribili dolori fisici, senza mai lamentarsi. Definirei il modo in cui vive il lutto come stoico, perché Cash non si preoccupa mai per sé, ma pensa sempre agli altri e soprattutto a suo fratello Darl, più vicino a lui per età. 
Molto spesso, durante la lettura di "Mentre morivo", il lettore sarà portato a pensare che Darl soffra di uno squilibrio mentale, probabilmente dovuto al fatto che egli è reduce di guerra. Proprio Cash dirà qualcosa a questo proposito:


"Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno e pazzo e quando uno no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince ad andare  in un senso o nell'altro. E' come se non fosse tanto quello che uno fa , ma com'è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa."


In questo passo ognuno può trovarci quello vuole, ma per me Cash vuole dirci chiaramente che Darl può sembrare pazzo perché qualcuno vuol farlo sembrare tale. Non vi dirò chi e neanche il perché, però, pensateci, in un romanzo in cui le azioni e i pensieri di un personaggio vengono raccontate dai personaggi stessi, in un romanzo in cui non c'è un narratore esterno ed obiettivo, non è molto più semplice lasciarsi condizionare dal punto di vista dell'altro? A me è successo, e solo dopo aver terminato il libro ed essermi soffermata a fare un'analisi oggettiva di ciò che avevo letto, ho capito di essermi sbagliata sul conto di Darl, di Jewel e soprattutto di Anse.


"Io sono l'eletto del Signore, perché colui che Egli ama, Egli lo punisce. Ma mi venga un accidente se non ha delle maniere curiose di mostrarlo, a quanto pare."


Anse è uno dei personaggi più disgustosi che io abbia mai incontrato nella mia vita da lettrice. Si appella ad una morale ipocrita e spicciola, che veste solo di facciata, perché in realtà quando invoca Dio e gli chiede aiuto non ci crede neanche un po'. All'inizio del romanzo forza la mano, mostrandosi come una povera vittima in ogni situazione, ma in realtà è proprio lui ad essere il carnefice, ad essere colui che dietro l'ossessione di un proposito onorevole - quello di seppellire la moglie nella sua terra natia - nasconde altro: il suo vero Io ipocrita ed egoista. I figli sono inconsapevoli marionette nelle sue mani, e l'unico che davvero non rischia mai e non si mette mai in gioco durante il viaggio è proprio questo padre, che forse padre non lo è mai stato.

Il personaggio che ho preferito è di certo Jewel. A quest'ultimo è attribuito solo un monologo e neanche particolarmente significativo, quindi per imparare a conoscerlo ci si deve rifare al racconto dei fratelli. Jewel appare fin da subito molto diverso dagli altri ragazzi Bundren e presto il lettore scopre il perché. Nelle sue vene brucia passione, una passione che simbolicamente possiamo rintracciare nel suo cavallo che ama più di se stesso e dei suoi familiari. Jewel è puro istinto, è enigmatico ed è proprio così che manifesta anche il suo modo di vivere la perdita di Addie, la quale ha sempre amato questo figlio segretamente più degli altri. 

Le pagine più belle ed emotivamente provanti di "Mentre morivo" sono, però, quelle affidate ad Addie, che narra la sua vita di madre e di moglie dall'aldilà .

"E quando mi resi conto di avere Cash, mi resi conto che vivere era terribile e che quella era la risposta. Fu allora che capii che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di di dire. Quando nacque mi resi conto che maternità era stata inventata da qualcuno che doveva trovarle una parola perché a chi i bambini li ha avuti non gli importava nulla se c'era una parola o no. Mi resi conto che la paura era stata inventata da qualcuno che non aveva mai avuto paura; orgoglio, da qualcuno che di orgoglio non ne aveva mai avuto [...] Mi resi conto che così era stato, non che il mio essere sola andava violato in continuazione tutti i giorni, ma che non era mai stato violato finché non era arrivato Cash. Nemmeno da Anse la notte."


Faulkner ci presenta subito Addie come una madre peccatrice, una donna che ha dei figli ma che, in realtà, non ha mai desiderato la maternità. A questo punto si potrebbe pensare che la signora Bundren sia una donna abbietta, un mostro della peggio specie, ma non è così. Leggendo le parole di Addie il lettore entrerà subito in empatia con questo personaggio, e sarà catapultato nella sua vita che prende sempre più le sembianze di un vero e proprio vortice in cui lei è inconsapevolmente capitata. Una vita in cui i sentimenti non hanno mai avuto posto, se non una volta, una sola. Lo spiraglio della passione, dell'amore, del sentirsi viva, hanno fatto respirare ad Addie sensazioni nuove alle quali non era abituata e che le hanno reso ancora più insopportabile la sua non-vita, se non fosse per quel figlio - Jewel - che l'ha resa davvero madre e che le ha ricordato ogni giorno i frammenti della donna che avrebbe potuto essere. 


Ho lasciato per ultima l'unica figlia femmina dei Bundren e cioè Dewey Dell. L'ho fatto perché il suo personaggio è quello che mi ha fatta più male ed è per questo che parlare di lei mi risulta davvero difficile. Dewey Dell riveste perfettamente la figura della giovane di campagna, ingenua fino al midollo e talmente ignorante da far tenerezza. Dopo la morte di Addie sarà lei a fare le sue veci e a diventare una donna di casa a tutti gli effetti. La vita di questa ragazza, però, non sarà solo sconvolta dalla morte di sua madre, ma anche da un grande segreto che porta con sé e che la renderà una facile vittima per i suoi carnefici, ma la cosa più triste è che lei neanche si accorgerà di essere stata raggirata ed oltraggiata. E allora come si fa a non soffrire da morire per qualcuno che neppure si accorge del male che gli è stato inflitto? Di una donna che non conosce neanche le cose più semplici della vita ed è per questo che non può combattere contro i suoi aguzzini e accetta con passività ogni cosa perché le hanno convinta che sia così che debba andare, sia così che le cose vanno fatte, sia proprio così che le donne si sbarazzano dei loro "problemi". Davanti a ciò non si può non provare un enorme dolore, come lettori, come donne, come uomini. 



Giudizio




Pensavo di impiegare molto più tempo nella lettura di questo romanzo ed, invece, nel giro di due giorni l'ho terminato e non so dire neanche io come sia successo. Faulkner mi ha completamente attratta a sé con i suoi personaggi, le parole vomitate come se fossero proiettili da sparare contro una vita maledetta, quella bara costruita davanti alla finestra di una donna desiderosa di una morte decorosa, la poca dignità attribuita ad una salma che diventa quasi una "cosa" di cui sbarazzarsi e quello stile che lascia trapelare una sofferenza ironica ed ingiusta. "Mentre morivo" è una sfida da accettare, perché per comprendere veramente questo capolavoro non si può restare in superficie, non ci si può aggrappare alle parole e pensare di averle intese tutte, ma bisogna scavare in fondo, tra il detto e il non detto, tra il sospetto e  la verità, perché è lì che Falkner vuole spingerci ed è proprio lì che si trova la magia più pura di questo romanzo. 



A presto,
la vostra Contessa.




giovedì 21 giugno 2018

[Recensione]: "Divorare il cielo" di Paolo Giordano









Titolo: Divorare il cielo
Autore: Paolo Giordano
Data di pubblicazione: 8 maggio 2018
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 430
Prezzo: € 22,00

Trama

Le estati a Speziale per Teresa non passano mai. Giornate infinite a guardare la nonna che legge gialli e suo padre, lontano dalla moglie, che torna ad essere misterioso e vitale come la Puglia in cui è nato. Poi un giorno li vede, sono "quelli della masseria", tre fratelli non di sangue, ciascuno con un padre manchevole. Credono in Dio, nella reincarnazione e nella terra, conoscono tante cose, ma non frequentano la scuola.  A poco a poco, per Teresa, quell'angolo di campagna diventa l'unico posto al mondo, il posto in cui c'è Bern. Il loro è un amore estivo che, però diventa totale. La campagna pugliese diventa teatro di questa storia che attraversa vent'anni e quattro vite, tenute insieme da un filo sottile destinato a spezzarsi. 


Recensione


Mi capita raramente di piangere dopo aver terminato un libro, e questo non perché io non riesca ad empatizzare con i personaggi o a far mia la storia narrata dall'autore, ma semplicemente per via del fatto che, quella storia e quei personaggi, sono distanti anni luce da me e dalla mia vita. Con "Divorare il cielo" ci sarebbe dovuto essere lo stesso distacco emotivo, considerando che le vicende che hanno per protagonisti Teresa, Bern, Tommaso e Nicola non le ho vissute e non credo che le vivrò mai. Ed invece non è stato così. Mi sono innamorata perdutamente di Bern, ho vissuto la sofferenza ed i turbamenti di Teresa, ho vestito la gelosia di Tommaso e mi sono sentita un'esclusa esattamente come Nicola. Tutto questo "per colpa" della penna di Paolo Giordano che, a dieci anni dalla pubblicazione del celebre "La solitudine dei numeri primi", torna in libreria con un romanzo emotivamente travolgente, che vi lascerà con il cuore a pezzi e con la consapevolezza che i sentieri che l'amore può percorrere sono davvero infiniti.

In questa mia recensione non mi soffermerò troppo sulla trama e sulla storia raccontata da Giordano, perché è così bella che voglio la scopriate voi leggendo il romanzo. Piuttosto vi parlerò, nel dettaglio, di alcuni protagonisti e delle tematiche affrontate. Tra queste ultime, la più importante, è sicuramente quella della ricerca del "puro" e del non contaminato, che ossessiona completamente Ben, tanto che finirà per rendere la masseria il suo angolo di paradiso. Ben e Teresa sono dei novelli Adamo ed Eva che trovano la felicità nella terra, nei prodotti da loro coltivati e nella vita di campagna. Ma tutto questo a Ben non basta, lui e la sua inquietudine hanno sempre sete di qualcosa: un figlio, la salvaguardia degli alberi e la scoperta di luoghi lasciati inalterati dalla mano dell'uomo. Tutto ciò si tramuterà in una terribile ossessione che lo condurrà alla deriva, dalla quale neanche Teresa potrà salvarlo.
Teresa che ama Ben dal primo momento che incontra i suoi occhi, Teresa che lascerà tutto per lui: Torino, l'università, i genitori. La protagonista di "Divorare il cielo" è una donna forte che non ha paura di prendere decisioni rischiose e di stravolgere la sua vita in nome dell'Amore. E mentre Ben combatterà sempre per difendere i suoi ideali, Teresa si batterà per quell'uomo che, probabilmente non è mai cresciuto abbastanza e che continua a comportarsi come un eterno adolescente. L'atteggiamento di Ben finirà per dividere in due in lettore, che da una parte proverà tenerezza e compassione per questo ragazzo che è diventato uomo troppo presto con tutti i suoi turbamenti emotivi, ma dall'altra farà fatica a giustificare i suoi comportamenti spesso violenti ed egoistici, dovuti alle fragilità e alle insicurezze che si porta dietro fin da quando era un bambino.
Un personaggio del tutto negativo è, invece, Nicola.  Per quest'ultimo la vita non è altro che un'eterna gara con Ben, colui che è riuscito a conquistare Teresa, che è coraggioso e che rappresenta tutto quello che lui non sarà mai. Nicola è uno di quei personaggi insopportabili, che riveste benissimo il suo ruolo di antagonista. Nell'eterna lotta tra bene e male c'è, però, Tommaso, che rimane a metà tra le due categorie. Quest'uomo mi ha lasciata del tutto indifferente, per la sua costante paura di tutto  che lo porta a non rischiare mai e a non scoprirsi, se non una volta, quando rivela i suoi veri sentimenti e si mostra per quel che è, anche se a quel punto, il lettore ha già compreso il suo segreto da tempo. 
Tra tutti questi quattro personaggi, il mio preferito è senza dubbio Teresa la quale, soprattutto nell'ultima parte del romanzo, dimostra che ci si può rialzare anche dopo una tremenda caduta e che anche quando si crede di averlo perso, l'amore, può ritornare a noi attraverso modi e forme che mai avremmo immaginato potessero esistere.


Giudizio



Se non si fosse ancora capito, il mio giudizio su questo romanzo è assolutamente positivo, così tanto che credo di "buttarmi" molto presto nella lettura de' "La solitudine dei numeri primi". Spero che acquisterete e leggerete al più presto "Divorare il cielo", ma state attenti perché una volta cominciato non riuscirete a staccarvene fino a quando non lo avrete finito. E poi non dite che non vi avevo avvertito!

A presto
la vostra Contessa.


venerdì 8 giugno 2018

[Nel nome della Strega II]: "Resto qui" di Marco Balzano.






Titolo: Resta qui
Autore: Marco Balzano
Data di pubblicazione: 20 Febbraio 2018
Pagine: 179
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: € 18,00

Trama

Siamo a Curon, in Sudtirolo, dove durante il secondo conflitto mondiale, Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, così che per non perdere la propria identità non resta altro che raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita collettiva somma la propria: invoca il continuo nome della figlia, scomparsa senza lasciare traccia. Da allora non ha mai smesso di aspettarla e di scriverle, nella speranza che le parole gliela possano restituire. Durante la guerra, Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi, il lungo dopoguerra che non porta nessuna pace. E così, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, alla fine si ritrova precipitato ad osservare , un giorno dopo l'altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine.


Recensione






"Se per te questo posto ha un significato, se le strade e le montagne ti appartengono, non devi aver paura di restare."

A volte ci vuole più coraggio a restare che ad andare via. Questo lo sanno bene Trina ed Erich, una coppia sposata che vive a Curon, in Sudtirolo, terra di confine e di sofferenza che, però, i due non vogliono abbandonare. Nonostante il fascismo, il nazismo, la guerra e la costruzione di quella diga che inonderà le case e farà per sempre sparire il loro paese. 

Trina è una giovane colta che ha un sogno, quello di diventare maestra. Si rende conto, però, che con l'incalzare del fascismo, Mussolini non permetterà mai che si continui ad insegnare tedesco e quindi, la protagonista di "Resto qui", imparerà l'italiano, una lingua che non le appartiene e che non le apparterrà mai. Erich è un contadino, rispettoso delle tradizioni, dedito alla terra, antifascista e restante. Sì, perché negli anni della guerra gli abitanti di Curon si dividono in due schieramenti: gli optanti, cioè coloro che decidono di appoggiare Hitler e di lasciare il paese per recarsi in Germania, ed i restanti, coloro che hanno il coraggio di restare e per questo sono osteggiati e disprezzati. Trina  e suo marito fanno parte di quest'ultimo gruppo, perché amano le loro radici e per niente al mondo potrebbero decidere di andar via senza lottare. 


"Ci avessero domandato quel giorno qual  era il nostro desiderio più grande, avremmo risposto che era continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità da dove i giovani erano scappati e tanti soldati non erano più tornati. Senza voler sapere niente del futuro e senza nessun'altra certezza. Solo restare."


Al dolore collettivo, scaturito dagli eventi che hanno sconvolto Curon, Trina somma anche quello individuale: la scomparsa di sua figlia. Ed è così che la donna dà vita ad un diario intimo e colloquiale in cui parla della sua vita senza Marica e piena di dolore in cui, però, la speranza e la volontà di andare avanti, sono sempre presenti. Nelle pagine scritte da Trina, ritroviamo tutta la sua vita da combattente, una vita che mette nelle mani di sua figlia che l'ha abbandonata, ma che lei sarebbe pronta a perdonare senza alcuna esitazione. La mancanza qui è espressa, non nel senso di un dolore straziante, ma come una lunga agonia che può essere superata solo vivendo. 
La donna tace sulla sua sofferenza, su quello che accade i giorni successivi alla scomparsa della figlia e sul desiderio di poterla riabbracciare presto, perché lei non c'è più, non è rimasta e mai ritornerà. 
Così nel suo diario Trina immagina di parlare a Marica, scegliendo di non rimproverarla mai per la scelta fatta e di non chiederle di farsi viva, ma le racconta gli eventi che hanno colpito Curon, la sua vita e quella di Erich. 

"No, non meriti di conoscere quei giorni di buio. Non meriti di sapere quanto abbiamo gridato il tuo nome. Quante volte ci siamo illusi di essere sulla strada giusta. E' una storia che non ha ragione di riaccadere nelle parole. Ti racconterò invece della vita di noi, del nostro essere sopravvissuti. Ti dirò quello che è successo qui a Curon. Nel paese che non c'è più.


L'interessante - e vera - vicenda di Curon, unita a quella dei protagonisti di questo romanzo - frutto della mente dell'autore - è raccontata attraverso uno stile informale e discorsivo, così tanto che il lettore può immaginare di essere proprio lì, in casa con Trina che, mentre rammenda le calze, gli racconta gli avvenimenti più tristi della sua esistenza in un modo talmente autentico che in certi passi addirittura commuove. 

Insomma, "Resto qui" di Marco Balzano è la storia di una ostinazione, dell'attaccamento alla propria terra natia che non si vuole abbandonare neanche quando essa, ormai, non esiste più. Un romanzo di cui consiglio caldamente la lettura ai tanti che amano le proprie origini, ma anche a quelli che le disprezzano o che le hanno completamente dimenticate, perché sappiano che esse faranno sempre parte di noi. 



Infine voglio ringraziare con il cuore colmo di gioia tutti i blogger che hanno deciso di partecipare a questa iniziativa e le persone che ci hanno letto e seguito. Spero che con le nostre recensioni si sia respirata un po' l'aria del Premio Strega e che sulle bacheche di instagram e facebook si possano intravedere più romanzi italiani oltre che a quelli stranieri da cui siamo letteralmente invasi. 
Prima di lasciarvi, però, voglio ricordarvi tutte le tappe che si sono svolte in precedenza e l'ultima che chiuderà "Nel nome della Strega". Eccole:


14 MAGGIO: TWINS BOOKS LOVERS con “Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella.
16 MAGGIO: GIULSJUPS con “La ragazza con la leica” di Helena Janeczek.
18 MAGGIO: LA BIBLIOTECA DI STEFANIA con “Sangue giusto” di Francesca Melandri.

21 MAGGIO: MATTIA TORTELLI con “Da tuo terrazzo si vede casa mia” di Elvis Malaj.
23 MAGGIO: RECENSIONI LAMPO con “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” di Sandra Petrignani.
25 MAGGIO: RESPIRO LIBRI con “Anni luce” di Andrea Pomella.
28 MAGGIO: THE BOOK LAWYER con “Come un giovane uomo” di Carlo Carabba.

30 MAGGIO: ATTORCIGLIATA con “La madre di Eva” di Silvia Ferreri.
1 GIUGNO: GENTE DI TACCUINO con “Il figlio prediletto” di Angela Nanetti.
4 GIUGNO: L PER LIBRO con “Questa sera è già domani” di Lia Levi.
8 GIUGNO: LA CONTESSA RAMPANTE con “Resto qui” di Marco Balzano.

11 GIUGNO: LEGGO LIBRI con "Il gioco" di Carlo D'Amicis.


A presto,
la vostra Contessa.




lunedì 4 giugno 2018

[Recensione]: "Il buio dentro" di Antonio Lanzetta

Buon lunedì amici, oggi iniziamo la settimana con una recensione positiva e visto che non vedo l'ora di farvela leggere passo direttamente a presentarvi il romanzo protagonista del post, attraverso la consueta scheda.



Titolo: Il buio dentro
Autore: Antonio Lanzetta
Data di pubblicazione: 13 ottobre 2016
Casa editrice: La corte editore
Pagine: 248
Prezzo: € 14,90

Trama

Il corpo di una ragazza viene ritrovato appeso ai rami di un albero. Le hanno tagliato la testa e l'hanno lasciata sul terreno solcato dalle radici, gli occhi vuoti ora fissano quelli di Damiano Valente. Lui è lo Sciacallo, un famoso scrittore specializzato nel ricostruire i casi di cronaca nera nelle pagine dei suoi libri. Un cacciatore che segue nella morte le tracce lasciate dall'assassino della sua amica Claudia. Un omicidio avvenuto nell'estate del 1985, quando lui era solo un ragazzo con la passione per la corsa e per la bici. Trentuno anni dopo, Damiano ritorna ai piedi di quel maledetto salice bianco, per dare una risposta a quella sua ossessione che come una ferita pulsante gli impedisce di andare avanti. 

Recensione



Per molto tempo ho creduto che i thriller non facessero per me. Troppo sangue, terrore ed ansia: tre elementi dai quali mi sono sempre tenuta alla larga. Almeno fino ad oggi. Eh sì, perché Antonio Lanzetta è riuscito a demolire il muro di pregiudizi che avevo costruito contro questo genere, grazie al suo romanzo "Il buio dentro", con  il quale ha conquistato anche i lettori esteri.

"Il buio dentro" si svolge su due binari temporali diversi che ci vengono ricordati dall'autore all'inizio di ogni capitolo: l'estate del 1985 e il 2016 (oggi). Nel 1985 il protagonista del romanzo, Damiano Valente, era solo un ragazzino che viveva a Castellaccio e amava trascorrere l'estate con i suoi amici: Flavio, Stefano e Claudia. A sconvolgere la tranquillità di questo gruppo di adolescenti fu, però, la scomparsa di Claudia ed il ritrovamento del suo corpo decapitato e appeso ai rami di un salice. Damiano non si riprenderà mai da questo evento, tanto che trentuno anni dopo lo ritroviamo di nuovo lì, a Castellaccio, per investigare su un caso di omicidio molto simile a quello in cui la vittima era la sua amica Claudia. Damiano, detto lo Sciacallo, è ormai diventato uno scrittore famoso e specializzato nel ricostruire i casi di cronaca nera, questa volta, però, dovrà scavare nel suo passato e nel dolore che si porta dietro da anni per riuscire a scoprire finalmente l'identità del Mostro.

Il motivo principale per cui ho apprezzato questo romanzo è dato dal fatto che Damiano Valente è un personaggio vero e autentico che non ha paura di mostrare tutte le sue debolezze, tanto che la sofferenza ed i sensi di colpa che lo attanagliano finiscono per accompagnare il lettore lungo tutto il romanzo, fino a spingerlo a vestire i panni dello Sciacallo, a porsi le sue stesse domande e a darsi le sue stesse risposte. Inoltre, capiterà sicuramente a molti, di scoprire addirittura l'identità del mostro del salice nello stesso momento in cui si rivelerà a Damiano, solo qualche pagina prima dell'epilogo e non senza colpi di scena.

Infine, voglio sottolineare, la complessità dell'aver deciso di ambientare un thriller in un piccolo paesino del sud Italia, con personaggi italiani ben caratterizzati e dialoghi tutt'altro che banali, come quelli che avvengono tra Flavio e suo nonno Don Mimì. Quest'ultimo, dopo la morte della figlia, si vede affidare improvvisamente la tutela di un nipote che, prima di allora, non aveva mai conosciuto e di cui cerca di prendersi cura in maniera particolare: gli insegna a sapersi difendere dagli altri e da sé stesso, dal buio che si porta dentro. Il rapporto nonno - nipote è uno dei più interessanti e ben riusciti del romanzo, insieme a quello che che nasce tra Flavio e Claudia che, però, resta incompleto. Flavio, si porterà dentro questo sentimento di incompiutezza amorosa - e non solo -  per tutta la vita e proprio per questo, come Damiano, non avrà pace fino a quando l'assassino del suo primo amore non verrà  scoperto e pagherà per aver rovinato la vita a lui e ad i suoi amici.


Giudizio







Ho cercato di recensire questo romanzo senza svelarvi troppo della trama, perché voglio che ve lo gustiate pagina dopo pagina e che percorriate il cammino verso la scoperta del Mostro insieme a Damiano Valente. Concludo dicendovi che assegno 4 stelle e mezzo a "Il buio dentro", che vi invito caldamente a leggere, anche quest'estate sotto l'ombrellone, perché non vi deluderà. 


A presto,
la vostra Contessa.