lunedì 21 maggio 2018

[Nel nome della strega II]: Mattia Tortelli recensisce "Dal tuo terrazzo si vede casa mia" di Elvis Malaj


Credo sia la prima recensione ufficiale che faccio di un libro. Sul profilo instagram mi diverto a parlare di libri, ma definirle recensioni è effettivamente pretenzioso. Ebbene, questa sarà una non-recensione ufficiale. Nel rispetto di questo pensiero, decido di partire da quello che avrei voluto – e che userò – come finale: ossia una citazione. Se dovessi riassumere in una sola frase quello che per me è stato “Dal tuo terrazzo si vede casa mia”, di Elvis Malaj, uscito nell’ottobre 2017 per Racconti Edizioni, e tra i 12 finalisti del Premio Strega, userei sicuramente questa: “Anche l’asfalto fiorirebbe se qualcuno lo innaffiasse”.



Elvis Malaj è un autore di origine albanese che a 15 anni si trasferisce ad Alessandria con la famiglia. Oggi vive a Padova. E non ci sarebbe stata necessità di specificare le sue origini se non fosse che quel terrazzo di cui racconta si affaccia su e dal suo paese d’origine: l’Albania. Nei suoi 12 racconti l’autore infatti porta le sue origini, in una commistione difficoltosa con l’Italia. Eppure, sarà proprio la sua scrittura a tentare di colmare la distanza tra questi due terrazzi.

La raccolta si struttura di 11 racconti di lunghezza media che culminano in un dodicesimo, “Morte di un personaggio”, che ha un numero di pagine doppio e in certi casi triplo rispetto agli altri e che, riprese le fila del discorso, mostra l’arazzo concluso, la figura che risulta dalla narrazione precedente. Malaj è in grado di variare dall’ironia più arguta, all’introspezione più spietata. I racconti affrontano il tema del razzismo, dell’amore, della solitudine, della diversità, della bellezza, dell’arte. Il percorso si srotola davanti agli occhi del lettore tra dediche all’Albania (“Le Scarpe”) e riferimenti ad Alda Merini e Dostoevskij (“A pritni mia?” e “Morte di un personaggio”), passando per la citazione diretta dello scrittore premio Nobel Herman Hesse: “Il lupo della steppa”.

I personaggi che Malaj crea hanno nomi che riportano alle loro origini e sono messi in situazioni di crisi tra le più disparate: un episodio di razzismo, una prima volta che non è una prima volta, un televisore recuperato dalla spazzatura, un incidente che distrae l’attenzione da un appuntamento fallito, un primo giorno di scuola, una carriola, una storia d’amore e di fuga, un discorso in treno e una ragazza sola e triste sebbene sia in vacanza con gli amici.

Ma è nel racconto finale che la narrazione di Malaj, avendo acquisito potenza lungo le pagine precedenti, esonda nel racconto più completo e meglio riuscito di tutta la raccolta. Se si sono amati i personaggi fin qui letti, non si potrà far a meno di rimanere pienamente soddisfatti da questo finale che riprende, riaffronta e conclude tutti i temi percorsi. Kastriot è un ragazzo albanese, alle prese con un romanzo in cui non sa come far morire uno dei personaggi. Veronica è una ragazza volitiva, che è appena stata lasciata dal ragazzo e che incontra Kastriot quando il ragazzo entra in casa sua di nascosto, obbligato dalla madre a bagnare i fiori trascurati della vicina. Da quel momento tra i due comincia una storia che li porterà a convergere al centro di quella distanza tra terrazzi che sembra dividerli. Tra una battuta sui pregiudizi razzisti e una riflessione sul bello e la bellezza, dopo una cena finita non nel migliore dei modi nella quale hanno parlato di diversità in riflessioni mai banali, ai due ragazzi, così come ai personaggi del libro che Kastriot sta scrivendo – un riuscito e intelligente gioco di “meta scrittura”-, viene concessa una possibilità.

Auguro tutta la fortuna possibile a questa bella raccolta di racconti e al suo autore, nonchè alla coraggiosa casa editrice che lo rappresenta – e che ho svaligiato al SalTo18. Se Malaj non dovesse vincere la sfida con lo Strega, sono sicuro che vincerà quella con i lettori, Perché, proprio come Kastriot, “Innaffiò tutte le piante, anche quelle morte. L’asfalto fiorirebbe se qualcuno lo annaffiasse”: e Malaj lo ha fatto.




Mattia Tortelli.



Vi ricordo tutte le tappe de' "Nel nome della strega II":


4 MAGGIO: TWINS BOOKS LOVERS con “Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella.

16 MAGGIO: GIULSJUPS con “La ragazza con la leica” di Helena Janeczek.
18 MAGGIO: LA BIBLIOTECA DI STEFANIA con “Sangue giusto” di Francesca Melandri.
21 MAGGIO: MATTIA TORTELLI con “Da tuo terrazzo si vede casa mia” di Elvis Malaj.
23 MAGGIO: RECENSIONI LAMPO con “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” di Sandra Petrignani.
25 MAGGIO: RESPIRO DI LIBRI con “Anni luce” di Andrea Pomella.
28 MAGGIO: THE BOOK LAWYER con “Come un giovane uomo” di Carlo Carabba.
30 MAGGIO: ATTORCIGLIATA con “La madre di Eva” di Silvia Ferreri.
1 GIUGNO: GENTE DI TACCUINO con “Il figlio prediletto” di Angela Nanetti.
4 GIUGNO: L COME LIBRO con “Questa sera è già domani” di Lia Levi.
6 GIUGNO: LEGGO LIBRI con “Il gioco” di Carlo D’Amicis.
8 GIUGNO: LA CONTESSA RAMPANTE con “Resto qui” di Marco Balzano

mercoledì 16 maggio 2018

[Nel nome della strega II]: giulsjups recensisce "La ragazza con la leica" di Helena Janeczek


Quest’anno partecipo all’iniziativa “Nel nome della strega” di Annamaria, cara amica e splendida bookblogger.
Il libro che ho scelto è “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek, scrittrice originaria di Monaco di Baviera e nata in una famiglia ebreo-polacca che vive in Italia da oltre trent’anni.
Qualche tempo prima di prendere parte a questo progetto, ho letto la trama del libro e mi è subito sembrato interessante. Chi è questa ragazza con la Leica (che, per chi non lo sapesse, è una marca di macchine fotografiche)? È Gerda (Gerta) Taro, nata Gerta Pohorylle, nel 1910 - tedesca di famiglia ebreo polacca, commercianti di piccola borghesia. Entra a far parte molto presto dei movimenti socialisti ed è molto attiva nel Partito Comunista tedesco. Dopo esser stata in prigione, decide di scappare a Parigi, dove conosce l’ungherese André Friedmann (poi ribattezzato Robert Capa) con cui si fidanza e grazie al quale scopre il mondo della fotografia. Ciò che rende però le sue foto particolari è il contesto della guerra, che piano piano si stava facendo più aspra.
Gerda è un personaggio irrequieto, non si accontenta mai, è temeraria, o, come viene definita all’interno del libro è “spericolata”. È a causa di questo suo modo di essere che, purtroppo, incontra presto la morte.
È il primo di agosto millenovecentotrentasette, Parigi è attraversata da una fila di bandiere rosse: è il corteo funebre proprio per Gerda, la prima fotografa morta in un campo di battaglia come se fosse un soldato.
È il giorno del suo ventisettesimo compleanno.
“Intorno alla tomba si espandeva una calca ingombrata di striscioni e bandiere rosse che rendeva invisibile chi prendeva la parola. […] Orazioni solenni e battagliere, telegrammi, versi (o erano frasi poetiche?) dedicati a un’allodola scomparsa a Brunete che non cesserà mai di far udire il proprio canto. Qualcuno ricordava che quel giorno, 1°agosto 1937 avrebbe compiuto ventisette anni <<la nostra Gerda>>, la coraggiosissima compagna che aveva dato la sua giovane vita per una lotta a cui sapeva appartenere il futuro di tutti.>>”
Fra la folla c’è il dottor Willy Chardack, detto “il Bassotto”, che nella prima parte ci parla di quanto effettivamente fosse innamorato di Gerda, di come però potesse amarla solo da lontano. Di lei, infatti, fra i numerosi episodi, racconta: “sì, opportunista l’avevano pensato in molti. […] Era fatta così, era volubile e volitiva, un metro e mezzo di orgoglio e ambizione, senza i tacchi. Bisognava prenderla com’era: sincera sino a far male, affezionata a modo suo, sulla lunga durata”.
C’è anche Ruth Cerf, l’amica con cui ha condiviso la vita terribile parigina che occupa la seconda parte della storia:
“Ruth non aveva mai visto Gerda rinfacciarsi un errore, rimasticare un rimorso.”;
“a Gerda non piacevano le cose che finivano”;
“Era spiazzante, Gerda. […] Non sarebbero diventate amiche se quel parlarsi liberamente non si fosse instaurato tra loro molto presto, facendo vacillare le prime impressioni che Ruth si era fatta. La bambolina di Stoccarda non era solo più divertente di qualsiasi oca infiocchettata. […] Era qualcosa di diverso.”
Infine c’è Georg Kuritzkes, che occupa la terza ed ultima parte, fidanzato di Stoccarda, al quale Gerda è sempre rimasta legata da un profondo affetto – anche se l’amore per Capa era qualcosa di inspiegabile. Georg dice:
“Non capisco cosa sentiva. Paura poca, d’accordo. E poi?”
“Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro. Si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto.”

Il libro è completato da un prologo e un epilogo molto particolari: si inizia con una foto scattata da Capa e Taro e termina con un ritratto proprio di questi due. Si sono amati veramente tanto, ma Capa non si è mai perdonato di averla lasciata sola in quel servizio fotografico che apparentemente non doveva essere così pericoloso.

La scrittrice, però, a mio parere, ha perso di vista l’obiettivo chiave, ovvero quello di raccontare la storia di Gerda.
Ce la presenta con gli occhi di chi le è stato accanto, di chi l’ha vissuta in tutta la sua imprevedibilità e in tutto il suo coraggio.

Potrebbe essere una struttura molto interessante, se avesse incentrato la sua scrittura su quella che dovrebbe essere la protagonista indiscussa di questo libro, ed è questo l’errore più grande che, secondo la mia modesta opinione, l’autrice ha commesso: introduce troppi personaggi facendo perdere il filo del discorso al lettore. Gerda è raccontata e descritta solo di sbieco, in conseguenza a ricordi e immersa nel contesto bellicoso. Non solo: i continui salti temporali fra ricordi e presente non aiutano affatto.
Tutto ciò è sorprendente, soprattutto perché nei ringraziamenti specifica di aver conosciuto Gerda Taro grazie ad una mostra a lei dedicata, organizzata da Irme Schaber, la quale ha anche scritto delle biografie sulla stessa fotografa. Il materiale, dunque, non mancava. Sorprende anche che lei sostenga che l’anima del libro è frutto della sua immaginazione: i personaggi sono esistiti davvero, allora dove la troviamo questa sua fantasia?
Della Taro si percepisce comunque che tipo fosse: spregiudicata, testarda, indipendente, controcorrente, impulsiva e istintiva, coraggiosa, rivoluzionaria.
Per conoscerla a fondo, però, ho dovuto condurre delle mie ricerche personali attraverso internet: solo da queste ho potuto comprendere in pieno il significato di una frase che lei disse: “Capite quanto la mia Leica sia utile alla causa?”
Fotografare le idee politiche e sociali al fine di realizzare una rivoluzione con l’arte.

Probabilmente mi aspettavo una biografia pura, un racconto sulla guerra vista da occhi diversi e innovativi allo stesso tempo; forse, ancora, speravo che l’autrice prendesse Gerda come narratrice usufruendo dei racconti di chi l’ha conosciuta.
È sicuramente una figura interessante ed è possibile che sia questo il fattore che ha portato la Janeczek in finale: bisognerebbe tuttavia capire perché ha seguito questo tipo di struttura per comprendere la storia fino in fondo.





Vi ricordo la tappa precedente e quelle successive de' "Nel nome della strega II":

14 MAGGIO: TWINS BOOKS LOVERS con “Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella.

16 MAGGIO: GIULSJUPS con “La ragazza con la leica” di Helena Janeczek.

18 MAGGIO: LA BIBLIOTECA DI STEFANIA con “Sangue giusto” di Francesca Melandri.

21 MAGGIO: MATTIA TORTELLI con “Da tuo terrazzo si vede casa mia” di Elvis Malaj.

23 MAGGIO: RECENSIONI LAMPO con “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” di Sandra Petrignani.

25 MAGGIO: RESPIRO DI LIBRI con “Anni luce” di Andrea Pomella.

28 MAGGIO: THE BOOK LAWYER con “Come un giovane uomo” di Carlo Carabba.

30 MAGGIO: ATTORCIGLIATA con “La madre di Eva” di Silvia Ferreri.

1 GIUGNO: GENTE DI TACCUINO con “Il figlio prediletto” di Angela Nanetti.

4 GIUGNO: L COME LIBRO con “Questa sera è già domani” di Lia Levi.

6 GIUGNO: LEGGO LIBRI con “Il gioco” di Carlo D’Amicis.

8 GIUGNO: LA CONTESSA RAMPANTE con “Resto qui” di Marco Balzano.






lunedì 7 maggio 2018

[Recensione]: "Tu l'hai detto" di Connie Palmen

Buon primo lunedì di maggio cari amici, oggi vado subito al dunque e vi parlo di una lettura che mi ha molto scossa tanto da non farmi dormire la scorsa notte quando, subito dopo averla terminata, mi sono messa a letto ed ho iniziato a riflettere sulle vite delle due persone che vi erano protagoniste. Ecco a voi la scheda.



Titolo: Tu l'hai detto
Autore: Connie Palmen
Casa editrice: Iperborea
Data di pubblicazione: 28 Marzo 2018
Pagine: 252
Prezzo: € 17,00

Trama

Ted Hughes e Sylvia Plath, "la coppia maledetta" della letteratura moderna, segnata dal suicidio di Sylvia a soli trent'anni nel 1963, ha ispirato ogni sorta di speculazioni e mitizzazioni sulla fragile martire e il suo brutale carnefice. In questo romanzo Connie Palmen dà voce a Ted Hughes e fa raccontare a lui - il poeta, il marito, l'uomo che non può smettere di interrogarsi sulle sue colpe ma che ha sempre mantenuto un religioso silenzio sulla moglie perduta - la sua verità.


Recensione



"Uno di noi era spacciato fin dall'inizio. Era o lei o io. Nella furia divoratrice chiamata amore, avevo trovato la mia pari."


Come ho scritto all'inizio di questo post, la notte durante la quale ho terminato questo romanzo, sono rimasta talmente turbata da non riuscire a chiudere occhio. Eppure conoscevo la storia di Sylvia Plath ed il suo tragico epilogo, proprio per questo credevo che "Tu l'hai detto" non mi potesse lasciare quel senso di inquietudine che sento ancora adesso, mentre ne scrivo la recensione. 

Il romanzo di Connie Palmen ha come scopo quello di ripercorrere le tappe del matrimonio della Plath con il poeta Ted Hughes. In tanti hanno speculato e scritto articoli e romanzi sulla storia di due poeti maledetti, ma "Tu l'hai detto" contiene una novità, infatti a fare da narratore alle vicende e Hughes che racconta della vita trascorsa accanto alla Plath, secondo il suo punto di vista. 

Il 25 febbraio del 1956, ci fu il primo incontro tra la Plath e Hughes, un incontro pieno di violenza amorosa, perché i due appena si videro, si vollero, si desiderarono e finirono con il fare l'amore in modo folle: lui le strappò con furia gli orecchini dai lobi e la fascia che portava tra i capelli, lei lo marchiò con una cicatrice, mordendogli una guancia. Il loro amore fu sempre così, pieno di disperazione, di parole urlate e di genio letterario. Ted tende a presentarsi come un marito premuroso e protettivo nei confronti di una moglie isterica, depressa ed incline al pianto. Una moglie che la famiglia - e soprattutto sua sorella Olwyn - mal sopportava, perché americana, perché sopra le righe e soprattutto instabile. 

Nonostante la nascita di due figli, Frieda e Nicholas, la Plath soffrì sempre di disturbi mentali la causa dei quali era da rintracciare, secondo suo marito, nella morte prematura del suo amato ed eroico padre e nella figura di Aurelia, la madre della poetessa americana, che lei vide sempre come una nemica, anche se soffriva tantissimo a saperla lontana da lei. 

La svolta nella relazione tra i due poeti avviene nel momento in cui fanno la conoscenza di Assia Wevill, amica comune della coppia, della quale Hughes si innamora così tanto da finire per rivelarlo a sua moglie.

"La trovai in lacrime sul letto, mi stesi accanto a lei, la presi tra le braccia e le confessai che mi ero innamorato, che da mesi mi mancava l'aria, che qualcosa in me stava morendo, stretto in un laccio, soffocato, dominato, infestato da ciò che i cuoricini dipinti per tutta la casa rappresentavano, qualcosa che non aveva più a che fare con il nostro amore ma con una sorta di sentimentalismo, inteso come scongiuro alle sue angosce, segni magici volti ad assicurare che tutto rimanesse come era e andasse come lei aveva stabilito, in modo da poter tenere il suo meraviglioso marito e gli adorabili all'interno di quelle soglia dipinti con i cuori."


Dopo aver ascoltato la prova del tradimento di suo marito, Sylvia finisce in un vortice di disperazione dal quale non si riprenderà più e che la porterà inevitabilmente verso il suicidio: l'11 gennaio 1963 prepara la colazione ai suoi figli, mette la testa all'interno del forno e muore uccisa dal gas.

Ted Hughes, sa di essere il motivo principale che ha spinto sua moglie a farla finita, sa di avere tante colpe, ma nonostante ciò si scaglia contro tutti quegli amici che lo hanno tradito, distorcendo le sue parole e accusandolo di aver avuto comportamenti violenti ed errati nei confronti della moglie. 
Alla fine del romanzo il lettore si pone una domanda: Ted Hughes è una vittima o un carnefice? Entrambi, dico io, sicuramente entrambi.
Di una cosa però sono certa, Hughes non smise mai di amare Sylvia e di ciò ne è la prova il suicidio della sua amante, Assia Wevill, che sei anni dopo la morte della Plath si uccise utilizzando la stessa modalità di quest'ultima, portando la sua testa e quella della figlia di 4 anni avuta con Ted, all'interno di un forno.
Hughes non l'aveva mai amata, perché lei non era all'altezza della geniale prima moglie e non lo sarebbe mai stata.


Giudizio



I romanzi che mi turbano tanto, mi lasciano sempre qualcosa su cui riflettere e per questo finisco per amarli e portarli nel cuore. Ecco perché attribuisco 5 penne a "Tu l'hai detto" di Connie Palmen e spero che tutti voi possiate e vogliate leggerlo.

A presto
La vostra Contessa