mercoledì 18 marzo 2020

[Recensione]: "Il ritratto" di Ilaria Bernardini




Titolo: Il ritratto
Autore: Ilaria Bernardini
Casa editrice: Mondadori
Data di pubblicazione: 28 Gennaio 2020
Pagine: 369
Prezzo: 19,00 €

Sinossi

Valeria Costas, è una scrittrice amata in tutto il mondo, ha dedicato la sua vita ai libri e al suo grande amore Martìn Aclà. Mentre lei vive solo a Parigi, lui abita a Londra con moglie e figli. I due sono amanti da più di 25 anni e nessuno sa di loro. Quando Valeria scopre alla radio che Martìn ha avuto un ictus, il suo mondo crolla. Deve trovare un modo per vederlo e stare con lui, così escogita un piano: commissiona il proprio ritratto alla moglie di Martìn, Isla Lawndale, una famosa pittrice e grazie a questa bugia riesce a inserirsi in casa Aclà. 
Così Valeria e Isla si ritrovano una davanti all'altra, affascinate e intimorite l'una dell'altra. Giorno dopo giorno le due donne si studiano e cominciano a raccontarsi, creando un'intimità sempre più profonda. Isla capirà tutto? Valeria confesserà? Per scoprirlo dovrete leggere il ritratto.


Recensione

Leggo davvero tanti libri, una cinquantina all'anno più o meno. Durante la lettura mi capita di accedermi di rabbia, di detestare personaggi, di sorridere per delle frasi che forse direi anche io, ma difficilmente accade che mi emozioni. Davanti a un film sempre, a teatro pure, ma un libro per commuovermi deve davvero farmi soffrire, graffiarmi dentro e lasciarmi un ricordo importante.
Con "Il ritratto" di Ilaria Bernardini mi è successo proprio questo. 

La storia che racconta l'autrice è davvero realistica e appassionate, tanto da macinare pagine e pagine e non accorgervene neanche. Protagonista è Valeria Costas, una scrittrice famosa che è amante di un uomo da più di 25 anni. La parola amante è, però, riduttiva. Perché lei e Martìn si amano da sempre, anche se lui ha una moglie e tre figli. Un giorno la vita della donna è sconvolta da una terribile notizia che apprende alla radio: Martìn ha avuto un ictus, è costretto a letto e deve la sua vita a dei macchinari a cui è attaccato. Valeria deve trovare un modo per rivedere l'uomo che ama e così si aggrappa a un piano disperato: un ritratto commissionato alla celebre pittrice Isla Lawndale, moglie di Martìn.


"Cosa vuol dire amare? Come sopravviviamo alla nostra storia, al nostro dolore? È un racconto sul lasciare andare via tutto, la vita, il possesso, la gelosia, la giovinezza, il passato, il presente. Sulla resa e la sopravvivenza. Infine, sul lasciare andare anche il desiderio di sopravvivere e imparare a scomparire".


Valeria affida alle pagine dei libri che scrive i suoi pensieri e la sua stessa vita: l'amore per Martìn, quella terra greca a cui resta legato il ricordo di sua madre Theodora e della sorella Sybilla, il volto di un padre che non c'è mai stato e tanto altro. Perché non c'è solo Valeria, Martìn e Isla, ma un mondo di eventi e personaggi legati a queste tre figure principali di cui piano piano Ilaria Bernardini ritrae i volti e le storie personali, con stralci di racconti, momenti ed eventi significativi che il lettore raccoglie qua e là, ricostruendo l'intero puzzle narrativo del romanzo. 


"Non riesci a finire le cose dolorose?" aveva chiesto lei.
"E con la vita come fai?"
"Infatti soffro"aveva detto Martìn.


Valeria è l'amante, ma in poco tempo diventa l'amica dell'altra, la confidente di sua figlia, un volto familiare a cui ci si può appoggiare per rendere meno dolorosa la sofferenza. E questa non è finzione, non è approfittare del nemico. La Costas davvero si affeziona all'anima fragile di Isla e a quella ribelle dell'adolescente Antonia, forse per uno scherzo del destino o semplicemente perché anche lei ha bisogno di amore e consolazione. 
Tutto ciò accade non senza che la famosa scrittrice continui a porsi degli interrogativi, ma solo uno è quello a cui fanno perno tutti gli altri: ama Martìn talmente tanto da non lasciarlo andare? Ama Martìn talmente poco da non lasciare in pace la sua famiglia?


Tra bugie, sotterfugi, passioni e fughe si consuma il dramma di Valeria, una donna che si è sempre sentita sola, senza rendersi conto di essere stata proprio lei a volerlo. 


Ho cercato di non raccontarvi troppo di questo romanzo, perché voglio che lo scopriate da voi, mettendo insieme quei famosi pezzi del puzzle di cui vi ho parlato. 
Vi lascio con un consiglio: durante questa quarantena forzata regalatevi una storia meravigliosa e commuovente e non abbiate timore di far scorrere le lacrime e di emozionarmi, perché succederà ed in questo momento ne abbiamo davvero bisogno.


A presto, 
La vostra Contessa





mercoledì 16 ottobre 2019

[Recenione]: "Un anno felice" di Chiara Francini

   

Titolo: Un anno felice
Autore: Chiara Francini
Editore: Rizzoli
Pagine: 343
Data di pubblicazione: 25 Giugno 2019
Prezzo: € 18,00


Recensione


Melania e Beatrice, due nomi che non appartengono alla stessa persona, due nomi affibbiati alla protagonista di "Un anno felice" da sua madre Susy, la quale sperava che omaggiare due grandi donne della letteratura potesse essere di buon auspicio per la figlia. Beatrice, la donna angelo amata da Dante, sublime ed eterea. Melania, un'anima pia e devota che rimanda al celebre personaggio di Via col vento. Melania Beatrice, però, è colta, buffa, allegra, sopra le righe e goffa, ma soprattutto lei non si è mai sentita una Melania, piuttosto la sua antitesi: la caparbia e forte Rossella.


Melania vive a Firenze con la sua amica di sempre Franca, con la quale ha stretto un patto lecito e infrangibile da ragazze fuori corso, come loro amano definirsi: dormire nello stesso letto fino a quando una delle due non troverà l'amore.


Nell'incantevole cornice del capoluogo toscano, la protagonista di "Un anno felice", durante una tranquilla e abitudinaria merenda - rigorosamente a base di schiacciata - presso il locale dei suoi amici Giorgio e Gino, fa la conoscenza di Axel. Quest'ultimo è un uomo molto affascinante che per Melania incarna - almeno fisicamente - l'uomo ideale, quel principe azzurro a cui non ha mai smesso di credere. 

Moro, occhi quasi a mandorla, pelle olivastra e un nome che rimanda al grande amore della regina Maria Antonietta: Hans Axel Fersen. 

Melania se ne innamora perdutamente, ma contro ogni previsione - vista la sua descrizione fisica - Axel è svedese e la donna sa che se vuole coronare il suo sogno d'amore dovrà seguirlo nella sua patria.


"L'amore capita come le grazie. Si impara quando ti piomba addosso. È lui stesso che ci insegna lacerandoci e premiandoci di continuo. È un istinto. Solo che non capiamo quando inizia il premio e quando la tortura. Ed è lì che bisogna imparare, imparare a salvarsi. E a riderci su".



La felicità, però, ha un prezzo. Abbandonare la propria stabilità, perdere gli equilibri e riorganizzare la propria vita. È questo il destino a cui va incontro Melania, una nuova realtà tutta da affrontare fatta di parenti scomodi, della freddezza e del rigore svedesi. Tutto ciò che nell'esistenza di Melania non c'è mai stato. Tuttavia, nonostante le difficoltà, questa meravigliosa donna fiorentina si dimostra combattiva e pronta a tutto pur di continuare a vivere la sua fiaba d'amore. 
Infatti, anche in Svezia, riesce a portare avanti il suo lavoro di editor, a trovare una stimolante occupazione e a circondarsi di meravigliosi amici.

L'interrogativo che continua, però, a imporsi nella mente del lettore è: gli sforzi di Melania verranno ricompensati? Sarà abbastanza?

Per scoprirlo dovete leggere "Un anno felice", il terzo sorprendente romanzo di Chiara Francini, che con questa sua nuova storia riesce a spiazzare totalmente i lettori.

Un inizio che sembra essere l'incipit di una vera e propria fiaba che farebbe presupporre un facile, veloce e stucchevole lieto fine, invece, si rivela essere tutt'altro. 

Un finale totalmente inaspettato che evoca quello che è il vero e proprio tema centrale di questo libro: il lato oscuro dell'amore. Quello che ci affanniamo a rincorrere e a nutrire senza accorgersi di quanto sia sbagliato e di quanto ci possa rendere infelici.


Ringrazio Chiara Francini, non solo per la bellezza di questa storia, ma soprattutto per la sua intelligenza, gentilezza e disponibilità.

Leggete tutti "Un anno felice" e poi fatemi sapere cosa ne pensate!



A presto
la vostra Contessa
 


venerdì 20 settembre 2019

[Recensione]: "La polveriera" di Stefano Petrocchi




Il premio Strega è da sempre un formidabile contenitore di storie, perlopiù a sfondo giallo. Beninteso, non il giallo oro che lo zafferano dona all'omonimo liquore. Se c'è una tonalità appropriata, è piuttosto quella sulfurea delle gelide macchinazioni. Maria Bellonci scriveva di possedere ben chiara "la percezione di aver architettato una polveriera".



Il Premio Strega è da sempre croce e delizia degli autori nostrani, sia di quelli già affermati che di coloro che sono agli esordi. L'unico riconoscimento italiano capace di triplicare - e anche più - il numero delle vendite del romanzo vincitore; l'unico evento che spinge il nostro paese a parlare di letteratura per mesi e mesi - fin dalla proclamazione della dozzina finalista - l'unico premio che con le sue polemiche, clamorosi ritiri, meravigliosi romanzi e inaspettate sconfitte, continua ad affascinare gli italiani anche dopo 72 anni.

Chi di voi non è mai stato curioso di conoscere tutti i retroscena che si celano dietro a questo celebre Premio?

Penso tutti, io per prima. 
Quest'anno ho fatto tantissime ricerche sul web per raccogliere indiscrezioni e segreti del Premio Strega, cercando di orientarmi tra clamorose bufale e fonti autorevoli.
Questo fino a quando non mi sono imbattuta in un vero e proprio scrigno che contiene tutte le curiosità sul premio Strega, anche le più piccole e inimmaginabili: "La polveriera"di Stefano Petrocchi.


Stefano Petrocchi è l'attuale direttore della fondazione Bellonci, colui che ha lavorato a stretto contatto con Anna Maria Rimoaldi, amica ed erede di Maria Bellonci.
A Petrocchi nel '99 venne assegnata una borsa di studio per collaborare all'inventario dell'immenso carteggio Bellonci, mentre nel 2000 si trovò a lavorare nella segreteria del Premio e quindi a collaborare con il Capo, l'appellativo che l'autore utilizza per riferirsi alla Rimoaldi.

Stefano Petrocchi    
                                                       
La personalità forte e particolare di quest'ultima, viene descritta perfettamente dai ricordi della vita vissuta con lei che Petrocchi mette nero su bianco: il Capo non apportava riforme allo Strega perché non la riteneva una "sua creatura"; era solita modificare i nomi delle persone a cui si affezionava e utilizzava l'aforisma "chi vince male lo Strega, mal gliene incoglie" riferendosi a quei romanzi che a suo parere non avrebbero dovuto vincere il Premio e che invece lo vinsero (leggete il libro per scoprire il nome di uno di questi ultimi).

                                                               Anna Maria Rimoaldi

Oltre al ricordo della Rimoaldi, "La polveriera" contiene della preziose curiosità sul premio Strega. 
Ad esempio, lo sapevate che Dacia Maraini nell'edizione del 2000 dovette annunciare la sconfitta di suo padre Fosco che quell'anno arrivò secondo con il suo romanzo "Case, amori, universi" edito Mondadori?

E che "Le lezioni americane" di Calvino stavano per essere candidate postume nel 1988?

Non voglio dirvi di più, altrimenti vi privo della bellezza di leggere e scoprire degli altri incredibili retroscena dello Strega presenti in questo libro.

Ma, devo aggiungere un altro motivo per cui vi consiglio caldamente questo romanzo. Nelle pagine finali de' "La polveriera" trovate delle schede che vanno dal 1947 - anno di inaugurazione del Premio - al 2014. In ognuna di esse sono riportati: il titolo e l'autore del romanzo vincitore; il premio vinto in denaro; il numero dei votanti, la dozzina finalista, la prima votazione - quella in cui si elegge la dozzina - e la seconda votazione, quella in cui viene eletto il vincitore. 
Queste pagine sono davvero preziose, prima di tutto perché potrete sempre avere a portata di mano una sorta di archivio storico dello Strega e poi in quanto vi permettono di scoprire dei titoli ormai quasi sconosciuti che vale la pena recuperare.


Probabilmente vi ho detto anche troppo, ma ci tengo davvero a consigliarvi questo romanzo che nelle librerie di un lettore italiano e di un appassionato del Premio Strega, non può davvero mancare.


Buone letture,
a presto
la vostra Contessa








martedì 30 luglio 2019

[Blog tour]: Il commensale invisibile - Il commensale di Gabriela Ybarra




"Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo".

Questo afferma Tolstoj nell'incipit di "Anna Karenina", una frase che ho trovato adatta a introdurre questa seconda tappa del blog tour de'"Il commensale". Oggi, infatti, parliamo del tragico evento che ha segnato in modo indelebile l'esistenza di Gabriela Ybarra e della sua famiglia: il rapimento e l'uccisione di suo nonno Javier da parte dell'ETA.


"Si racconta che nella mia famiglia si sieda sempre un commensale in più a ogni pasto. È invisibile, ma c'è. Ha il suo piatto, il suo bicchiere e le sue posate. Di tanto in tanto appare, proiettando la sua ombra sul tavolo e facendo svanire qualcuno dei presenti.
Il primo a svanire fu mio nonno paterno.



Gabriela scopre ciò che è accaduto a suo nonno solo durante gli anni della scuola, quando i suoi amici - tra cui la nipote del medico legale che ha esaminato il corpo di Javier - gliene parlano. A questo punto la ragazza inizia a documentarsi e lo fa cercando informazioni in internet e solo in seguito alla malattia della madre decide di dar vita a un lavoro di ricerca che la porterà alla stesura de' "Il commensale".


Proviamo a tornare indietro e facciamo chiarezza sull'accaduto. 

È la mattina del 20 maggio 1977, quando gli uomini dell'ETA fanno irruzione nell'abitazione di Neguri, ammanettano i fratelli Ybarra e rapiscono il capofamiglia Javier. 

La cosa che più lascia sorpreso il lettore è la calma e la serenità con cui l'uomo affronta il suo destino. Esce dalla doccia e si veste con la mitragliatrice puntata addosso e per tutto il tempo della prigionia scrive ai figli parole d'affetto, li esorta a non preoccuparsi per lui e ripone sempre una fervida speranza nella fede.

Ma cos'é l'ETA e perché Javier Ybarra era uno dei suoi bersagli?

L'ETA era un'organizzazione terroristica armata scioltasi nel 2018, che aveva come scopo quello di proclamare l'indipendenza del popolo basco. 



Javier Ybarra


Javier Ybarra fu sindaco di Bilbao, presidente del distretto di Vizcaya e del Tribunale dei Minori. Insomma, ricoprì diverse cariche politiche e fu uno degli obiettivi dell'Eta perché considerato il referente intellettuale di Neguri e, in lui il gruppo terroristico riconosceva il potere spagnolo.

L'autrice, nella prima parte del suo romanzo ci parla del rapimento del nonno corredando il suo testo con le fotografie dell'epoca - come quella del padre ammanettato - le lettere scritte da Javier e, soprattutto, stralci di giornale che riportano le varie tappe che vanno dalla sparizione al ritrovamento del corpo di Ybarra. 

Ciò, però, di cui il lettore deve tenere conto è che si tratta pur sempre di un romanzo in cui, come afferma Gabriela nell'introduzione alla sua opera, è riportata una libera ricostruzione della storia della sua famiglia. 
Ai documenti dell'epoca sono state apportate delle piccole modifiche e spesso l'immaginazione ha preso il posto della realtà. 

Ma ciò non sminuisce il lavoro di questa giovane autrice, che con il suo "Il commensale" è stata nominata per il Man Booker Prize, anzi ne eleva il valore. Perché raccontare l'infelicità di una famiglia, sconvolta da un lutto così grande che si riversa nella storia di un'intera nazione, non deve essere stato affatto semplice. 

Ci si potrebbe chiedere, come ha trovato il coraggio di farlo? Come ha deciso di mettere nero su bianco la sua storia familiare?
Ve lo racconta Emanuela nella terza tappa del blog tour de' "Il commensale" che sarà online il 6 agosto.

Trovate la prima tappa sul blog di Carmen e l'ultima che uscirà il 13 agosto da Federica

Intanto, vi consiglio caldamente la lettura de' "Il commensale", un libro che vi farà riflettere sul valore della vita umana, della morte e della famiglia, affrontando tematiche care a ciascuno di noi attraverso una scrittura delicata, elegante e, in molti casi, commovente.





A presto, 
la vostra Contessa



lunedì 10 giugno 2019

[Recensione]: "Finalmente ti scrivo" di Carmen Llera Moravia



"All'ora del telegiornale rientravo e mi sdraiavo accanto a te nel grande letto. 
Mi accarezzavi
ero tua moglie e volevi darmi piacere
Mi commuoveva la tua capacità di amarmi com'ero
scomoda
profondamente scomoda
fino alla fine
ostinatamente".


Titolo: Finalmente ti scrivo
Autore: Carmen Llera Moravia
Casa editrice: Bompiani
Data di pubblicazione: 8 maggio 2019
Pagine: 81
Prezzo: € 10,00


Recensione


Carmen Llera in Moravia è una scrittrice spagnola naturalizzata italiana. È stata la seconda moglie di Moravia - dopo Elsa Morante e Dacia Maraini che fu sua compagna per diversi anni- dal 1986 al 1990, anno della morte di Alberto. I due si conobbero quando Carmen aveva solo 27 anni ed era una studentessa impegnata nella stesura della sua seconda tesi di laurea. Alberto e la Llera avevano 46 anni di differenza e ciò contribuì a etichettare la loro unione come uno "scandalo", e a far circolare l'immagine di Carmen quale approfittatrice che mirava solo a diventare vedova del celebre scrittore.
La donna non si curò mai di queste accuse, ma pensò a godersi il suo amore con Moravia, fatto di passione, angoscia e anche tante scappatelle che Alberto le perdonava sempre.

"Dopo quel 27 di settembre non sono mai più tornata al cimitero
niente pietre o fiori
nulla
non credo che tu sia lì o da qualche altra parte
Riprendo le tue lettere
troverò la forza di prenderle e di risponderti?"

In "Finalmente ti scrivo", davanti a centinaia di lettere che lo scrittore romano le aveva scritto quasi sempre lasciandogliele sotto la porta della sua camera da letto, la Llera prende il coraggio a quattro mani e decide di rispondergli aprendo il suo cuore e raccogliendo tutti i sentimenti contrastanti che prova e ha provato in modo da metterli nero su bianco.

Ne esce fuori un collage narrativo davvero interessante. Le parole di lei si mescolano alle citazioni delle lettere scritte da Alberto per sua moglie e così il lettore si trova immerso in questo amore non convenzionale, dove tutto ad un tratto sembra essere naufragato e l'attimo dopo è ancora lì, sempre più vivo e destinato a durare anche dopo la morte dello scrittore.


In queste poche pagine scritte dalla Llera troviamo il racconto della vita quotidiana vissuta con Alberto. Spesso lui usciva dopo le 11 e le faceva trovare un pacchetto sul tavolo all'ora di colazione con dei profumi sempre diversi. Era sempre molto affettuoso con lei, ma provava molta angoscia per gli anni che passavano e non tollerava la sua vecchiaia. Ripeteva spesso a Carmen che lei si sarebbe risposata dopo la sua morte, ma lei non lo fece o almeno non lo ha ancora fatto e non hai intenzione di farlo da quanto racconta in "Finalmente ti scrivo". La Llera dal canto suo, è sempre stata una donna inquieta, che con le sue continue fughe infliggeva continui dolori in Alberto che si struggeva di gelosia, voleva sempre averla vicino a lui e le perdonava qualsiasi cosa.

Alberto strinse anche un rapporto molto particolare con Hector, il figlio di Carmen. Quest'ultimo parlava un'altra lingua e non riusciva a relazionarsi con un uomo che poteva essere suo nonno, così lo scrittore iniziò a parlargli in inglese, perché entrambi lo conoscevano ma si trattava di un idioma che non apparteneva a nessuno dei due. Così Hector imparò a conoscere meglio quel vecchio signore e Moravia ebbe sempre per lui una considerazione sincera e umana, nonostante le difficoltà incontrate nello stringere un rapporto con quel bambino a lui estraneo.

E poi c'è Alberto che la spinge a diventare una scrittrice, Alberto che le ricordava continuamente il suo amore per lei, e sempre lui che dopo ogni litigio aspettava che lei si accoccolasse accanto a lui davanti al televisore per accarezzarla, darle piacere e fare la pace.

A rendere ancora più interessante "Finalmente ti scrivo" sono le lettere di Moravia a Carmen che aprono e chiudono questa breve opera. Le ho trovate cariche di sentimento, ma alla maniera moraviana. Lui doveva struggersi, soffrire, e solo in questo modo poteva raccontare l'amore che provava per l'altra. Così fece per Elsa e così continuò a fare per Carmen.

"Cara Carmen, tutto sarebbe semplice se io non ti amassi. Siccome ti amo e l'amore è già di per se stesso complicato, tutto è invece orribilmente complesso e angoscioso".



Concludo la mia recensione con questa lettera di Alberto a Carmen che è il manifesto del rapporto di questi due coniugi, che si sono amati nonostante la differenza d'età, di lingua e dei pensieri malevoli della gente. Leggendo quest'opera ognuna si farà la sua idea su questa coppia, ma quello che è certo è che le parole spese da Moravia per questa donna sono di una bellezza inaudita e spero davvero di poter convincere qualcuno di voi a leggerle.

A presto
la vostra Contessa.

mercoledì 5 giugno 2019

[Nel nome della Strega]: "Nero ananas" di Valerio Aiolli



"Sente l'odore della città ferita appena sceso dall'auto blu, nonostante abbia ancora un po' di febbre, la tosse e il naso chiuso. È un odore di dicembre. di nebbia, di fiati. Di persiane serrate, di bandiere listate a lutto. Di silenzio. Di mandorle amare. Di polvere, di sangue".



Titolo: Nero ananas
Autore: Valerio Aiolli
Data di pubblicazione: Febbraio 2019
Editore: Voland
Pagine: 346

Trama

Tutto inizia col botto. Il botto del 12 dicembre 1969, Piazza Fontana. Gli estremisti di destra, invisibili, si incontrano, commentano, ricordano, tramano. Un anarchico si trascina di città in città, di nazione in nazione, di sconfitta in sconfitta, in attesa del momento del riscatto. Un politico così devoto da essere soprannominato il Pio, comincia la sua lenta ma inesorabile scalata al potere. Poi ci sono i servizio segreti che provano a capire, sapere, influenzare. E c'è un ragazzino, che quel giorno ha visto sparire sua sorella e farà di tutto per riuscire a ritrovarla. Quattro di destini intrecciati, di fughe, ritorni, di amore e di odio. Quattro anni incandescenti della storia d'Italia, dal 1969 al 1973, raccontati con precisione e sorprendente capacità evocativa.

Valerio Aiolli


È nato a Firenze nel 1961 e tutt'ora vive nel capoluogo toscano. Ha esordito nel 1995 con la raccolta di racconti "Male ai piedi". Il suo primo romanzo "Io e mio fratello"(1999) è stato tradotto in Germania e in Ungheria. Ad esso sono seguiti "Luce profonda" (2001); "A rotta di collo" (2002);  "Fuori tempo" (2004); "Ali di sabbia" (2007); "Il sonnambulo" (2014); "Il carteggio Bellosguardo" (2017). Per Voland ha pubblicato "Lo stesso vento" (2016) e "Nero Ananas" finalista al Premio Strega 2019.

Recensione



"Nero ananas" non vuole raccontare una storia, ma la Storia quella con la S maiuscola, quella dei terribili anni di piombo.
L'opera di Valerio Aiolli raccoglie una delle pagine più buie della nostra Italia, quella che si svolge tra il 1969 e il 1973 e lo fa attraverso i suoi protagonisti, carnefici e vittime.
La struttura del romanzo è davvero complessa e sicuramente impegnativa per l'autore che l'ha ideata, e che allo stesso tempo è riuscito nell'impresa di renderla davvero comprensibile, in modo che i lettori potessero districarsi facilmente tra i vari personaggi. 
Aiolli, infatti, utilizza alcune diversificazioni narrative e stilistiche per rendere facilmente riconoscibili nei vari capitoli gli individui che via via si succedono lasciando posto l'uno all'altro per raccontare la propria storia individuale all'interno di una Storia collettiva. 


Il Pio è il primo personaggio che incontriamo. Facciamo la sua conoscenza subito dopo la strage di Piazza Fontana, quando la tragedia si respira ancora nell'aria, così come il caos e l'incertezza. Il Pio è un uomo che si è fatto da solo e  il lettore si trova ad assistere a tutta la sua ascesa politica: nel '64 è segretario della Democrazia Cristiana, due anni dopo è eletto capo dei socialdemocratici, poi Ministro degli affari esteri, dell'Interno, dell'agricoltura e dal 1968 al 1974 ricopre la carica di Presidente del Consiglio. L'autore ci parla di lui attraverso un narratore esterno e sempre utilizzando il tempo presente, così che il lettore possa riconoscere subito le pagine a lui dedicate. Risulta poi facile entrare in empatia con quest'uomo che, nonostante gli importanti ruoli che andrà via via a ricoprire, mostra le sue grandi debolezze, il suo bisogno d'affetto e le sue incertezze, che lo porteranno poi anche a lasciare il suo incarico di Presidente del Consiglio.

Troviamo poi il Dottore, il Samurai, Falstaff e tutti esponenti dell'Ordine nuovo, il gruppo politico di estrema destra responsabile dei tanti attentati terroristici degli anni di piombo. In seguito, incappiamo in Vincent autore della Strage di Peteano e infine nel Triestino, colui a cui il narratore si rivolge utilizzando la seconda persona, con il tu.
Aiolli non si limita solo a parlare degli atti orribili di cui questi carnefici si sono macchiati, ma riesce a rendere anche nero su bianco un importante scavo psicologico di questi ultimi. 
Chi si è pentito degli orrendi crimini commessi, chi non ha mai avuto un rimorso, chi è stato spinto da motivi individualisti e chi lo ha fatto per un "bene comune". L'autore non giustifica e neanche giudica l'operato dei suoi personaggi, ma fa in modo che essi si mostrino per quel che sono: uomini, prima che carnefici, con le loro famiglie, i loro hobby e le loro debolezze. Aiolli affibbia a tutti questi individui un soprannome, ma si tratta di personaggi davvero esistiti ed alcuni ancora viventi: Delfo Zorzi, Vincenzo Vinciguerra, Gianfranco Bertoli e tanti altri. Ma l'autore non utilizza questo espediente per prudenza o per tutelarsi in qualche modo, ma solo per una ragione che spiega fin dall'introduzione alla sua opera: "Nonostante si faccia riferimento a eventi accaduti e a persone esistenti o esistite, tali eventi assumono valore di realtà solo in quanto appartenenti a questo romanzo. Che, come tutti i romanzi, è un'opera di finzione". Il romanzo parla della nostra Storia italiana, ma è pur sempre un romanzo e tale deve restare.


La parte più bella ed emotivamente coinvolgente di "Nero ananas" è a mio parere quella raccontata da un io che descrive il suo passato. Si tratta di un ragazzino senza nome che vive un'infanzia e adolescenza completamente sconvolta dalla scomparsa di sua sorella, la quale ha lasciato la sua casa per via di forti dissensi politici con il padre. Il rapporto sorella-fratello non sarà, però, mai interrotto. Lettere, incontri fortuiti, ricordi misti a nostalgia terranno sempre saldo questo legame, ma ad un certo punto anche esso sarà destinato a interrompersi per sempre. Potremmo quasi dire di trovarci davanti a un romanzo di formazione all'interno di un romanzo storico, perché il ragazzino in questione vive tutte le fasi tipiche di un normale adolescente - i primi dolori, le cotte, le bugie dette ai genitore per evadere ecc. - che si incastrano perfettamente con la nostra storia comune: la strage di Piazza Fontana, gli atti di terrorismo delle Olimpiadi del '72, i moti di Reggio Calabria, la Strage della Questura di Milano ecc.


Voi penserete: cosa hanno in comune tutti questi sanguinosi eventi storici con la storia familiare di un normale ragazzino?

Tanto, vi rispondo io. Perché, quelli che all'inizio vi sembreranno pezzi di puzzle che difficilmente possono incastrarsi l'uno con l'altro, troveranno la giusta collocazione nella storia di Nero Ananas e finiranno per essere tutti pedine di uno stesso gioco, quello della nostra Storia. 


La parte che più ho apprezzato di questo romanzo è quella finale, dove i capitoli diventano più brevi, ma anche più fitti. Mentre in precedenza ogni personaggio aveva il suo spazio e restava "rinchiuso" nelle linee del capitolo che gli veniva dedicato, verso la conclusione Aiolli finisce per metterne uno dietro l'altro, assegnando una riga ciascuno, perché la vicenda del ragazzino diventa anche quella del Pio, del Triestino, e delle povere vittime a cui l'autore dedica alcuni epitaffi.
Sì, perché bisogna ricordare anche loro. Quelle persone innocenti che avevano figli, mariti e un lavoro onesto e che sono morte per un brutto scherzo del destino: si trovavano al posto sbagliato al momento sbagliato. L'autore vorrebbe raccontare le vite di queste povere vittime, mettersi nei loro panni, magari anche capire cosa hanno pensato prima di morire o almeno chi hanno lasciato, ma si limita a comunicarci i loro nomi e cognomi e a spiegarci perché si trovavano proprio lì, presso la Questura di Milano il 17 Maggio 1973, quando il Triestino sganciò Ananas, la bomba che pose fine alle vite di persone innocenti.


Credo di avervi già raccontato abbastanza di "Nero Ananas", posso soltanto aggiungere che è stata una lettura intensa a cui mi sono dedicata anima e corpo. Leggevo, facevo ricerche, scoprivo nomi che tra i libri di scuola non avevo mai trovato e allora li studiavo su enciclopedie, siti internet e alcuni manuali che utilizzo da quando svolgo il mestiere d'insegnante. Insomma, è un romanzo che mi ha insegnato tanto e che mi ha fatto comprendere ancora di più quanto la Storia sia la nostra memoria. 
Pagine buie come queste non andrebbero mai dimenticate, pagine buie come queste dovrebbero evitare di farci compiere di nuovo gli stessi errori del passato.



A presto 
la vostra Contessa.

venerdì 31 maggio 2019

Intervista a Desy Icardi autrice de' "L'annusatrice di libri"



"Adelina promise e si diresse verso casa, domandandosi se una vita senza libri avesse davvero motivo di essere vissuta"


Cari lettori, qualche mese fa vi ho parlato di un libro che ho davvero apprezzato tantissimo, una favola che è un vero e proprio inno d'amore per la lettura. Il suo titolo è "L'annusatrice di libri" scritto da Desy Icardi. Se volete saperne di più trovate QUI la mia recensione.

Tutta questa introduzione per dirvi che durante l'ultima edizione del Salone del libro di Torino, io, Federica e Carmen abbiamo avuto il piacere di fare scambiare due chiacchiere proprio con Desy Icardi, a proposito del suo libro e del suo lavoro. Così, ne è venuta fuori un'intervista molto interessante di cui vi riporto uno stralcio. 

Prima, però, conosciamo meglio l'autrice.



Desy Icardi


Nasce e vive a Torino dove lavora come formatrice aziendale, scrittrice, cabarettista copy writer .
Nel 2004 si laurea al DAMS di Torino in teatro d'animazione, mentre dal 2006 calca i palchi dei cabaret con lo pseudonimo di La Desy. È autrice di testi teatrali in prevalenza comici e ha firmato anche alcune regie.
Nel 2013 ha fondato Patataridens, il primo blog italiano dedicato alla comicità al femminile.
Nel 2019 ha pubblicato con Fazi editore "L'annusatrice di libri".




Intervista

Il tuo romanzo è un vero e proprio inno alla lettura. Hai deciso di indirizzarlo verso un pubblico giovanile per avvicinarlo al mondo dei libri oppure no?

In realtà no, non sono così filantropa. Devo dire che ho scritto ciò che avevo bisogno di leggere.
Pensiamo un  po' al teatro, lì ci trovi sempre l'attore autocompiaciuto di sé. Beh, io sono una lettrice compiaciuta di sé. Anzi, sono prima di tutto una lettrice che scrive e non una scrittrice che legge e proprio per questo mi piaceva l'idea di celebrare la scrittura. Non avevo intenti di fare proseliti, se poi è successo meglio ancora. Non avevo alcuna spinta filantropica, anzi se l'avessi avuta sarebbe stato peggio. Il romanzo sarebbe diventato più stucchevole e demagogico.


Per la serie domande scomode: tra la tua carriera da attrice e quella da scrittrice se dovessi scegliere di portare avanti solo una a quale rinunceresti?

È facile risponderti perché quella d'attrice già non c'è più come carriera, quindi sarebbe facile risponderti che sceglierei la strada della scrittura. La sensazione di recitare davanti a tante persone specie quando fai cabaret e senti le risate del tuo pubblico, è davvero impagabile. Questa stessa emozione non me la danno i libri, ovviamente. Però, per me anche nel campo cabarettistico la scrittura è sempre stata importante. Se non scrivessi testi non avrei niente da dire sul palco, quindi diciamo che amo la combinazione tra queste mie due carriere e passioni.


Che profumo ha il tuo libro preferito?

Prima di tutto bisognerebbe capire qual è il mio libro preferito, cosa non facile da capire. Credo "Le notti bianche" di Dostoevskij e quindi l'odore salmastro del fiume. Questo romanzo l'ho letto mille volte e poi c'è un attore bravissimo su youtube che lo legge e lo avrà riascoltato tantissime volte.



Potete leggere le altre parti dell'intervista sul blog di Carmen Federica

A presto
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