giovedì 14 febbraio 2019

[Recensione]: "Fedeltà" di Marco Missiroli





"Con lui aveva intuito che l'infedeltà poteva essere verso se stessa [...] e aveva saputo che il senso di colpa era un processo banale. La realtà dei fatti, era che era stato naturale. Aveva scopato un ragazzo che le piaceva e che l'aveva fatta godere. Cosa aveva tolto al suo matrimonio?"



Titolo: Fedeltà
Autore: Marco Missiroli
Casa editrice: Einaudi
Data di pubblicazione: 12 Febbraio 2019
Pagine: 224
Prezzo: € 19,00

Trama

Margherita e Carlo non sono una coppia in crisi, hanno un'intesa tenace e si definirebbero felici. Ma un presunto tradimento di lui si trasforma in ossessione per entrambi e diventa un alibi potente per le fantasie di sua moglie.
Nella vita dei due coniugi si inseriscono pian piano Sofia e Andrea. 
Sofia è una giovane studentessa di Carlo, Andrea è il fisioterapista di Margherita. 
L'interrogativo di questa storia è: se siamo fedeli a noi stessi quanto siamo fedeli agli altri?
La risposta si insinua nella forza quieta dei legami, tenuti insieme in queste pagine da Anna, madre di Margherita, il faro illuminante del romanzo, uno di quei personaggi capaci di trasmettere il senso dell'esistenza.


Recensione



Oscar Wilde afferma: "L'unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi". Ma è davvero così? 
Basta lasciarsi andare, sentirsi liberi di tuffarsi nel proibito per archiviare uno sbandamento che può trasformarsi in ossessione?

È proprio questo il quesito attorno a cui ruota la storia di Carlo e Margherita. Lei è un'agente immobiliare, lui un professore che sogna di diventare scrittore, ma in realtà non ci ha neanche mai provato a scrivere qualcosa che sia degno della parola "romanzo". I due sono una coppia felice, fino a quando nella loro vita non si inserisce il dubbio: Carlo è stato visto nel bagno dell'università in compagnia di una studentessa.

Da quel momento lui è ossessionato dal tradimento e lei inizia a utilizzare il presunto adulterio del marito come pretesto per svagare la sua mente e lasciarsi andare a fantasie momentanee che le permettono di sentirsi viva.



"Che parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento. Rispetto a cosa avrebbe tradito? Cosa toglieva consumandosi con un'altra ragazza, accaparrandosi una gioia momentanea. Alzarsi, rivestirsi, senza instaurare rituali romantici o affettuosi, preservando la liturgia che con sua moglie aveva consolidato negli anni e non avrebbe mai messo in discussione. Cura del patto, costruzione del rapporto, devozione: un lessico che in letteratura era un sinonimo di ingenuità ma che lo inchiodava alla prova dei fatti".


Il tradimento è uno temi più trattati in letteratura, ma Missiroli nel suo nuovo romanzo ne parla in una maniera che potrei definire rivoluzionaria per ben tre motivi.
Il primo è quello della "coppia felice". Di solito quando si tradisce la prima giustificazione a cui ci si appiglia è: eravamo in crisi, c'erano dei problemi. Ma qui non è così. Carlo e Margherita vivono la loro vita matrimoniale in maniera serena, hanno ancora una grande intesa sia fuori che sotto le lenzuola e non pensano neanche una volta di porre fine alla loro esistenza insieme. Però tradiscono o almeno hanno delle tentazioni e provano attrazione sessuale verso altri. Chi non ne prova? Amare una persona significa perdere la facoltà di desiderarne un'altra? Assolutamente no, perché gli impulsi e gli istinti degli esseri umani non sono razionali e soffocarli non si rivela sempre la soluzione giusta.


Così arriviamo al secondo motivo "l'altro/l'altra". L'autore non si limita ad indagare solo lo stato d'animo dei coniugi infedeli, ma anche di coloro che innescano il tradimento: gli amanti. 
L'altra è Sofia, una giovane studentessa di Rimini. Lei non è una vittima, ma neanche una carnefice. 
Carlo la guarda dalla sua cattedra, mentre la ragazza è intenta a svolgere un esercizio di scrittura, e desidera ardentemente possederla. L'atteggiamento di Sofia si rivela molto interessante, vorrebbe ma sa di non potere. Quindi, messa alla prova dalla rivelazione di intenti di Carlo nel bagno dell'università, allunga le distanze. Ma poi si pente di quel non svelato, di quel lasciato a metà e un po' vorrebbe tornare indietro e un po' no. Esattamente come Carlo. 

Ma se non cedere significa ossessione, cedere vuol dire liberazione?
Margherita crede di saperlo, ma non lo sa. Andrea - l'altro - è il suo fisioterapista ventiseienne. Durante le sedute lui è costretto a sfiorarle il pube, quella zona erogena che fa sì che si risveglino i suoi appetiti sessuali, le sue fantasie più nascoste che per lei diventano una necessità da soddisfare. 

L'adulterio in questo romanzo si appropria di un nuovo significato, opposto a quello che vorrebbe la sua definizione, ma che invece ha un senso più profondo e reale: la fedeltà.
Si può essere fedeli a se stessi pur tradendo gli altri, perché spesso per andare avanti bisogna sentirsi vivi e sapere che lo si può fare rischiando è anche meglio. Come Carlo, che si chiede sempre se ce la farà ad andare a letto con un'altra e a far sì che la moglie non lo scopra continuando la vita di tutti i giorni come se niente fosse accaduto. Come se non fosse andato a letto con un'altra prima di cena, dopo aver accompagnato il figlio a scuola o durante la pausa pranzo. Ma ce la fa, ci riesce. Perché è naturale, è  umano. Non è riuscito a trovare un lavoro all'altezza delle aspettative di suo padre, non riesce a scrivere un romanzo, ma riesce a tradire e a soddisfare i suoi istinti sessuali.


Ma andiamo al terzo motivo: il "futuro".
"Fedeltà" è diviso in due parti. La prima è ambientata nel 2009, mentre la seconda nel 2018.
Missiroli si è chiesto cosa potesse succedere dopo un tradimento, riferendosi non a un futuro immediato, ma a un futuro prossimo. Così, ritroviamo i quattro protagonisti delle infedeltà 9 anni dopo le vicende che li hanno uniti e allontanati. Alcuni hanno dimenticato, mentre altri continuano a pensarci ossessivamente. Ed ecco che il lettore si ritrova a cambiare mille volte idea e diventa tutta un'alternanza di "soffoca e cedi" che si dissolvono nella parte finale del romanzo, la quale lascia spazio alle emozioni più forti che non lasciano scampo alla commozione.



" - Voi del dopoguerra vi allarmate solo per i soldi.
- Perché sui matrimoni ci adattavamo.
Margherita la fissò.
Sua madre era seria. 
- Adattarsi era una libertà, tesoro. 
- Io non ce la faccio ad adattarmi.
- A te le libertà faticose non ti sono mai piaciute."




Il personaggio più interessante di "Fedeltà" è sicuramente Anna, la madre di Margherita. 
Anna è una brava sarta e ormai vedova del suo Fausto, un uomo che molto probabilmente custodiva nel suo cuore anche un'altra donna. 
Anna è un po' il fil rouge di tutta la vicenda, in lei si raccolgono i segreti più intimi dei due coniugi, i loro dubbi e le loro incertezze. È una suocera attenta, nutre una grande devozione per suo genero e amore per sua figlia. Sa consigliare senza giudicare e placare le ansie e i malumori. 
Insomma, Anna è la luce che illumina le vite dei protagonisti di questo romanzo, lo spiraglio di speranza per il futuro. Quando il ritmo della storia diventa incalzante la figura di questa donna placida e sorridente dà vita a una boccata d'aria fresca, che il lettore si concede volentieri prima di ritornare all'intreccio e alle infedeltà delle fedeltà. 




Giudizio



Ci sarebbe ancora tanto altro da aggiungere, come le descrizioni di Milano che si fa teatro della storia di Carlo e Margherita e che l'autore ci fa scoprire a pieno portandoci a passeggiare tra Parco Sempione, via delle Leghe, via Concordia ecc. O ancora  potrei parlarvi del narratore che quasi spia i personaggi rivelandoci le fedeltà e le infedeltà di ognuno di essi. Ma basta così. "Fedeltà" è un romanzo che va scoperto pagina dopo pagina. Per me è stato per certi versi illuminante e spero che lo sia anche per voi. Voglio fare un solo appunto, trovo che all'interno della narrazione ci sia un non so che di non detto e di sospeso che mi ha lasciato un po' di insoddisfazione in alcuni punti della storia, avrei preferito più dettagli e particolari per soddisfare la mia sete di lettrice, ma questa "sottrazione" dell'autore è una scelta che rispetto e che non mi ha fatto apprezzare di meno la sua opera. Detto questo, concludo assegnando 4 penne a "Fedeltà" e con l'augurio di sentirne parlare presto accostato al Premio Strega.



Un abbraccio e a presto,
la vostra Contessa. 

lunedì 28 gennaio 2019

[Recensione]: "Madonna col cappotto di pelliccia" di Sabahattin Ali



"Sin dall'infanzia temevo di sciupare la felicità. Desideravo sempre conservarne un po' per il giorno dopo... Questo timore mi spingeva a rinunciare a molte opportunità... Ero sempre riluttante a desiderare di più perché non volevo perdere la serenità".




Titolo: Madonna col cappotto di pelliccia
Autore: Sabahattin Ali
Casa editrice: Fazi Editore
Data di pubblicazione: 10 Gennaio 2019
Prezzo: € 16,00
Pagine: 209

Trama

Quando ad Ankara, negli anni '30, un giovane conosce il suo collega di lavoro Raif Effendi, viso onesto e sguardo assente, è subito colpito dalla sua mediocrità. Quale può essere la ragione di vita di una persona simile? Qual è il segreto che si cela dietro una vita inutile? Il taccuino di Effendi consegnato in punto di morte al collega, contiene le risposte, raccontando una storia tutta nuova: dieci anni prima, un giovane e timido Raif  lascia la provincia turca per imparare un mestiere a Berlino. Visitando un museo rimane affascinato dal dipinto di una donna che indossa un cappotto di pelliccia, che lo colpisce talmente tanto da tornare ad ammirarlo ogni giorno. Finché una notte incrocia una donna per strada : la stessa donna del dipinto. Maria. Un incontro che gli sconvolgerà la vita. 



Recensione


Penso sia la prima volta che mi avvicino all'opera di un autore turco ed è stata un'esperienza molto toccante, quasi mistica. Parliamo di Sabahattin Ali, classe 1907, uno dei più grandi esponenti della letteratura turca del '900. Scrittore, poeta e giornalista, fu un comunista convinto e nei primi anni della Repubblica di Turchia finì in carcere diverse volte per via dei suoi articoli e delle sue storie. Morì a soli 41 anni, mentre cercava di attraversare il confine bulgaro per scappare in Europa, recando con sé la copia tedesca dell'Evgenij Onegin di Alexander Puskin.

Ma di cosa parla il romanzo Madonna col cappotto di pelliccia che in Turchia ha venduto più di un milione di copie in Turchia?

L'opera si divide in due parti che potremmo indicare con i titoli di 10 anni prima e 10 anni dopo.
La prima parte vede come protagonista un venticinquenne disoccupato che decide di non accettare la carità degli amici e vessa in condizioni di vita miserabili. Questo fino a quando non incontra un suo caro compagno di scuola Hamdi, che gli offre un posto presso l'azienda in cui lavora. Sarà proprio lì che il giovane uomo si imbatterà in Raif Effendi, collega di lavoro taciturno e solitario, che conduce uno stile di vita mediocre. Viene sbeffeggiato da tutti, nessuno gli riconosce i suoi meriti lavorativi e lui tanto meno cerca di mutare la sua condizione. 
Raif ha una salute cagionevole e spesso di assenta da lavoro, ma continua a svolgere le sue mansioni da casa. Accade, però, che le sue condizioni di salute si aggravano e così in punto di morte Effendi chiede al suo collega di buttar via un taccuino che conserva gelosamente nella scrivania del suo studio. Il giovane ragazzo si rende conto che in quel taccuino è contenuto il segreto della mediocre esistenza di Effendi e così decide di non disfarsene, ma inizia a leggerlo e a conoscere la vera storia di quell'uomo così enigmatico e miserabile. 


È proprio da qui che prende le mosse la seconda parte del romanzo. Siamo negli anni '20,  Effendi Raif lascia Ankara per andare a lavorare in un saponificio a Berlino. Qui il ragazzo conduce una vita solitaria in compagnia dei suoi romanzi russi e alla scoperta della città in cui si trova a vivere.
Effendi porta in errore il lettore, in quanto inizialmente incarna perfettamente la figura dell'inetto, inabile a vivere, incapace di provare sentimenti autentici, e di trovare un interesse che lo faccia uscire dal suo stato di apatia. Questo fino a quando non si imbatte in un dipinto, "Madonna col cappotto di pelliccia", autoritratto di Maria Puder. Raif rimane talmente folgorato da quella figura femminile che torna ogni giorno per poterlo ammirare in completa solitudine.
Quando meno se lo aspetta, però, Raif incontra la vera Madonna dal cappotto di pelliccia e da quel momento inizia finalmente a vivere. 


"Maria Puder mi aveva insegnato che avevo un'anima. E pure io per la prima volta scoprivo che anche lei, tra le tante persone che avevo incontrato, ne aveva una. Ovviamente ogni essere umano ne è dotato, ma non tutti ne sono consapevoli. La maggior parte delle persone passano per questo mondo del tutto ignare di ciò. Un'anima si manifesta solo quando trova la sua gemella e non ha più bisogno di confrontarsi con gli altri, con l'altrui raziocinio e gli altrui calcoli... Solo allora cominciamo a vivere veramente - a vivere con la nostra anima".


Ma, l'amore non è sempre felicità e gioia. Esso può essere dilaniante, può spazzare via tutti i nostri sogni e i nostri desideri futuri. Ed è proprio questo che accade a Raif. Nel momento in cui l'uomo inizia a vivere lo fa a 360 gradi, sperimentando tutti quei sentimenti che fino ad allora non credeva potessero appartenergli e che poi non proverà più per nessun'altra persona al mondo.

La seconda parte di questo romanzo costituisce un diario intimo e toccante, che difficilmente non porterà il lettore a commuoversi per quest'uomo così pieno di qualità e di amore che ha dovuto condurre, invece,  un'esistenza vuota e triste per via di un crudele destino. 
All'inizio mi veniva da pensare: "ma Raif non conosce rabbia, non è dotato di amor proprio?", mi arrabbiavo io per lui e desideravo che ponesse fine a questa cupa esistenza che non aveva niente a che fare con la vita vera. Poi, alla fine del romanzo, ho capito tutto e lo capirete anche voi.
Una volta trovata la felicità assoluta, quella che ti fa battere il cuore e ti fa sentire vivo, se la si perde con essa sparisce tutto: sentimenti, passioni, virtù, ed anche la vita stessa.


Giudizio

 


Assegno 3 penne e mezzo a questo romanzo, il primo scritto da un autore turco in cui mi imbatto.
Spero che tutti voi decidiate di leggerlo e non tanto per la trama che ho molto apprezzato, ma per gli spunti di riflessione che esso reca con sé. Perché Madonna col cappotto di pelliccia è un romanzo che, anche dopo averlo terminato, continua a parlarti e a palesarsi continuamente nella tua mente, conducendoti a porti una domanda: la mia è una vita felice?


A presto,
la vostra Contessa


mercoledì 23 gennaio 2019

Cosa penso de' "Gli indifferenti" di Moravia





"Così mi ero messo in testa di scrivere un romanzo che avesse al tempo stesso le qualità di un'opera narrativa e quelle di un dramma. Un romanzo con pochi personaggi, con pochissimi luoghi, con  un'azione svolta in poco tempo. Un romanzo in cui non ci fossero che il dialogo e gli sfondi e nel quale tutti i commenti, le analisi e gli interventi dell'autore fossero accuratamente aboliti i una perfetta oggettività. [...] Basti dire che io ancora prima di scriverne, desideravo vivere la tragedia. Tutto ciò che era delitto, contrasto sanguinoso e insanabile, passione spinta al grado estremo, mi attraeva infinitamente. Ciò che si chiama vita normale non mi piaceva, mi annoiava e mi pareva privo di sapore. Con ogni probabilità in quel tempo scrivere per me fu un surrogato delle esperienze che non avevo fatto e che non riuscivo a fare".


Le parole che avete appena letto rispondono ad una domanda che la rivista La nuova Europa pose ad Alberto Moravia: in che modo e per quale motivo hai deciso di scrivere "Gli indifferenti"?

Ma fermiamoci un attimo e torniamo indietro. 

È il 1925 quando Alberto Moravia non ha ancora diciottenne si trova in convalescenza a Bressanone, dopo lungo periodo trascorso in completa immobilità per curare una brutta malattia: la tubercolosi ossea. In questa circostanza, il giovane ragazzo si fa regalare una macchina da scrivere e si impegna nella stesura di quel romanzo che da tempo gli occupa la mente. Nella sua vita non c'è più spazio per la malattia, il dolore e la solitudine, Alberto è determinato a realizzare il suo sogno più grande: diventare un affermato scrittore. 

"Gli indifferenti" viene pubblicato nel 1929 e ottiene i pareri entusiastici di molti uomini di lettere dell'epoca come Borgese e Bontempelli. Tuttavia, nel clima del Ventennio fascista, questo romanzo rappresenta una voce fuori dal coro. La critica letteraria gli è infatti ostile, perché ne condanna l'aperta polemica sociale e il suo forte carattere antiborghese. In seguito, però, Moravia chiarirà che il suo esordio letterario non aveva alcun tipo di intento politico o sociale, ma solo letterario. Questo perché Alberto è nato e cresciuto nell'ambiente borghese, lo è egli stesso vivendo come tale e dopo aver scritto questo romanzo prende finalmente coscienza della sua condizione. Su questo punto sarà sempre chiaro come apprendiamo dalle sue stesse parole:


"Che poi Gli indifferenti sia risultato un libro antiborghese questa è tutta un'altra faccenda. La colpa o il merito è soprattutto della borghesia, specie quella italiana in cui ben poco o nulla è suscettibile di ispirare non dico ammirazione ma neppure la più lontana simpatia".


Ma di cosa parla "Gli indifferenti"?

Nel suo romanzo d'esordio Moravia racconta lo sfacelo di una famiglia borghese che vive d'apparenza, di valori precari e di grottesche pantomime. Quattro sono i suoi protagonisti: la madre Mariagrazia ridicola e assolutamente detestabile per le lagne e le isteriche scene di gelosia delle quali rende partecipe tutta la famiglia; il figlio Michele, ragazzo la cui vita è imperniata dal male di vivere e da una profonda indifferenza nei confronti di tutto ciò che lo circonda; la figlia Carla che, presa da un'insopportabile noia, decide di provare a cambiare la sua vita compromettendosi per sempre; ed infine c'è Leo, uomo d'affari e amante che guarda tutti dall'alto al basso del suo potere e sfrutta la ricchezza che possiede e il suo buon nome per il proprio tornaconto personale. In realtà, oltre a questi tre personaggi principali ce n'è anche un altro, il quale pian piano si immette nella vicenda e finisce per assumere un ruolo davvero importante ai fini dell'intreccio. Il suo nome è Lisa, coetanea di Mariagrazia e sua presunta amica. Anche lei è stata amante di Leo, ma adesso le sue attenzioni si sono spostate verso una nuova preda, per conquistare la quale è pronta a sfoderare tutte le sue armi di seduzione. 

Fin dalla prima pagina, il libro è imperniato da una forte tensione sessuale che viene evocata già nella prima scena in cui Leo cerca di sedurre la giovane Carla. Questa tensione si esaurirà quasi alla fine del romanzo e sarà uno dei motivi principali per cui il lettore non riuscirà a staccarsi dalle pagine de' "Gli indifferenti", fino a quando non lo avrà terminato. Solo una persona che non aveva rapporti con il gentil sesso (e forse non li aveva ancora mai avuti) e quindi insoddisfatta sessualmente, poteva rendere sulla pagina un tale eccitamento ancora inespresso. E Moravia, che in quel periodo era in piena convalescenza e attorniato solo dai suoi familiari, di certo non si intratteneva con giovani donne o riusciva a intrecciare relazioni amorose. 

Attenzione, però, sappiate che questo è il romanzo della non realizzazione. Nulla esplode sulla pagina, nulla avviene davvero o per lo meno non come penseremmo noi. Non dobbiamo dimenticarci, infatti, che i protagonisti di questa storia sono dei borghesi che provano noia ed indifferenza nei confronti della vita ed è proprio per questo che non trovano il coraggio di affrontarla di petto. I problemi si trascurano come se non esistessero davvero, si cerca di cambiare la propria esistenza non in positivo ma in negativo e, per di più, non si giunge mai alla resa dei conti. 
L'unico che sembra rendersi conto di ciò che sta davvero accadendo è Michele.

"Non esistevano per lui fede, sincerità, tragicità; tutto gli appariva pietoso, ridicolo, falso, dalla sua noia; ma capiva la difficoltà e i pericoli della sua situazione: bisognava appassionarsi, agire, soffrire, vincere quella debolezza, quella pietà, quella falsità, quel senso del ridicolo; bisogna essere tragici e sinceri".


Michele è quel che si dice un vero e proprio inetto, ma con una particolarità da non trascurare: è assolutamente consapevole della sua inabilità alla vita. Non trova un posto nel mondo, non sa qual è la strada giusta da percorrere, si sforza di provare sentimenti verso cui è totalmente indifferente, ma  resta comunque l'unico personaggio che non riesce a fingere fino in fondo. Michele è annoiato e non si cura di tutto ciò che sta succedendo alla sua famiglia: il fallimento economico, la virtù perduta di sua sorella e la spregiudicatezza della madre. Sono tutte cose che avverte con chiarezza, e che per tutto il romanzo prova a gestire prima con la finzione e poi con la verità, fallendo miseramente. 
Nonostante ciò, il lettore non può non affezionarsi a questo ragazzo, perché almeno una volta nella vita tutti ci siamo sentiti Michele, ci siamo resi conto di esserci smarriti e di non trovare più la motivazione per mandare avanti la nostra vita. Il male di vivere affligge tutti prima o poi, ma per il protagonista de' "Gli indifferenti" costituisce uno status quo permanente.

Mi sono già dilungata abbastanza su questo romanzo che ormai tutti conosco e che la maggior parte dei miei lettori avrà già letto. Sono certa, però, che tra voi c'è ancora chi, per via un timore reverenziale nei confronti di Moravia, non ha ancora affrontato quest'opera. Ecco, proprio a voi dico: non abbiate paura, aprite Gli indifferenti e leggetelo, perché vi renderete conto fin dalle prime pagine che è un romanzo attualissimo, pieno di spunti di riflessione che scorre via troppo in fretta. 


Spero di avervi convinti, ma se siete arrivati a leggermi fino a qui forse ho qualche speranza di essere riuscita nel mio intento.

Un abbraccio e a presto
La vostra Contessa




martedì 22 gennaio 2019

[Recensione]: "L'atlante dei luoghi misteriosi d'Italia" di Bongiorni e Polidoro



L'Atlante dei luoghi misteriosi d'Italia a cura di Francesco Bongiorni e Massimo Polidoro








Ormai al giorno d'oggi è difficile che qualcosa riesca a sorprenderci, per via del fatto che con l'impiego delle nuove tecnologie riusciamo a conoscere tutto delle persone, delle cose e dei paesi lontani o vicini a noi. Ma è proprio per "colpa" di questa facilità di ricezione delle notizie se spesso ignoriamo fatti, storie e leggende che hanno popolato e popolano ancora la nostra penisola. 
"L'atlante dei luoghi misteriosi in Italia" nasce proprio con l'intento di far compiere a noi lettori un viaggio che ci porterà a scoprire luoghi, enigmi e misteri di cui la cara Italia è ricca. 
L'opera è corredata da una cartina geografica sulla quale sono segnalati i luoghi di cui si parlerà, ed è poi divisa in tre sezioni: nord, centro e sud. Si parte dalla Valle d'Aosta e si termina questo lungo viaggio nella splendida Sardegna. Inoltre, in appendice, si trovano note di approfondimento e un indice dei nomi, i quali rendono la  consultazione del testo molto più semplice e scorrevole. 

All'interno di quest'opera sono riportati misteri noti a tutti come quello legato al sangue di San Gennaro, che per tre volte l'anno si liquefa: il sabato che precede la prima domenica di maggio, il 19 settembre e il 16 dicembre. Oltre a descrivere l'atto miracoloso in sé, gli autori cercano anche di fornire una spiegazione logica per questa e molte altre storie narrate all'interno dell'Atlante. Ad esempio, sapevate che la liquefazione del sangue del santo potrebbe essere spiegata attraverso il fenomeno della tissotropia? (è la proprietà che alcuni materiali hanno di cambiare stato da solido a liquido, ad esempio in seguito a piccole scosse, come quelle che compie il sacerdote mentre regge il reliquario). Una spiegazione viene trovata anche per ciò che riguarda il miracolo dell'ostia insanguinata di Bolsena, che fu smascherato dal farmacista Bartolomeo Brizio. Egli, infatti, scoprì che non si trattava di sangue, ma del batterio "Serratia  marcescens".

Troviamo poi luoghi densi di mistero come la Sacra di San Michele di Torino, di cui Umberto Eco si servì per descrivere l'abbazia benedettina in cui è ambientato "Il nome della rosa".
Ancora case e castelli infestati da fantasmi come il castello di Azzurrina, la bambina albina a cui la madre tingeva i capelli con le erbe e così finivano per ricoprirsi di chiazze blu, o il fantasma della volpe del Castello di Strozzavolpe. 

Inoltre, sono raccontati episodi di presunta possessione demoniaca come nel caso di Verzegnis, dove le indemoniate vennero "curate" con  l'isolamento forzato e  l'asporto delle ovaie. 

Ed ancora il volto santo di Manoppello, il coccodrillo imbalsamato del Santuario della Beata Vergine delle Grazie di Curtatone, le catacombe del convento dei cappuccini a Palermo e via discorrendo.

Ci sarebbe davvero tanto di cui discutere, ma vi svelerei tutte le affascinanti storie raccolte in questo atlante e non voglio assolutamente rovinarvi il momento in cui lo aprirete, lo sfoglierete e godrete della bellezza e del fascino di luoghi meravigliosi, reali o leggendari che siano. 

Per questo vi invito assolutamente ad acquistare quest'opera che non è solo impeccabile nelle sue descrizioni, ma riporta al suo interno anche delle illustrazioni davvero ben fatte e molto evocative.


A presto con la prossima recensione.

Un abbraccio, 
la vostra Contessa.

lunedì 17 dicembre 2018

Intervista a Laura Fusconi



Avrete già sentito parlare sul mio blog di Laura Fusconi, una giovane esordiente che ha pubblicato il suo primo romanzo, "Volo di Paglia" con la Fazi Editore. Chi mi segue sa che ho davvero molto apprezzato l'opera prima di quest'autrice, per il suo ritorno alle origini, lo sguardo rivolto verso una delle pagine storiche più dolorose del nostro paese e l'attenzione mostrata nei confronti di quelle fragili e innocenti creature che sono i bambini.
Ho davvero già molto parlato di questo libro e non voglio ripetermi nuovamente, quindi se siete interessati a leggere le mie impressioni su "Volo di paglia", trovate QUI la recensione.

Dovete sapere, invece, che l'8 Dicembre presso la fiera della piccola e media editoria "Più libri e più liberi", Laura Fusconi ha presentato il suo libro e subito dopo, grazie alla disponibilità dell'Ufficio stampa di Fazi editore - un ringraziamento particolare va a quella santa donna di Cristina - io, Federica Sherwood e Carmen (la trovate su ig come lilyj2202), abbiamo avuto l'opportunità di scambiare due chiacchiere con l'autrice e di rivolgerle alcune domande sulla sua vita e il suo romanzo.

Così ora sedetevi, rilassatevi e godetevi questa breve e interessante intervista, frutto della disponibilità e gentilezza di Laura. 


Laura, sappiamo che ti sei diplomata alla scuola Holden. Come valuti quest'esperienza da te vissuta,  in modo positivo o negativo? Ne consiglieresti la frequenza ad aspiranti scrittori?


Come tutte le esperienze racchiude in sé dei pro e dei contro, ma posso dire con certezza che tornando indietro la rifarei. In quei due anni che ho frequentato alla Holden, posso dire di aver vissuto una vita parallela. Questo perché si tratta di un contesto un po' estraniante, ma è molto utile perché sei concentrato su quello che vuoi fare ed hai modo di chiederti e di capire se scrivere farà davvero parte del tuo futuro. Ci sono lezioni, corsi e tutto corre veloce così tanto che, paradossalmente, durante i due anni in cui ho frequentato la Holden non ho scritto niente, se non alcuni racconti in cui non mi rivedo. Perché tutto ciò che impari lì ti è utile dopo, quando torni alla vita "reale" ed in qualche modo ti rendi conto che quegli insegnamenti si sono sedimentati e adesso sta a te utilizzarli. Inoltre, ci tengo a dire che lì ho incontrato delle persone splendide che sono diventate dei punti fermi nella mia vita. Anche perché per due anni conduci la vita da fuori sede, catapultato in una città bellissima come Torino ed i tuoi compagni di scuola non possono che diventare la tua seconda famiglia con la quale parlare di libri, di aspirazioni e progetti. Di contro c'è che comunque non è facilissimo cercare di trovare il proprio posto in quel contesto, si tratta anche di una questione di carattere. Io, ad esempio, mi sedevo sempre nelle ultime file, vestita di nero ed in compagnia dei miei amici, cercando di attirare meno possibile l'attenzione su di me. Ma ogni persona è un mondo a sé ed ha un modo di affrontare questa ed altre esperienze in modo diverso. In conclusione mi sento di consigliare la scuola Holden, perché sei catapultato a 360 gradi nel mondo dei libri e dell'editoria, leggi, parli e vivi di libri. Insomma, sei felice. 


La parte del tuo romanzo che più mi ha commossa e che ho ritenuto essere la più poetica, è quella del triste epilogo del piccolo Franco, che tu hai deciso di raccontare attraverso un vero e proprio monologo interiore. Come mai hai utilizzato proprio questa tecnica narrativa?

Trovo molto buffo che tu mi faccia questa domanda, perché in effetti questa è una delle poche parti che è nata così e così è rimasta. Diciamo che c'ero completamente dentro, stavo raccontando una storia e ad un certo sono totalmente entrata nella mente del personaggio e ho cercato di rendere quella cosa orrenda che gli stava capitando attraverso i suoi occhi di bambino. Una cosa che lui stesso non comprende e che cerca di spiegarsi dando la colpa a fate e streghe. Così mi è venuto naturale utilizzare la prima persona, cosa che solitamente non si fa quando tutto il resto del romanzo è raccontato in terza.


Quali sono i tuoi libri preferiti?

Ho una passione sviscerata per Cesare Pavese. "La luna e il falò" è sempre sul mio comodino e lo leggo almeno una volta l'anno insieme a "La bella estate" e "Il diavolo sulle colline". Pavese rimane il mio scrittore del cuore ed è grazie a lui che è scoppiato il mio amore per la lettura. Un'altra cosa bellissima che rileggo spesso è il teatro di Sarah Kane che trovo pazzesco. Poi la trilogia della pianura di Kent Haruf, "Lila" di Marylinne Robinson, "Abbiamo sempre vissuto nel castello" di Shirley Jackson e gli ultimi che cito sono due libricini che appartengono alla piccola biblioteca Adelphi, cioè "Il fucile da caccia" di Inoue Yasushi e "L'anulare" di Yoko Ogawa.



Ringrazio ancora tantissimo la Fazi editore e  Laura Fusconi che si è prestata a rispondere alle domande di tre pazze bookblogger come noi. 
Vi lascio i link dei blog di Federica (https://nellaforestadisherwood.wordpress.com/) e Carmen (https://nessuncancellonessunaserratura.wordpress.com/) dove potrete leggere il resto dell'intervista.




A presto
la vostra Contessa




lunedì 5 novembre 2018

[Recensione]: "Figlie di una nuova era" di Carmen Korn



"Appartenevano ad una generazione dannata, che aveva sopportato ben due mondiali. Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi, ma non erano riusciti ad evitarne una seconda".


Titolo: Figlie di una nuova era
Autrice: Carmen Korn
Casa editrice: Fazi Editore
Data di pubblicazione: 18 Ottobre 2018
Pagine: 522
Prezzo: € 17,50



Trama

Uno strano destino, quello delle donne nate nel 1900: avrebbero attraversato due guerre mondiali, per due volte avrebbero visto il mondo crollare e rimettersi in piedi, stravolgersi per sempre sotto i loro occhi. Sono proprio loro le protagoniste di questa storia, quattro donne che incontriamo per la prima volta da ragazze, ad Amburgo, alla soglia degli anni Venti. Henny, Käthe, Lina ed Ida, insieme cresceranno e vedranno il mondo trasformarsi, mentre le loro vicende personali s'intrecciano in una rete intricata di relazioni clandestine, matrimoni di interesse, battaglie politiche, grandi lutti ed eventi, il tutto tenuto insieme dal filo dell'amicizia. 





Recensione

"Figlie di una nuova era" è il primo volume di una trilogia tutta al femminile, ambientato in Germania nell'arco temporale che si colloca tra i due grandi conflitti mondiali. 
Ho subito sottolineato la grossa componente femminile che si può trovare all'interno di questo libro perché, in effetti, le sue protagoniste sono quattro giovani donne, ognuna totalmente diversa dall'altra. Infatti, le uniche cose che hanno in comune sono costituite solo dalla loro amicizia e dal desiderio di emanciparsi. 
Henny è una ragazza di educazione borghese, molto docile e, mi permetterei di dire, quasi arrendevole. Infatti, fin da subito accetta di buon grado e con falsa rassegnazione, ciò che la vita le propone e, soprattutto, continua a sostenere la presenza ingombrante della bisbetica Else, sua madre, che non smette mai di intromettersi negli affari privati di sua figlia. Henny è un'ostetrica, esattamente come la sua amica Käthe, una donna all'apparenza battagliera che diventa una vera e propria militante politica, in quanto è una comunista convinta. Ida è, invece, la classica figlia di papà, viziata e abituata a vivere nel lusso più sfrenato. Infine c'è Lina, un'insegnante riformista che ha deciso di mettere suo fratello Lud al centro del suo mondo, dopo che i loro genitori sono morti letteralmente di fame per garantire la sopravvivenza dei propri figli. 

Queste quattro donne non sono le uniche protagoniste del romanzo scritto da Carmen Korn, infatti si tratta di un'opera corale nella quale a prendere parola sono diverse figure di età, sesso e stile di vita completamente differente. Questo rende "Figlie di una nuova era" davvero interessante, in quanto è possibile vedere come i vari personaggi affrontino in maniera diversa l'esperienza passata, futura e presente della guerra. D'altro canto, però, questo sovraffollamento di voci rende impossibile un vero e proprio approfondimento psicologico delle quattro protagoniste e delle altre figure che popolano le pagine di questo testo. E ciò, a mio avviso, è un vero peccato. 
C'è una scelta stilistica operata dall'autrice che, però, ho molto apprezzato. Carmen Korn ha deciso, infatti, di dividere il suo romanzo in grandi blocchi temporali, inserendo all'inizio di ogni capitolo il mese e l'anno in cui si svolgono quei determinati eventi che vanno a sconvolgere la vita dei suoi protagonisti. In questo modo la narrazione risulta davvero molto scorrevole e piacevole, non ci sono eventi di troppo o questioni irrisolte e la storia che, prende avvio nel gennaio 1919 e si conclude nel dicembre 1948, risulta davvero credibile. 

Come ho scritto all'inizio di questa recensione, le quattro donne protagoniste di quest'opera appaiono fin da subito alla ricerca di un riscatto e desiderose di indipendenza e libertà. In realtà, però, in questo primo libro della trilogia una vera e propria emancipazione non viene raggiunta o almeno non nel modo in cui mi aspettavo. Per spiegarvi meglio questo mio pensiero devo obbligatoriamente realizzare degli spoiler che, a mio parere, non vi "guasteranno" la lettura. Nonostante ciò, ho il dovere morale di avvertirvi. 

Henny, ad esempio, decide di prendere in mano la sua vita solo quando sceglie di usare dei metodi contraccettivi perché non vuole avere figli, ma lo fa lasciando totalmente all'oscuro di questa decisione suo marito, rendendo così subdolo e poco onorevole il suo atto di forza. Käthe appare essere una donna rivoluzionaria che sa quello che vuole anche sul fronte politico, ma poi non combatterà mai in prima linea schierandosi apertamente tra le fila dei comunisti. Piuttosto, spingerà suo marito a farlo e deciderà anche di non iscriversi al Partito Comunista, nascondendosi dietro la scusa di essere una donna pragmatica. Abbiamo poi Ida che è affetta da una grave sindrome di codardia, a testimonianza di ciò c'è la sua scelta di non voler sconvolgere la sua vita correndo dei rischi per poter essere finalmente felice, perché non riesce ad abbandonare il suo lussuoso e confortevole stile di vita. Riponevo, invece, grandi speranze su Lina, un'insegnante dalle idee riformiste che approva e si fa sostenitrice delle prime classi miste, ma che pur vivendo la sua omosessualità alla luce del sole, non diventa un monito per coloro che hanno il suo stesso orientamento sessuale e che temono di venire allo scoperto. 

Dopo aver affrontato il discorso riguardante la parte femminile di questo romanzo, vorrei spendere qualche parola su tre personaggi maschili che ho trovato di gran lunga molto più interessanti e meglio caratterizzati delle protagoniste di "Figlie di una nuova era".  A questo proposito, a conquistarsi un posto nel mio cuore di lettrice è stato fin da subito Kurt Landmann, ginecologo e primario della Finkenau, la clinica in cui Kathe ed Henny prestano servizio come ostetriche. Landmann è uno scapolo in là con gli anni, molto gentile e generoso, che è sempre pronto a dimostrare un coraggio straordinario, mettendosi spesso nei guai per salvare i suoi amici. Credo che la Korn sia riuscita perfettamente a rendere su carta le sue sfumature caratteriali ed il grande peso che quest'uomo custodisce gelosamente nel suo animo, un peso che lo porterà sempre a vivere a metà e a non pensare mai realmente al suo futuro. Collega di Landmann è Theo Unger che, a mio parere, non presenta lo stesso fascino di Kurt, ma che risulta essere uno dei personaggi davvero positivi di quest'opera. Unger è un combattente di battaglie quotidiane e silenziose, sul lavoro e all'interno della sua vita privata, ed i lettori non possono che finire per stimarlo perché nonostante le delusioni, le batoste e gli eventi drammatici che lo toccheranno, non smette mai di lottare e di aggrapparsi alla speranza di un futuro migliore. 
L'ultimo di cui voglio parlavi è Rudi che, per il suo vissuto, sarebbe potuto essere un personaggio dalla grande forza espressiva ma, che purtroppo non riesce a fare quel salto di qualità - che consisterebbe nell'affrancarsi dall'autoritaria moglie -  utile a renderlo un uomo tutto d'un pezzo. Nonostante ciò, sono convinta che Rudi potrebbe riservarci grosse sorprese nel seguito di questa storia perché già all'interno di "Figlie di una nuova era", durante brevi sprazzi di lucidità intellettuale, dà grande prova della sua autenticità d'animo, dei suoi valori e delle sue virtù.


Concludo questa recensione senza una valutazione in penne perché, essendo una trilogia che copre un periodo storico molto vasto e che è a tutti gli effetti un vero e proprio contenitore di voci variegate che hanno ancora tanto da dire, mi sento di rimandarla al momento in cui leggerò gli altri due volumi per assegnare un giudizio del tutto obiettivo. 
Una cosa però voglio dirla, se cercate una lettura piacevole e scorrevole, che sia ambientata durante un periodo così devastante e stravolgente, ossia quello a cavallo tra le due guerre mondiali che hanno sconvolto completamente l'intera umanità, "Figlie di una nuova era" è proprio quello che cercate, è proprio il romanzo che fa per voi.



A presto, 
la vostra Contessa



giovedì 18 ottobre 2018

[Recensione]: "Di niente e di nessuno" di Dario Levantino



"Il mio quartiere . Un aborto urbano, un non luogo. Io, che ci sono cresciuto, cammino con sicurezza: non guardo le vie, mi oriento col naso. C'è puzza di grasso e di polvere e di soffritto di cipolla. C'è un odore saggio, che corrode, che mi conosce, quello del mare. Il Tirreno dista pochi metri da casa mia, quando indosso i vestiti che mia mamma stende fuori, profumano di smog  e mareggiate."


Titolo: Di niente e di nessuno
Autore: Dario Levantino
Data di pubblicazione: 19 Aprile 2018
Casa Editrice: Fazi editore
Pagine: 158
Prezzo: € 17,50

Trama

Brancaccio, periferia di Palermo. Rosario è un adolescente solitario con la passione per la mitologia classica e per il mare. Il padre, cinico e bugiardo, ha un negozio di integratori per sportivi in cui gestisce lo smercio illecito di sostanze stupefacenti. La madre, accudente e remissiva, si concede un momento di pausa dalla cura della casa e della famiglia, solo quando si ritrova a lucidare il trofeo vinto come miglior portiere da nonno Rosario, scomparso durante il terremoto di Belice del 1968. Quando, per accontentare un inconfessato desiderio della madre, il ragazzo decide di giocare in quello stesso ruolo con la squadra del quartiere, ha inizio il percorso che lo condurrà verso l'età adulta: tra pestaggi, la scoperta dell'amore e il disincanto, Rosario troverà la forza di emanciparsi dalla violenza e dalla menzogna che hanno da sempre oppresso la sua vita. 



Recensione

"Di niente e di nessuno" ha costituito per me un incessante ossimoro. La bruttezza del degrado raccontata dalla bellezza delle parole, la ferocia della violenza levigata dalla forza dell'amore più puro, ed infine il dolore straziante - ma necessario - che, subito dopo aver terminato il romanzo, mi è apparso come un dono meraviglioso. 

Rosario ha 15 anni e vive a Brancaccio, un quartiere difficile della periferia di Palermo, con i suoi genitori: un padre padrone ed una madre arrendevole e premurosa, a cui il ragazzo è davvero tanto legato. 
"Iu un mi scantu di nenti e di nuddu", cioè "io non mi spavento di niente e di nessuno" è il mantra del protagonista di questo romanzo, un mantra che ripeterà insistentemente per tutta la durata delle 157 pagine, perché quelle parole gli offriranno la forza necessaria ad affrontare i pericoli e gli ostacoli della vita e trasformeranno pian piano questo adolescente codardo in un uomo coraggioso, proprio come suo nonno, di cui porta lo stesso nome. 
Nonno Rosario, morto nel terremoto di Belice molti anni prima che suo nipote nascesse, agli occhi della figlia è un vero eroe, ed è così che lei stessa lo racconta ai lettori e a suo figlio, attraverso una reliquia appartenuta proprio a lui: un trofeo vinto con il titolo di miglior portiere. 
Il giovane Rosario ancora non lo sa, ma lui ha tanto di suo nonno: la tenacia dei vincitori ed il talento calcistico. Proprio quest'ultimo lo metterà nei guai, che inizieranno nel momento in cui il ragazzo entrerà nella squadra del quartiere, la Virtus Brancaccio. Da lì seguiranno pestaggi, tragedie familiari e la scoperta dell'amore: Anna. 


"Ha il collo magro che sbuca fuori dal giubbotto, ha la riga di lato che le allunga i tratti del viso. Le chiedo se vuole essere mia, se vuole appartenermi, ma lei risponde che le persone non appartengono. Le spiego che si sbaglia."


Anna, un nome composto da poche lettere. Poche, come le parole che usa per esprimersi. Anna parla con  il corpo, con i gesti, comunica con i suoi cinque sensi. Anna è la libertà, come il mare. 
A Brancaccio non c'è nulla, solo il degrado più totale. Bambini che urlano per strada, combattimenti illegali di cani, adolescenti che per diventare uomini sfidano la morte, e violenza che si respira in ogni angolo del quartiere. Ma qualcosa di bello c'è: il mare. 
Il mare segna una linea di confine tra gioia e dolore, tra ciò che è bene e ciò che è male. Ecco perché esso diventa anche il luogo dell'amore. Infatti, all'interno di una barca rovesciata situata in una spiaggia isolata e bagnata dal Mar Tirreno, Anna e Rosario scopriranno il senso dell'appartenenza e della condivisione, e vedranno nascere un sentimento che appare essere già maturo, perché non si perde nella banalità dei convenevoli amorosi, ma nella concretezza di una difficile realtà. 


Rosario è un ragazzino speciale, come ad essere speciale è anche la sua grande passione per la mitologia. Le vicende che verranno raccontate all'interno di questo romanzo sono tutte legate tra loro da un file rouge che ci aiuta anche a comprendere meglio le reazioni, i pensieri ed il punto di vista del protagonista. Sto parlando dei racconti mitici. Infatti, Eteocle e Polinice, Gea, Urano e i Titani, sono solo alcuni dei personaggi mitologici che vengono menzionati all'interno dell'opera di Levantino. 


"Esiodo racconta che Gea, la Madre Terra, per partenogenesi (cioè da sola, senza bisogno di alcun uomo), mette al mondo Urano e assieme a lui genera i titani e i ciclopi, relegati in una spelonca dallo stesso Urano che li teme. Ma uno di questi, Crono, con una falce fatta delle viscere della madre, uccide il padre, tagliandogli le palle. 
Erano così gli antichi, non si spaventavano di niente e di nessuno: quando c'era qualcuno che sgarrava, lo ammazzavano come un cane."


I dei antichi non erano di certo perfetti, e Rosario lo sa, ma nonostante ciò continua ad ammirarli e a trarre insegnamenti dalle storie che li riguardano, perché loro sono forti, combattivi e soprattutto sanno come vendicarsi. Il pathos della vendetta scorre nelle vene di Rosario, perché vorrebbe tanto metterlo in atto nei riguardi di quell'uomo brutale e bugiardo che è suo padre, del portiere della Virtus Brancaccio che lo pesta e lo deride durante gli allenamenti e della vita, che con lui è stata spesso ingiusta.



Giudizio



"Di niente e di nessuno" è un romanzo di formazione narrato in prima persona da Rosario, un adolescente il quale, nonostante la sua giovane età, ha già una visione disincanta della vita e che ci racconta con voce innocente e crudele la sua crescita ed evoluzione.
Dario Levantino, ha scritto un romanzo che mi ha regalato un dolore dolcissimo.
L'attaccamento a questo sud, alla sua terra, che ho ritrovato in ogni pagina, rigo e parola, lo condivido anche io. Perché, nonostante ci siano realtà come quelle di Brancaccio in cui degrado, inciviltà e violenza la fanno da padrone; il sole, il mare e il calore della gente sono cose che non si possono dimenticare e che noi terroni ricorderemo con malinconia ogni volta che ci troveremo a vivere lontano dalla nostra città natia. 
Assegno 4 penne a "Di niente e di nessuno" sperando di poter leggere presto un nuovo romanzo del mio collega Dario Levantino, che sono certa sarà riuscito ad appassionare tutti i suoi alunni alla mitologia.

A presto, la vostra
Contessa