lunedì 5 novembre 2018

[Recensione]: "Figlie di una nuova era" di Carmen Korn



"Appartenevano ad una generazione dannata, che aveva sopportato ben due mondiali. Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi, ma non erano riusciti ad evitarne una seconda".


Titolo: Figlie di una nuova era
Autrice: Carmen Korn
Casa editrice: Fazi Editore
Data di pubblicazione: 18 Ottobre 2018
Pagine: 522
Prezzo: € 17,50



Trama

Uno strano destino, quello delle donne nate nel 1900: avrebbero attraversato due guerre mondiali, per due volte avrebbero visto il mondo crollare e rimettersi in piedi, stravolgersi per sempre sotto i loro occhi. Sono proprio loro le protagoniste di questa storia, quattro donne che incontriamo per la prima volta da ragazze, ad Amburgo, alla soglia degli anni Venti. Henny, Käthe, Lina ed Ida, insieme cresceranno e vedranno il mondo trasformarsi, mentre le loro vicende personali s'intrecciano in una rete intricata di relazioni clandestine, matrimoni di interesse, battaglie politiche, grandi lutti ed eventi, il tutto tenuto insieme dal filo dell'amicizia. 





Recensione

"Figlie di una nuova era" è il primo volume di una trilogia tutta al femminile, ambientato in Germania nell'arco temporale che si colloca tra i due grandi conflitti mondiali. 
Ho subito sottolineato la grossa componente femminile che si può trovare all'interno di questo libro perché, in effetti, le sue protagoniste sono quattro giovani donne, ognuna totalmente diversa dall'altra. Infatti, le uniche cose che hanno in comune sono costituite solo dalla loro amicizia e dal desiderio di emanciparsi. 
Henny è una ragazza di educazione borghese, molto docile e, mi permetterei di dire, quasi arrendevole. Infatti, fin da subito accetta di buon grado e con falsa rassegnazione, ciò che la vita le propone e, soprattutto, continua a sostenere la presenza ingombrante della bisbetica Else, sua madre, che non smette mai di intromettersi negli affari privati di sua figlia. Henny è un'ostetrica, esattamente come la sua amica Käthe, una donna all'apparenza battagliera che diventa una vera e propria militante politica, in quanto è una comunista convinta. Ida è, invece, la classica figlia di papà, viziata e abituata a vivere nel lusso più sfrenato. Infine c'è Lina, un'insegnante riformista che ha deciso di mettere suo fratello Lud al centro del suo mondo, dopo che i loro genitori sono morti letteralmente di fame per garantire la sopravvivenza dei propri figli. 

Queste quattro donne non sono le uniche protagoniste del romanzo scritto da Carmen Korn, infatti si tratta di un'opera corale nella quale a prendere parola sono diverse figure di età, sesso e stile di vita completamente differente. Questo rende "Figlie di una nuova era" davvero interessante, in quanto è possibile vedere come i vari personaggi affrontino in maniera diversa l'esperienza passata, futura e presente della guerra. D'altro canto, però, questo sovraffollamento di voci rende impossibile un vero e proprio approfondimento psicologico delle quattro protagoniste e delle altre figure che popolano le pagine di questo testo. E ciò, a mio avviso, è un vero peccato. 
C'è una scelta stilistica operata dall'autrice che, però, ho molto apprezzato. Carmen Korn ha deciso, infatti, di dividere il suo romanzo in grandi blocchi temporali, inserendo all'inizio di ogni capitolo il mese e l'anno in cui si svolgono quei determinati eventi che vanno a sconvolgere la vita dei suoi protagonisti. In questo modo la narrazione risulta davvero molto scorrevole e piacevole, non ci sono eventi di troppo o questioni irrisolte e la storia che, prende avvio nel gennaio 1919 e si conclude nel dicembre 1948, risulta davvero credibile. 

Come ho scritto all'inizio di questa recensione, le quattro donne protagoniste di quest'opera appaiono fin da subito alla ricerca di un riscatto e desiderose di indipendenza e libertà. In realtà, però, in questo primo libro della trilogia una vera e propria emancipazione non viene raggiunta o almeno non nel modo in cui mi aspettavo. Per spiegarvi meglio questo mio pensiero devo obbligatoriamente realizzare degli spoiler che, a mio parere, non vi "guasteranno" la lettura. Nonostante ciò, ho il dovere morale di avvertirvi. 

Henny, ad esempio, decide di prendere in mano la sua vita solo quando sceglie di usare dei metodi contraccettivi perché non vuole avere figli, ma lo fa lasciando totalmente all'oscuro di questa decisione suo marito, rendendo così subdolo e poco onorevole il suo atto di forza. Käthe appare essere una donna rivoluzionaria che sa quello che vuole anche sul fronte politico, ma poi non combatterà mai in prima linea schierandosi apertamente tra le fila dei comunisti. Piuttosto, spingerà suo marito a farlo e deciderà anche di non iscriversi al Partito Comunista, nascondendosi dietro la scusa di essere una donna pragmatica. Abbiamo poi Ida che è affetta da una grave sindrome di codardia, a testimonianza di ciò c'è la sua scelta di non voler sconvolgere la sua vita correndo dei rischi per poter essere finalmente felice, perché non riesce ad abbandonare il suo lussuoso e confortevole stile di vita. Riponevo, invece, grandi speranze su Lina, un'insegnante dalle idee riformiste che approva e si fa sostenitrice delle prime classi miste, ma che pur vivendo la sua omosessualità alla luce del sole, non diventa un monito per coloro che hanno il suo stesso orientamento sessuale e che temono di venire allo scoperto. 

Dopo aver affrontato il discorso riguardante la parte femminile di questo romanzo, vorrei spendere qualche parola su tre personaggi maschili che ho trovato di gran lunga molto più interessanti e meglio caratterizzati delle protagoniste di "Figlie di una nuova era".  A questo proposito, a conquistarsi un posto nel mio cuore di lettrice è stato fin da subito Kurt Landmann, ginecologo e primario della Finkenau, la clinica in cui Kathe ed Henny prestano servizio come ostetriche. Landmann è uno scapolo in là con gli anni, molto gentile e generoso, che è sempre pronto a dimostrare un coraggio straordinario, mettendosi spesso nei guai per salvare i suoi amici. Credo che la Korn sia riuscita perfettamente a rendere su carta le sue sfumature caratteriali ed il grande peso che quest'uomo custodisce gelosamente nel suo animo, un peso che lo porterà sempre a vivere a metà e a non pensare mai realmente al suo futuro. Collega di Landmann è Theo Unger che, a mio parere, non presenta lo stesso fascino di Kurt, ma che risulta essere uno dei personaggi davvero positivi di quest'opera. Unger è un combattente di battaglie quotidiane e silenziose, sul lavoro e all'interno della sua vita privata, ed i lettori non possono che finire per stimarlo perché nonostante le delusioni, le batoste e gli eventi drammatici che lo toccheranno, non smette mai di lottare e di aggrapparsi alla speranza di un futuro migliore. 
L'ultimo di cui voglio parlavi è Rudi che, per il suo vissuto, sarebbe potuto essere un personaggio dalla grande forza espressiva ma, che purtroppo non riesce a fare quel salto di qualità - che consisterebbe nell'affrancarsi dall'autoritaria moglie -  utile a renderlo un uomo tutto d'un pezzo. Nonostante ciò, sono convinta che Rudi potrebbe riservarci grosse sorprese nel seguito di questa storia perché già all'interno di "Figlie di una nuova era", durante brevi sprazzi di lucidità intellettuale, dà grande prova della sua autenticità d'animo, dei suoi valori e delle sue virtù.


Concludo questa recensione senza una valutazione in penne perché, essendo una trilogia che copre un periodo storico molto vasto e che è a tutti gli effetti un vero e proprio contenitore di voci variegate che hanno ancora tanto da dire, mi sento di rimandarla al momento in cui leggerò gli altri due volumi per assegnare un giudizio del tutto obiettivo. 
Una cosa però voglio dirla, se cercate una lettura piacevole e scorrevole, che sia ambientata durante un periodo così devastante e stravolgente, ossia quello a cavallo tra le due guerre mondiali che hanno sconvolto completamente l'intera umanità, "Figlie di una nuova era" è proprio quello che cercate, è proprio il romanzo che fa per voi.



A presto, 
la vostra Contessa



giovedì 18 ottobre 2018

[Recensione]: "Di niente e di nessuno" di Dario Levantino



"Il mio quartiere . Un aborto urbano, un non luogo. Io, che ci sono cresciuto, cammino con sicurezza: non guardo le vie, mi oriento col naso. C'è puzza di grasso e di polvere e di soffritto di cipolla. C'è un odore saggio, che corrode, che mi conosce, quello del mare. Il Tirreno dista pochi metri da casa mia, quando indosso i vestiti che mia mamma stende fuori, profumano di smog  e mareggiate."


Titolo: Di niente e di nessuno
Autore: Dario Levantino
Data di pubblicazione: 19 Aprile 2018
Casa Editrice: Fazi editore
Pagine: 158
Prezzo: € 17,50

Trama

Brancaccio, periferia di Palermo. Rosario è un adolescente solitario con la passione per la mitologia classica e per il mare. Il padre, cinico e bugiardo, ha un negozio di integratori per sportivi in cui gestisce lo smercio illecito di sostanze stupefacenti. La madre, accudente e remissiva, si concede un momento di pausa dalla cura della casa e della famiglia, solo quando si ritrova a lucidare il trofeo vinto come miglior portiere da nonno Rosario, scomparso durante il terremoto di Belice del 1968. Quando, per accontentare un inconfessato desiderio della madre, il ragazzo decide di giocare in quello stesso ruolo con la squadra del quartiere, ha inizio il percorso che lo condurrà verso l'età adulta: tra pestaggi, la scoperta dell'amore e il disincanto, Rosario troverà la forza di emanciparsi dalla violenza e dalla menzogna che hanno da sempre oppresso la sua vita. 



Recensione

"Di niente e di nessuno" ha costituito per me un incessante ossimoro. La bruttezza del degrado raccontata dalla bellezza delle parole, la ferocia della violenza levigata dalla forza dell'amore più puro, ed infine il dolore straziante - ma necessario - che, subito dopo aver terminato il romanzo, mi è apparso come un dono meraviglioso. 

Rosario ha 15 anni e vive a Brancaccio, un quartiere difficile della periferia di Palermo, con i suoi genitori: un padre padrone ed una madre arrendevole e premurosa, a cui il ragazzo è davvero tanto legato. 
"Iu un mi scantu di nenti e di nuddu", cioè "io non mi spavento di niente e di nessuno" è il mantra del protagonista di questo romanzo, un mantra che ripeterà insistentemente per tutta la durata delle 157 pagine, perché quelle parole gli offriranno la forza necessaria ad affrontare i pericoli e gli ostacoli della vita e trasformeranno pian piano questo adolescente codardo in un uomo coraggioso, proprio come suo nonno, di cui porta lo stesso nome. 
Nonno Rosario, morto nel terremoto di Belice molti anni prima che suo nipote nascesse, agli occhi della figlia è un vero eroe, ed è così che lei stessa lo racconta ai lettori e a suo figlio, attraverso una reliquia appartenuta proprio a lui: un trofeo vinto con il titolo di miglior portiere. 
Il giovane Rosario ancora non lo sa, ma lui ha tanto di suo nonno: la tenacia dei vincitori ed il talento calcistico. Proprio quest'ultimo lo metterà nei guai, che inizieranno nel momento in cui il ragazzo entrerà nella squadra del quartiere, la Virtus Brancaccio. Da lì seguiranno pestaggi, tragedie familiari e la scoperta dell'amore: Anna. 


"Ha il collo magro che sbuca fuori dal giubbotto, ha la riga di lato che le allunga i tratti del viso. Le chiedo se vuole essere mia, se vuole appartenermi, ma lei risponde che le persone non appartengono. Le spiego che si sbaglia."


Anna, un nome composto da poche lettere. Poche, come le parole che usa per esprimersi. Anna parla con  il corpo, con i gesti, comunica con i suoi cinque sensi. Anna è la libertà, come il mare. 
A Brancaccio non c'è nulla, solo il degrado più totale. Bambini che urlano per strada, combattimenti illegali di cani, adolescenti che per diventare uomini sfidano la morte, e violenza che si respira in ogni angolo del quartiere. Ma qualcosa di bello c'è: il mare. 
Il mare segna una linea di confine tra gioia e dolore, tra ciò che è bene e ciò che è male. Ecco perché esso diventa anche il luogo dell'amore. Infatti, all'interno di una barca rovesciata situata in una spiaggia isolata e bagnata dal Mar Tirreno, Anna e Rosario scopriranno il senso dell'appartenenza e della condivisione, e vedranno nascere un sentimento che appare essere già maturo, perché non si perde nella banalità dei convenevoli amorosi, ma nella concretezza di una difficile realtà. 


Rosario è un ragazzino speciale, come ad essere speciale è anche la sua grande passione per la mitologia. Le vicende che verranno raccontate all'interno di questo romanzo sono tutte legate tra loro da un file rouge che ci aiuta anche a comprendere meglio le reazioni, i pensieri ed il punto di vista del protagonista. Sto parlando dei racconti mitici. Infatti, Eteocle e Polinice, Gea, Urano e i Titani, sono solo alcuni dei personaggi mitologici che vengono menzionati all'interno dell'opera di Levantino. 


"Esiodo racconta che Gea, la Madre Terra, per partenogenesi (cioè da sola, senza bisogno di alcun uomo), mette al mondo Urano e assieme a lui genera i titani e i ciclopi, relegati in una spelonca dallo stesso Urano che li teme. Ma uno di questi, Crono, con una falce fatta delle viscere della madre, uccide il padre, tagliandogli le palle. 
Erano così gli antichi, non si spaventavano di niente e di nessuno: quando c'era qualcuno che sgarrava, lo ammazzavano come un cane."


I dei antichi non erano di certo perfetti, e Rosario lo sa, ma nonostante ciò continua ad ammirarli e a trarre insegnamenti dalle storie che li riguardano, perché loro sono forti, combattivi e soprattutto sanno come vendicarsi. Il pathos della vendetta scorre nelle vene di Rosario, perché vorrebbe tanto metterlo in atto nei riguardi di quell'uomo brutale e bugiardo che è suo padre, del portiere della Virtus Brancaccio che lo pesta e lo deride durante gli allenamenti e della vita, che con lui è stata spesso ingiusta.



Giudizio



"Di niente e di nessuno" è un romanzo di formazione narrato in prima persona da Rosario, un adolescente il quale, nonostante la sua giovane età, ha già una visione disincanta della vita e che ci racconta con voce innocente e crudele la sua crescita ed evoluzione.
Dario Levantino, ha scritto un romanzo che mi ha regalato un dolore dolcissimo.
L'attaccamento a questo sud, alla sua terra, che ho ritrovato in ogni pagina, rigo e parola, lo condivido anche io. Perché, nonostante ci siano realtà come quelle di Brancaccio in cui degrado, inciviltà e violenza la fanno da padrone; il sole, il mare e il calore della gente sono cose che non si possono dimenticare e che noi terroni ricorderemo con malinconia ogni volta che ci troveremo a vivere lontano dalla nostra città natia. 
Assegno 4 penne a "Di niente e di nessuno" sperando di poter leggere presto un nuovo romanzo del mio collega Dario Levantino, che sono certa sarà riuscito ad appassionare tutti i suoi alunni alla mitologia.

A presto, la vostra
Contessa


lunedì 8 ottobre 2018

[Recensione]: "Volo di paglia" di Laura Fusconi


"Nel fienile i balloni c'erano ancora: lei e Luca avrebbero potuto giocare come sempre a Volo di paglia. L'avevano inventato insieme, quel gioco: Luca era stato il primo ad arrampicarsi sui balloni di fieno e a lanciarsi nel mucchio di paglia che c'era sotto. E poi aveva riso, dicendo che era la cosa più bella che avesse fatto."





Titolo: Volo di paglia
Autore: Laura Fusconi
Casa editrice: Fazi Editore
Data di pubblicazione: 30 Agosto 2018
Pagine: 238
Prezzo: € 15,50

Trama

Agosto 1942. Sono mesi che Tommaso attende il giorno della grande festa organizzata in paese per ammirare insieme a Camillo i prestigiatori, il mangiafuoco e le bancarelle di giocattoli nuovi. Ai due amici si unisce Lia, la bambina più bella della classe, con cui Camillo trascorre le giornate tuffandosi tra le balle di fieno e rincorrendosi per i campi. Ma Lia è la figlia di Gerardo Draghi, il ras fascista che con il suo manipolo di camicie nere spadroneggia nella zona e che esercita il suo fare prepotente anche tra le mura della Valle, la casa padronale della famiglia Draghi. La stessa in cui, cinquant'anni dopo, altri due bambini, Luca e Lidia, giocheranno tra le stanze ormai in rovina, confrontandosi con i mostri  della loro fantasia e i fantasmi che ancora abitano quei luoghi. Sullo sfondo della campagna piacentina  dalle tinte delicate e dai contorni arcaici, si intrecciano le storie di un passato dimenticato e di un presente a cui spetta il compito di esorcizzare la violenza.



Recensione






"Volo di paglia" è uno di quei romanzi che amo definire bomba a mano, una volta aperto e arrivati all'ultima pagina non ci si può sottrarre alla sua potenza devastante: le emozioni finiscono per oscillare da un estremo all'altro e poi, irrimediabilmente, prendono quota, fino a svuotarti completamente. 

L'opera di Laura Fusconi si divide in due parti: la prima ambientata nel passato e la seconda nel presente. Siamo nel 1946, Tommaso, Camillo e Lia sono tre amici che trascorrono la maggior parte del loro tempo a correre e giocare tra i campi verdi della deliziosa campagna piacentina. Lia è la figlia di Gerardo Draghi, il ras fascista che, con l'uso della forza e della violenza - e l'ausilio del suo manipolo di camicie nere - esercita il comando a Verdeto. L'atteggiamento e la prepotenza di Gerardo spaventano tutti, ad eccezione di Don Antonio, il parroco del paese che ha il coraggio di affrontarlo utilizzando l'arma delle prediche e delle parole, e di difendere Bartoli, colui che è diventato l'obiettivo principale di Draghi. Bartoli, infatti, non ha potuto prendere parte alla guerra per via di un difetto fisico, ed è per questo che viene offeso e bullizzato dal tiranno del paese. 

STOP, fermo immagine. Dopo un susseguirsi di eventi, i personaggi principali della prima parte si bloccano, un po' come accade quando si gioca ad "un, due, tre: stella". Bisogna restare così, immobili. Fino a quando chi conduce il gioco non si appresta a farlo continuare. Ecco, che allo stesso modo, Laura Fusconi ferma nel tempo i suoi protagonisti e si accinge a riprendere in mano le loro vite solo nella seconda parte.
Quest'ultima si svolge nel 1998 e si focalizza sulle vicende di Luca e Lidia, due amici per la pelle che, attraverso i loro giochi, litigi e segreti, rievocheranno la storia dei loro coetanei del passato e ci permetteranno di scoprire cosa ne è stato di loro. 

Non voglio svelarvi troppo della trama, che ha dei punti di forza così importanti e sconvolgenti che desidererei li scoprisse da voi, piuttosto vorrei soffermarmi sui motivi che mi hanno spinta ad amare così tanto questo romanzo. 

Come avrete capito, che si tratti di passato o di presente, protagonisti di questa vicenda sono sempre i bambini. Non deve essere stato facile dar loro voce e cercare di far esprimere le loro emozioni di ansia, paura e smarrimento, in modo che risultassero vere e mai banali. Ma Laura Fusconi ci è riuscita, attraverso un linguaggio semplice e credibile, ma allo stesso tempo così tanto evocativo da commuovere. In questo senso le pagine più belle ed intense di "Volo di paglia" sono affidate a Franco Bartoli, un bambino fragile e disdegnato dai suoi amici, che si ritrova a vivere una situazione disperata. 



"Mamma... mamma sei lì? Mamma sei tu? Se sei tu perché non mi parli ? Ho sentito che sei entrata, ho sentito che hai aperto le porte del regno... mamma ...

Fate siete voi? Riportatemi a casa mia vi prego... farò il bravo, giuro che farò il bravo... parlatemi, ho paura... non fatemi del male... non lo dico a nessuno che siete cattiva...

Giuro

che "

Negli anni della dittatura fascista, del terrore e del secondo conflitto mondiale che incombe come una forza distruttrice contro cui niente si può, questi ragazzini s'inventano un mondo fantastico e immaginario, dove fate e streghe si rincorrono e dove bene e male si sfidano. Un mondo in cui non c'è posto per i deboli, ma dove il gioco la fa sempre da padrone decidendo il destino di tutti. Un gioco crudele di cui si sente solo l'eco e si respira la paura che reca con sé, un gioco chiamato guerra.  

Insomma, Laura Fusconi ha trovato la soluzione più appropriata ed evocativa, per raccontarci un periodo storico importante vissuto attraverso gli occhi dei bambini. Così come il piccolo Pin di Calvino possiede un sentiero dei nidi di ragno, allo stesso modo Lia, Camillo, Tommaso e Franco si rintanano nel Bosco delle fate ed in quello delle streghe, perché anche nei tempi più bui, i bambini non possono mai smettere di essere bambini. 







Non posso che attribuire 4 stelle a "Volo di Paglia", un romanzo che mi ha commosso e scosso davvero tanto, opera della penna di Laura Fusconi, una ragazza molto talentuosa di cui certamente sentiremo parlare in futuro.



Un abbraccio e a presto,
la vostra Contessa.









venerdì 28 settembre 2018

[Recensione]: "L'ultima regina di Firenze" di Luca Scarlini



"Però, che amarezza, se fare il Granduca fosse toccato a lei, se avesse avuto gli attributi; rimugina, dispiaciuta, ed è come se sapesse che tra qualche anno ci sarà uno storico prezzolato dai Lorena, Jacopo Riguccio Galluzzi, che scriverà centinaia di pagine per dire che da Ferdinando II in poi era stato uno spettacolo di follia, un panopticon di demenza e presunzione, un penoso defilè di ambizioni sbagliate, di sogni storti e ridicole chimere. Le verrebbe da piangere, ma lo sa qual è il suo ruolo: schiena dritta e aspetto regale: in fondo è lì per commemorare l'ultima regina di Firenze, e poco conto se sia Gian Gastone o lei stessa. Requiem aeternum."






Titolo: L'ultima regina di Firenze. I Medici: atto finale
Autore: Luca Scarlini
Data di pubblicazione: 8 agosto 2018
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 309
Prezzo: € 18,00

Trama

Tra il 1629 e il 1737 tutto e il contrario di tutto accade a Firenze e in Toscana. Cilici e rosari, ricerche scientifiche innovative, capolavori artistici, complotti, prevaricazioni, matrimoni sbagliati, grandi amori, diffusi girotondi di mal francese, assolute dedizioni omosessuali, lampi di paura e semplice follia, epidemia di peste: la dinastia di Cosimo e Lorenzo de' Medici giunge al crepuscolo, clamorosamente incarnato da Gian Gastone, destinato ad essere ricordato come l'ultima regina di Firenze.


Recensione

Nel tempo la famiglia de' Medici ha affascinato diverse generazioni e suscitato una grande curiosità, così tanta che recentemente le sono stati dedicati film, serie tv e addirittura saghe letterarie. Un'ultima opera pubblicata dalla Bompiani, dal titolo "L'ultima regina di Firenze. I Medici: atto finale" che reca la firma di Luca Scarlini, si distanzia dalle altre perché riporta alcune novità importanti nello stile e nelle modalità in cui viene affrontato il racconto di questa famiglia. 
Prima di tutto occorre dire che, oggetto del testo di Scarlini, non sono le vicende che vedono protagonisti Cosimo e suo nipote Lorenzo il Magnifico, ormai già sviscerate e trattate in tutte le salse, ma la narrazione si focalizza sugli ultimi esponenti dei Medici in un periodo che va da Ferdinando I a Gian Gastone, quindi il tutto si svolge tra il 1629 e il 1737. Inoltre, la forma letteraria utilizzata dall'autore è davvero originale, infatti possiamo collocarla a metà tra un'opera teatrale e un romanzo a puntate. 
La narrazione si apre con 4 prologhi: il primo dedicato al principe Mattias - figlio di Cosimo II de' Medici e Maria Maddalena d'Austria, il secondo alla descrizione delle peste a Firenze, il terzo al carteggio intercorso tra Galileo e la figlia Virginia ed infine, l'ultimo è dedicato alla morte di Francesco de' Medici, fratello di Mattias. Terminato il quarto prologo, si susseguono una serie di capitoli, ognuno dei quali reca un breve titolo in cui è riportato il nome del personaggio protagonista in esso insieme al tema trattato, ed in basso, prima del racconto vero e proprio, troviamo il luogo e la data in cui si svolge l'azione di cui andremo a leggere.
Il tutto è corredato da un albero genealogico, un elenco dei personaggi presenti all'interno dell'opera ed una abbondante bibliografia.

Dopo una manciata di pagine il lettore si renderà subito conto del grande lavoro di ricerca operato da Luca Scarlini, perché le curiosità presenti all'interno di quest'opera sono davvero tante e trattate con una grande dose di ironia, che rendono il racconto storico interessante, avvincente e per niente noioso. Grazie a "L'ultima regina di Firenze" scoprirete che Ferdinando II e suo nipote Gian Gastone amavano gli uomini - da qui nasce l'appellativo "ultima regina di Firenze" che l'autore attribuisce all'ultimo erede dei Medici - e per questo motivo si circondavano di cantori enunchi, guardie robuste e selvagge e artisti omosessuali, che potessero ammirare e di cui potessero "servirsi" quando più desideravano. Poi farete la conoscenza di Margherita Luisa d'Orleans, moglie di Cosimo III e nipote di Re Sole, una donna superba ed insopportabile che odierà la corte fiorentina e torturerà suo marito fino alla fine dei suoi giorni. Infine, incontrerete l'ultima virago medicea Anna Maria Luisa colei che, a differenza dei suoi fratelli, deteneva l'arte del comando e che, se le fosse stato concesso il potere, avrebbe fatto grandi cose. 
Ma la vera bellezza del testo di Scarlini risiede nell'aver dato voce a quegli artisti e scienziati il cui nome forse non ci dirà nulla, ma che hanno avuto un ruolo davvero importante nella corte medicea:  i medici John Finnch e Thomas Baines che si dedicavano nell'arte di dissezionare i cadaveri; il giullare di corte Giovan Battista Fagiuoli; il pittore Giuseppe Nicola Nasini e tanti altri.



Insomma, "L'ultima regina di Firenze. I Medici: atto finale" è un vero e proprio compendio sulla storia degli ultimi Medici, a cui non manca assolutamente nessun ingrediente per poter incantare e conquistare il lettore. Ecco perché mi sento di attribuire a quest'opera ben 4 penne e spero che i miei lettori si convincano a leggerla.


A presto, 
la vostra Contessa.


lunedì 17 settembre 2018

[Recensione]: "Cambio di rotta" di Elizabeth Jane Howard







Titolo: Cambio di rotta (The sea change)
Autore: Elizabeth Jane Howard
Anno di pubblicazione: 1959 (prima pubblicazione)
6 ottobre 2018 (pubblicazione italiana)
Casa editrice: Fazi editore
Pagine: 430
Prezzo: € 18,50

Trama

Emmanuel e Lilian Joyce sono una coppia di mezz'età appartenente all'alta borghesia londinese ebraica e cosmopolita. Lui è un drammaturgo di successo, lei, più giovane del marito, è una donna fragile e malata. A mediare tra i due è il manager tuttofare Jimmy Sullivan. I tre conducono una vita da girovaghi fra Londra e New York per il lavoro di Emmanuel, ma trascorrono anche lunghe vacanze rilassanti in diverse località del Mediterraneo. 
Ad un tratto, però, entra in scena un quarto personaggio: Alberta, la nuova giovane segretaria di Emmanuel, che sconvolgerà tutti gli equilibri e le dinamiche ben consolidate del trio. 


Recensione


Dovete sapere che io e Jane Elizabeth Howard ci conosciamo già attraverso i primi due volumi dei suoi Cazalet, che ho tanto amato. Prima di terminare questa saga, però, ho sempre avuto il desiderio di poter apprezzare questa autrice in altri suoi romanzi e, grazie alla Fazi editore, ne ho avuto l'occasione. 
"Cambio di rotta" è ambientato negli anni 50' del Novecento ed ha per protagonisti quattro personaggi: il famoso drammaturgo Emmanuel Joyce, la sua cagionevole e raffinata moglie Lillian Joyce, il manager tuttofare Jimmy Sullivan e la giovane segretaria Alberta Young.
Ci troviamo davanti ad un romanzo auto-conclusivo composto da 4 voci narranti, anzi 3 voci narranti  ed un punto di vista. Infatti, ogni capitolo è diviso in quattro paragrafi ognuno dei quali è assegnato ad un personaggio che prende parola e narra le vicende che si svolgono in un determinato arco di tempo.
Mrs Joyce e Jimmy si raccontano in prima persona, Alberta lo fa attraverso le lettere che scrive ai suoi familiari e ad un diario segreto in cui riversa tutte le sue preoccupazioni, gioie ed emozioni, mentre Emmanuel è l'unico le cui azioni e i cui sentimenti vengono descritti in terza persona. Ecco il motivo per il quale, quest'ultimo personaggio, può apparire molto più interessante agli occhi del lettore, in quanto le sue reali intenzioni non sono mai chiare, perché filtrate attraverso la voce di un narratore onnisciente, ma esterno.
Em è un sessantaduenne nato da una famiglia non abbiente, il quale riesce ad ottenere il famoso riscatto dalla vita, diventando un affermato drammaturgo e sposando una donna più giovane di lui che, molto probabilmente non ha mai amato. Così finisce per tradirla con le sue segretarie e con le attrici che recitano le commedie da lui scritte, perché Em si sente ancora giovane e alla ricerca di quella felicità che, per ora, non ha trovato e che teme non troverà mai.
Mrs Joyce, dal canto suo, è una donna molto raffinata e mondana, ma piena di insicurezze e di salute cagionevole. Tutto ciò le impedisce di vivere realmente la vita e di tuffarsi in essa senza remore. Inoltre, è al corrente dei tradimenti del marito, ma li accetta di buon grado, perché pensa di non valere nulla senza di lui.
Devo dire, però, che le pagine più poetiche di "Cambio di rotta" sono affidate proprio a lei, Lillian, che, se vivesse la sua vita nel modo più profondo e meraviglioso in cui la descrive, sarebbe un passo avanti a tutti.


"Quel giorno ho avuto la certezza che aspettare con ansia qualcosa è deleterio. Ecco il mio problema: non provo sentimenti autentici, solo proiezioni mentali e conseguenti cadute di tensione nel confronto con la realtà."


 Fondamentale per la serenità dei coniugi Joyce è sicuramente Jimmy Sullivan, il manager tuttofare che li accompagna in giro per il mondo caricandosi sulle spalle le  mille responsabilità e i compiti che gli vengono affidati e facendo anche da mediatore nelle liti e nei dissapori che nascono tra marito e moglie. Jimmy ha un atteggiamento quasi servile nei confronti di Em, qualunque cosa quest'ultimo gli chieda la sua risposta è sempre positiva e lo aiuta anche a nascondere le sue infedeltà. Quando, però, Alberta fa il suo ingresso in scena tutto cambia. I rapporti tra i personaggi si mescolano e si rimescolano di continuo, creando equilibri precari, intese inattese e, per l'appunto, cambi di rotta.
Alberta è una diciannovenne che ha perso la madre da bambina e vive con la sua grande famiglia in campagna, fino a quando non decide di cercare un lavoro che possa consentirle di essere indipendente, ed è proprio così che diventa la segretaria di Mr Joyce.
Nelle sue pagine di diario e attraverso le lettere che scrive a suo padre e a suo zio Vin, conosciamo meglio questa giovane ragazza che finalmente riesce a vedere quel mondo che gli è stato sempre proibito, per via dei pochi mezzi di cui disponeva. Alberta è piena di vita, vivace e talvolta anche molto ingenua, un'ingenuità genuina che condiziona l'intero suo modo di agire e di reagire al comportamento che gli altri personaggi assumono nei suoi confronti. 
Questa giovane segretaria, però, non è una sprovveduta perché ovunque lei vada porta con sé gli insegnamenti di suo padre che l'aiutano ad affrontare gli ostacoli della vita e che, in alcuni casi ho trovato addirittura commoventi per la forza affettiva che sprigionano.

"Ripenso ora a cosa diceva a proposito degli esempi: diceva che ad abbracciare forte un segnale stradale, a un certo punto ci si affeziona al punto da scordarsi che cos'è e a cosa serve. E' spiacevole ma può succedere, a un segnale stradale. Quello che cercava di dire è che le persone non sono fatte per essere dei punti di riferimento come li intendo io: o forse, invece sì, ma nessuno è all'altezza di un compito simile. Se una persona trasmette a un'altra un criterio per le sue scelte, ed è un criterio che a quella persona piace, esso rimane valido anche dopo la morte di colui che glielo ha insegnato." 


La parte più interessante di "Cambio di rotta" è sicuramente il viaggio in Grecia, durante il quale tutti i nodi vengono al pettine e finalmente ogni personaggio trova la sua strada, quella che cercava fin dall'inizio. La Howard è davvero molto abile nel descrivere il cambiamento che avviene in ognuno dei quattro protagonisti, un cambiamento molto lento che parte dai dettagli e che pian piano si trasforma in una presa di coscienza: il tempo, le esperienze e le persone che incontrerai potranno far prendere una piega diversa alla tua vita che, probabilmente, non avevi neanche mai considerato.

Queste le premesse di un romanzo che ho davvero molto apprezzato, perché mi ha dato la possibilità di riflettere su quanto siano labili le certezze su cui basiamo la nostra vita, in quanto essa può sempre metterci davanti a variazioni inaspettate e insperate, che però ci forniscono il coraggio necessario per ricominciare.

Giudizio




Assegno a "Cambio di rotta" 3 stelle, perché vi ho ritrovato l'abilissima penna della Howard che sa descrivere il quotidiano senza annoiare o risultare banale, creando personaggi ben caratterizzati e così VERI che il lettore può solo affezionarsi ad essi. L'unica pecca che ho trovato in questo romanzo è che i colpi di scena sono come "silenziati", nel senso che l'autrice scopre pagina dopo pagina il vaso di Pandora e quando arriva il momento della rivelazione, i lettori già hanno preso coscienza di tutto e non c'è alcun effetto sorpresa che, a mio parere, avrebbe reso ancor più interessante la narrazione.
In ogni caso vi consiglio di acquistare e leggere questo romanzo - approfittate degli sconti indetti dalla Fazi editore fino al 5 ottobre - per conoscere la grandiosa autrice che è la Howard e per lasciarvi trasportare dal cambiamento interiore che vivrete con "Cambio di rotta".

A presto,
la vostra Contessa

giovedì 6 settembre 2018

[Recensione]: "Perché ci ostiniamo" di Fredrik Sjöberg





Titolo: Perché ci ostiniamo
Autore: Fredrik Sjoberg
Casa editrice: Iperborea
Data di pubblicazione: 11 Luglio 2018
Pagine: 178
Prezzo: € 16,50

Trama

Entomologo, affabulatore  e audace pensatore, Fredrik Sjoberg ci accompagna in nove viaggi di scoperta  seguendo il suo fiuto per quelle storie che si nascondono dietro ai dettagli più marginali. Un'escursione sulle tracce di un tiglio centenario o un nome trovato sul retro di un raro autoscatto di Strindberg diventano il punto di partenza per funamboliche avventure attraverso la storia, l'arte, l'avventura e l'incontro di personaggi curiosi e sconosciuti.


Recensione

Fredrik Sjöberg sarà di certo un nome conosciuto a tanti lettori. Si tratta di uno scrittore, entomologo, giornalista culturale e soprattutto collezionista svedese, che ha pubblicato opere divenute celebri anche nel nostro paese, quali "L'arte di collezionare mosche", "Il re dell'uvetta" e "L'arte della fuga", tutte edite Iperborea. Devo confessarvi di non aver letto nessuno dei precedenti testi citati, ma quando la casa editrice mi ha gentilmente inviato una copia di "Perché ci ostiniamo" - l'ultima fatica letteraria di Sjoberg - mi sono subito immersa in questa lettura che ha preso ben presto le sembianze di una vera e propria sfida letteraria. Perché? Vi chiederete. La risposta non è di certo semplice, ma prometto di arrivarci.
"Perché ci ostiniamo" è una raccolta di nove racconti scritti in chiave saggistica in cui l'autore, attraverso una concatenazione di dettagli, arriva a farci scoprire la bellezza della storia, della natura e dell'arte, una bellezza che onestamente ho faticato a cogliere. Sappiate che Sjöberg è un collezionista, un uomo abituato a cogliere i particolari e che quindi ne inserisce parecchi in questa sua opera. C'è un racconto, ad esempio, in cui l'autore parla della tomba dello scrittore Thomas de Quincey che ebbe il piacere di visitare quando si recò in viaggio ad Edimburgo, ma in realtà alla tomba sono dedicate poche righe, perché essa costituisce solo un pretesto per raccontare la travagliata permanenza dell'autore nella capitale scozzese, passando poi a tutt'altri argomenti quali: il suo soggiorno presso il palazzo barocco di Bamberga, la lettura pubblica di "L'arte di collezionare mosche" presso il riformatorio di Ebrach e via discorrendo. Devo dirvi che è stato davvero difficile star dietro a tutti questi passaggi, nonostante io sia - di solito - un'attenta lettrice. A questo proposito mi sono interrogata. Perché, per esempio,  non riuscivo a districarmi tra l'incontro di Lenin con la pioniera ambientalista svedese Anna Lindhagen e la biografia del suo connazionale, il botanico Rutger Sernander, che erano cuciti insieme nello stesso racconto?
Come vi ho detto prima, non è stato facile darmi una risposta, questo perché ce ne sono diverse. Per prima cosa, non ero molto interessata agli argomenti trattati: non ho il pollice verde, non ho mai collezionato nulla in vita mia - ed è per questo che non sono rimasta granché affascinata dalla carrellata di celebri collezionisti fatta da Sjöberg-  e per completare il quadro, nonostante ami scoprire luoghi nuovi, lo stile narrativo dell'autore - per me ostico - ha reso difficile godere delle bellezze della campagna svedese e non solo.
Ho trovato, invece, molto interessante la premessa - a cui devo attribuire la colpa per aver reso molto alte le mie aspettative su quest'opera - che potrebbe essere concepita come una vera e propria introduzione sul collezionismo. C'è un passo che mi ha colpita particolarmente e che vi riporto qui:

"Il collezionismo rinforza gli argini quando la follia minaccia di fa saltare le dighe dell'anima. Non è così raro perdere sia la giusta prospettiva che i propri appigli, per come è fatto il mondo, ma il collezionista ha perlomeno il totale controllo su qualcosa, e di conseguenza un punto fermo nella vita."

C'è della filosofia in queste poche righe. Il collezionista è legato ad un oggetto che per molti versi diventa il suo mondo. Questo a me succede con i libri, cosa sarei senza di loro? Mi sentirei vuota, perduta. Perché quando tutto va male so che potrò sempre contare sulla loro presenza e sul mio amore per la lettura. Lo stesso accade per i collezionisti, ed è per questo che, dopo aver letto quest'opera, li sento simili a me e comprendo ancor di più la loro passione che spesso può diventare una vera e propria ossessione.


Giudizio

Ecco, è giunto il momento in cui vi consiglio di leggere o meno l'opera che ho recensito. Di solito se la recensione è positiva vi esorto con tutti i mezzi a mia disposizione ad iniziare quella determinata lettura, altrimenti ve la sconsiglio categoricamente. Oggi, però, siamo davanti ad un caso totalmente diverso. Nonostante non abbia apprezzato fino in fondo "Perché ci ostiniamo", io sento di consigliare questo testo a tutti coloro che, invece, stimano Sjöberg, il suo stile ed i temi da lui trattati, ed anche ai lettori che non si sono mai imbattuti in questo autore, ma che sono loro stessi collezionisti e quindi vogliono conoscere qualcosa in più su quest'arte  e, soprattutto, a quelli a cui piacerebbe osservare la bellezza - nel senso più generico del termine - attraverso gli occhi di uno scienziato umanista.


A presto,
la vostra Contessa. 

lunedì 23 luglio 2018

[Recensione]: "Mentre morivo" di William Faulkner



Titolo: Mentre morivo
Autore: William Faulkner
Data di pubblicazione: prima pubblicazione 1930; 
edizione Adelphi 2007
Case editrice: Adelphi
Pagine: 231
Prezzo: € 10,00

Trama

Nella contea di Yoknapatawpha, i Bundren, una famiglia di poveri contadini, viene presentata mentre veglia insieme ad alcuni vicini sugli ultimi momenti di vita della madre Addie. Morta quest'ultima, il marito ed i suoi cinque figli, caricano la barra su un carro malandato ed iniziano un lungo viaggio verso la lontana Jefferson, luogo in cui la donna era nata e desidera di essere sepolta. Solo dopo più di una settimana, la famiglia riesce a raggiungere la città, e sarà proprio durante questo arco di tempo che conosceremo meglio ogni personaggio, le sue emozioni, i suoi rancori ed i suoi segreti.


Recensione



Scrivere una recensione a proposito di "Mentre morivo" non è facile perché si rischia di dire troppo o troppo poco, ma voglio provarci perché ci tengo a trasmettere le sensazioni che ho provato durante la lettura di questo capolavoro. 
Il romanzo non ha una struttura lineare, ma è costituito dai flussi di coscienza di quindici personaggi: il padre Anse, i 5 figli dei Bundren (Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell e Vardaman), i vicini di casa (Cora e Vernon Tull), il medico Peabody, il locandiere Samson, il prete Withfield, l'ospite Armstid, i droghieri Moseley e MacGowan ed infine la madre deceduta Addie. Ognuno di essi ha un proprio ruolo nella storia, un proprio carattere, un proprio segreto, ma soprattutto un proprio stile. Infatti, è questa la difficoltà della celebre opera di Faulkner, tutti parlano un linguaggio diverso e vivono la morte della signora Bundren in maniera completamente differente, a seconda della loro personalità. Il piccolo Vardaman è l'esempio lampante di ciò, rimane sempre poco lucido e per prendere coscienza pian piano della morte della madre si rifugia in un simbolo: il pesce.

"Mia madre è un pesce"

Attraverso figura del pesce squartato che poco prima gli è caduto dalle mani, Vardaman trova il coraggio di parlare della sua perdita, quella di un innocente che subisce gli eventi e non li cavalca mai. Durante tutto il tragitto che porterà la famiglia a Jefferson ed anche dopo la sepoltura di sua madre, il bambino continuerà a pensare a quel trenino rosso che desidera ricevere in dono per natale, ed è proprio per mezzo di questo continuo riferimento al gioco dell'infanzia che Faulkener sottolinea l'ingenuità e la tenera età di Vardaman, e ci fa rivivere il lutto dei Bundren attraverso gli occhi di un bambino.

Cash è il primogenito ed anche il più "sano" della famiglia, almeno secondo il mio parere. Sarà lui a costruire la bara della madre, davanti alla finestra dove proprio lei sta vivendo gli ultimi istanti della sua vita. L'atteggiamento di questo personaggio in certi passi è davvero commovente, infatti si immola quasi come un agnello sacrificale in diverse occasioni, e conduce il viaggio per seppellire sua madre, tra orribili dolori fisici, senza mai lamentarsi. Definirei il modo in cui vive il lutto come stoico, perché Cash non si preoccupa mai per sé, ma pensa sempre agli altri e soprattutto a suo fratello Darl, più vicino a lui per età. 
Molto spesso, durante la lettura di "Mentre morivo", il lettore sarà portato a pensare che Darl soffra di uno squilibrio mentale, probabilmente dovuto al fatto che egli è reduce di guerra. Proprio Cash dirà qualcosa a questo proposito:


"Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno e pazzo e quando uno no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince ad andare  in un senso o nell'altro. E' come se non fosse tanto quello che uno fa , ma com'è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa."


In questo passo ognuno può trovarci quello vuole, ma per me Cash vuole dirci chiaramente che Darl può sembrare pazzo perché qualcuno vuol farlo sembrare tale. Non vi dirò chi e neanche il perché, però, pensateci, in un romanzo in cui le azioni e i pensieri di un personaggio vengono raccontate dai personaggi stessi, in un romanzo in cui non c'è un narratore esterno ed obiettivo, non è molto più semplice lasciarsi condizionare dal punto di vista dell'altro? A me è successo, e solo dopo aver terminato il libro ed essermi soffermata a fare un'analisi oggettiva di ciò che avevo letto, ho capito di essermi sbagliata sul conto di Darl, di Jewel e soprattutto di Anse.


"Io sono l'eletto del Signore, perché colui che Egli ama, Egli lo punisce. Ma mi venga un accidente se non ha delle maniere curiose di mostrarlo, a quanto pare."


Anse è uno dei personaggi più disgustosi che io abbia mai incontrato nella mia vita da lettrice. Si appella ad una morale ipocrita e spicciola, che veste solo di facciata, perché in realtà quando invoca Dio e gli chiede aiuto non ci crede neanche un po'. All'inizio del romanzo forza la mano, mostrandosi come una povera vittima in ogni situazione, ma in realtà è proprio lui ad essere il carnefice, ad essere colui che dietro l'ossessione di un proposito onorevole - quello di seppellire la moglie nella sua terra natia - nasconde altro: il suo vero Io ipocrita ed egoista. I figli sono inconsapevoli marionette nelle sue mani, e l'unico che davvero non rischia mai e non si mette mai in gioco durante il viaggio è proprio questo padre, che forse padre non lo è mai stato.

Il personaggio che ho preferito è di certo Jewel. A quest'ultimo è attribuito solo un monologo e neanche particolarmente significativo, quindi per imparare a conoscerlo ci si deve rifare al racconto dei fratelli. Jewel appare fin da subito molto diverso dagli altri ragazzi Bundren e presto il lettore scopre il perché. Nelle sue vene brucia passione, una passione che simbolicamente possiamo rintracciare nel suo cavallo che ama più di se stesso e dei suoi familiari. Jewel è puro istinto, è enigmatico ed è proprio così che manifesta anche il suo modo di vivere la perdita di Addie, la quale ha sempre amato questo figlio segretamente più degli altri. 

Le pagine più belle ed emotivamente provanti di "Mentre morivo" sono, però, quelle affidate ad Addie, che narra la sua vita di madre e di moglie dall'aldilà .

"E quando mi resi conto di avere Cash, mi resi conto che vivere era terribile e che quella era la risposta. Fu allora che capii che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di di dire. Quando nacque mi resi conto che maternità era stata inventata da qualcuno che doveva trovarle una parola perché a chi i bambini li ha avuti non gli importava nulla se c'era una parola o no. Mi resi conto che la paura era stata inventata da qualcuno che non aveva mai avuto paura; orgoglio, da qualcuno che di orgoglio non ne aveva mai avuto [...] Mi resi conto che così era stato, non che il mio essere sola andava violato in continuazione tutti i giorni, ma che non era mai stato violato finché non era arrivato Cash. Nemmeno da Anse la notte."


Faulkner ci presenta subito Addie come una madre peccatrice, una donna che ha dei figli ma che, in realtà, non ha mai desiderato la maternità. A questo punto si potrebbe pensare che la signora Bundren sia una donna abbietta, un mostro della peggio specie, ma non è così. Leggendo le parole di Addie il lettore entrerà subito in empatia con questo personaggio, e sarà catapultato nella sua vita che prende sempre più le sembianze di un vero e proprio vortice in cui lei è inconsapevolmente capitata. Una vita in cui i sentimenti non hanno mai avuto posto, se non una volta, una sola. Lo spiraglio della passione, dell'amore, del sentirsi viva, hanno fatto respirare ad Addie sensazioni nuove alle quali non era abituata e che le hanno reso ancora più insopportabile la sua non-vita, se non fosse per quel figlio - Jewel - che l'ha resa davvero madre e che le ha ricordato ogni giorno i frammenti della donna che avrebbe potuto essere. 


Ho lasciato per ultima l'unica figlia femmina dei Bundren e cioè Dewey Dell. L'ho fatto perché il suo personaggio è quello che mi ha fatta più male ed è per questo che parlare di lei mi risulta davvero difficile. Dewey Dell riveste perfettamente la figura della giovane di campagna, ingenua fino al midollo e talmente ignorante da far tenerezza. Dopo la morte di Addie sarà lei a fare le sue veci e a diventare una donna di casa a tutti gli effetti. La vita di questa ragazza, però, non sarà solo sconvolta dalla morte di sua madre, ma anche da un grande segreto che porta con sé e che la renderà una facile vittima per i suoi carnefici, ma la cosa più triste è che lei neanche si accorgerà di essere stata raggirata ed oltraggiata. E allora come si fa a non soffrire da morire per qualcuno che neppure si accorge del male che gli è stato inflitto? Di una donna che non conosce neanche le cose più semplici della vita ed è per questo che non può combattere contro i suoi aguzzini e accetta con passività ogni cosa perché le hanno convinta che sia così che debba andare, sia così che le cose vanno fatte, sia proprio così che le donne si sbarazzano dei loro "problemi". Davanti a ciò non si può non provare un enorme dolore, come lettori, come donne, come uomini. 



Giudizio




Pensavo di impiegare molto più tempo nella lettura di questo romanzo ed, invece, nel giro di due giorni l'ho terminato e non so dire neanche io come sia successo. Faulkner mi ha completamente attratta a sé con i suoi personaggi, le parole vomitate come se fossero proiettili da sparare contro una vita maledetta, quella bara costruita davanti alla finestra di una donna desiderosa di una morte decorosa, la poca dignità attribuita ad una salma che diventa quasi una "cosa" di cui sbarazzarsi e quello stile che lascia trapelare una sofferenza ironica ed ingiusta. "Mentre morivo" è una sfida da accettare, perché per comprendere veramente questo capolavoro non si può restare in superficie, non ci si può aggrappare alle parole e pensare di averle intese tutte, ma bisogna scavare in fondo, tra il detto e il non detto, tra il sospetto e  la verità, perché è lì che Falkner vuole spingerci ed è proprio lì che si trova la magia più pura di questo romanzo. 



A presto,
la vostra Contessa.